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martedì 26 giugno 2018

Dai porti che sono come domani


(Porto di Licata, giugno 2018)




I porti sono come i domani.

Dal molo l'orizzonte ti sembra più dritto e vicino questa volta, sembra sia quello giusto, ma non sai se salperai tu o se ormeggerà lui. Alla fine qualcuno cede, cederà.

I ricchi prendono il sole dai loro yatch lucenti, cenano con un'insalata e del pesce e si vestono come barboni perché possono permettersi di sembrare poveri; le donne in bicicletta tengono con una mano la gonna ma nessuno ci fa caso, un uomo sbadiglia eternamente e scuote la testa, tutti impegnati a fare i mimi con se stessi. E tu mi dici che ho ancora il costume bagnato e la sabbia sui piedi.

Non fa freddo ma la gente si abbraccia lo stesso.

I lampioni sono accesi ma non è ancora sera, le luci sono tante o forse troppe, si vede una stella, si vede la luna, e non possiamo contare i sorrisi che scavalcano i visi dei bambini quando mangiano il gelato già sciolto.

Ma perché ti sei vestita di viola, questa mattina mi sono svegliato e ti ho immaginata con il vestito rosso.
E mangi un cannolo di ricotta che sembra una nuvola quando lo sollevi per morderlo.

Sopra quel gommone ci sono ancora i bambini che giocano a Capitan Uncino e Peter Pan e cambiano la storia continuamente. Non devi dire così, devi dire questo, devi fare questo, tu sei cattivo ed io sono buono, tu sei grande ed io sono piccolo, no anzi sei piccolo anche tu, ma resta qui che il gioco non è ancora finito!

Il cielo striato di rosa sembra un fascio di braccia avvinghiate prima di dormire, quelle che poi si slegano mentre dormi davvero, la tua mano è troppo grande per la mia, mentre guardi il faro dai tavoli del Caffè sembra che tu stia salpando, come il mio domani, ed il tuo, e quello della gente intorno a noi, e parli di cose che già ho scordato.

Ma t'immagini vivere nelle isole piccole di cui nessuno sa nulla? Senza i porti, senza i moli, senza le gonne delle donne e gli yatch dei ricchi, senza il gelato e Capitan Uncino, t'immagini vivere circondato dagli orizzonti? 

Il sole scivola sull'acqua e anche l'orizzonte sparisce.

Mi dici che se voglio ci possiamo andare nelle isole piccole piccole e dimenticate da tutti, ma almeno il cannolo con la ricotta lo vuoi.

(Il molo di Licata, giugno 2018)





martedì 19 giugno 2018

Ucciardone






(Casa di Reclusione "Ucciardone" di Palermo. Foto dal sito www.luftbildsuche.de)




Come ogni venerdì pioveva a Palermo. All'improvviso. Un minuto prima tra le nuvole si affacciava un tiepido sole, un istante dopo era sparito, peggio dei sogni quando ti svegli di soprassalto per un rumore improvviso, che però è soltanto nella tua testa. Io me ne stavo accovacciata sulla sedia blu dell'ufficio e guardavo fuori aspettando le 17:00. Mancavano le ultime settimane e avrei concluso il tirocinio. Una casa di reclusione. Io che detesto i luoghi chiusi.
Non me lo aveva imposto nessuno, lo avevo scelto io qualche mese prima. Mi sarei dovuta laureare a breve, avevo terminato gli esami e mancava soltanto il tirocinio curricolare. Prima di scegliere, avevo trascorso tre infiniti giorni nell'ufficio tirocini dell'università.

"Potresti farlo in questa Fondazione, si occupa di temi attinenti al tuo programma di studi, porti i documenti e le carte dietro, parlate un po', magari hanno posto" mi disse esasperata la responsabile dell'ufficio. Ne avevamo passati in rassegna almeno venti ma l'idea di trascorrere 150 ore a fare fotocopie non riusciva ancora ad allettarmi.

"...oppure guarda, un tuo collega qualche anno fa ha fatto il tirocinio in questo istituto di reclusione."

"In carcere..?"

In carcere.

E alla fine scelsi proprio quello. Mi ero messa in testa che avrei dovuto fare qualcosa che normalmente non avrei fatto, qualcosa che mi annoiava profondamente, che non conoscevo ma che nel mio immaginario non avrebbe mai suscitato il mio interesse.
In realtà, volevo fare qualcosa di diverso, su cui nutrivo qualche pregiudizio, e scoprire cosa si provasse a fare un lavoro diverso da quello dei miei sogni. Perché ero convinta che sarei finita a fare un lavoro che odiavo. In un certo senso, volevo prepararmi.

Invece, nonostante qualche difficoltà e qualche altro tirocinante con cui non andavo particolarmente d'accordo, mi resi conto di non odiare affatto quel genere di ambiente lavorativo.  Delle volte era cupo, ma scoprii di aver una capacità di adattamento invidiabile. Nel giro di pochi giorni ero riuscita ad instaurare un rapporto con la maggior parte del personale. La mattina presto arrivavo davanti a quel grosso cancello di ferro incavato tra le possenti mura borboniche dell'Ucciardone, firmavo, pausa al caffè. Poi in ufficio. I giorni passavano e le persone diventavano più nitide. Uno aveva la passione per le motociclette, l'altro aveva una moglie che cucinava benissimo, quell'altro ancora ascoltava musica neo melodica almeno una volta al giorno, quello invece aveva una passione per l'astrologia. A me quel posto iniziava a piacere. Quando entrammo nella zona dedicata ai reclusi con il responsabile degli educatori, scoprii quanto potessero divergere aspettative e realtà. Avevo immaginato quel posto diversamente. A tratti il cuore si stringeva nell'immaginare i figli dei detenuti giocare in quello spazio verde che l'amministrazione aveva sistemato per loro e i padri. Mi chiedevo cosa avesse fatto tutta quella gente per trovarsi lì, ognuno di loro aveva una storia, ma noi non potevamo chiedere e quindi non seppi mai perché il tipo sulla cinquantina che ogni tanto puliva gli uffici amministrativi fosse rinchiuso lì. Aveva un sorriso gentile che mostrava raramente perché il più delle volte rivolgeva il suo sguardo verso al pavimento. I suoi movimenti erano lenti e controllati. Avrà avuto dei figli, sicuramente una madre e un padre, chissà se venivano a fargli visita ogni tanto. Avevo sentito la sua voce soltanto una volta. Era il mio primo giorno e quel posto mi sembrava un labirinto. Dovevo andare a casa ma non trovavo la strada, ogni porta mi sembrava uguale. Non sapevo ancora che quell'uomo fosse un detenuto e mi ero avvicinata a lui cercando i suoi occhi timidamente.

"Scusi, sa dirmi dove posso trovare l'uscita?"

Si era fermato, aveva sollevato lentamente lo sguardo su di me e aveva improvvisato un'espressione che sul momento non ero riuscita a decifrare. Diventò di mille colori e capii di aver appena fatto una figuraccia.

"Signorina, lo chiede proprio a me?" aveva riso nervosamente " Deve attraversare quella porta e scendere, poi dovrebbe vedere il cancello".

Non ero riuscita a scusarmi, ma il mio volto, credo, espresse chiaramente il mio imbarazzo.

I giorni trascorrevano, il tempo cambiava, era Novembre e la pioggia era più frequente.

Durante la visita ai reparti dell'area di reclusione entrammo in una sezione a forma ovale molto alta, con tanti piani, tra un piano e l'altro erano presenti delle reti. Per non permettere ai detenuti di lanciarsi di sotto, intuii. L'educatore ci indicò delle insenature nella parete, alte pochi metri.

"Queste rientranze non sono casuali...Quando fu costruita la struttura, l'altezza media degli uomini era più o meno questa" disse indicando le insenature "Quando scoppiavano delle rivolte nel settore, i reclusi lanciavano oggetti alle guardie, spesso li ferivano, così ritagliarono questi piccoli ripari, le guardie si posizionavano qui per evitare di essere colpite."

Mentre uscivamo fui in grado di scorgere una donna con un sacchetto molto grande stretto in una mano, nell'altra teneva la mano di quello che doveva essere suo figlio. Entrarono.
Più tardi li vidi scambiare qualche parola nella sala colloqui con un uomo. Ogni giorno era più o meno così.
 I detenuti avevano una compagnia teatrale. A dicembre ci invitarono allo spettacolo che avrebbero realizzato nel cortile antistante gli uffici. Erano evidentemente emozionati ma furono bravissimi. C'erano le loro famiglie tra il pubblico, una piccola parentesi che dava una parvenza di casa.
Nel mondo dicotomico che qualcuno costruisce dentro di sé non c'è spazio per le sfumature, è una realtà violenta: o sei così o non sei così. Non c'è spazio per gli errori, i rimorsi ed il perdono, non ci sono risalite, soltanto tanti fossi. Dovremmo lasciare i nostri occhi e la nostra mente liberi di vedere e di comprendere le cose, le persone, gli avvenimenti, scacciare via retaggi e rigidità. Metterci in discussione il più spesso possibile.

Ogni esperienza ci regala qualcosa, una sensazione, un'emozione, una lezione, anche dei ricordi che in un certo senso si trasformano in una velata nostalgia, di tanto in tanto.
Ed io sono felice di aver scelto qualcosa che normalmente avrei evitato. Ho capito che non serve a molto rimanere ancorati al proprio punto di vista e che bisogna sporcarsi gli occhi per innescare la necessità di vedere. Vedere meglio.
Il tirocinio è finito, non ho fatto fotocopie, ho bevuto molti caffè e ci vedo meglio.

giovedì 14 giugno 2018

Arrivederci Ahmed





(La Vucciria, Piazza Caracciolo, Palermo)





Quella sera l'afa era insopportabile a Palermo e noi camminavamo con passi sbilanciati e rumorosi tra le viuzze del centro. Le balate erano ancora calde nonostante il sole fosse tramontato da molte ore, e la gente sventolava fogli di carta e ventagli per dare apparente sollievo al viso. I locali erano zeppi di gente che mangiava, beveva e discuteva facendo un gran baccano. Era giugno e gli esami non erano ancora finiti, però da qualche parte ci era rimasta un pò di energia per camminare dopo il tramonto e una disperata voglia di musica e allegria. Eravamo un bel gruppetto e nessuno di noi sembrava occupato da altri pensieri, eravamo lì pienamente. 
Mi ricordo di te Ahmed. Credo fosse quello il tuo nome. Eri così esile da confonderti tra la folla e i lampioni, mentre tra le mani stringevi un sacchetto di plastica rovinata e le tue spalle erano ricurve sotto il peso di uno zaino che aveva tutta l'aria di pesare più di te. I tuoi occhi guizzavano in quel trambusto alla ricerca di quelli delle altre persone. Ti abbiamo visto in pochi, probabilmente gli occhi di tanti ti hanno attraversato, ma solo qualcuno è riuscito a vederti veramente. Succede alle persone distratte o a quelle troppo concentrate su altro. Ti ho visto esattamente mentre prendevi posto ai bordi del marciapiede di pietra bollente e con una mano  ti toccavi il collo ripetutamente. Ti ho riconosciuto immediatamente, perché è quello che faccio io ogni volta che provo disagio e non so cosa fare. Torturo con le dita la pelle del collo e piego leggermente la testa. E mentre pensavo a questa cosa l'hai rifatto: hai piegato anche tu la testa. Ad un certo punto ci hai visto anche tu, a quel muretto di fronte a te, tanti ragazzi sicuramente più grandi di te, con la birra, le sigarette, i telefonini, intenti a scattare foto e a parlare a voce alta. Non hai incrociato il mio sguardo subito, perché sei rimasto ancora un altro pò con te stesso, a pensare a chissà cosa. Ti sei avvicinato con un sorriso che hai tirato su all'improvviso. Non capivo quanto stessi fingendo e ho aspettato che tu ci raggiungessi.
Ci hai chiesto se volessimo comprare delle cover per il telefono e noi non ti abbiamo risposto subito perché avevi al collo una collana bellissima di legno e Chiara ti aveva chiesto se ne avessi un'altra da venderci. Dicesti no, che quello era un regalo e che però ne avevi delle altre.
Mentre ci mostravi le tue cose ti sei seduto nel muretto vicino a noi e la tua allegria ci ha incuriositi. Eri piccolo allora, Ahmed, tredici anni, mentre adesso avrai l'età per guidare una macchina. Allora i tuoi polsi erano così sottili da sembrare delle spighe e la tua voce non era ancora quella degli adulti. Ci hai raccontato della tua fidanzatina che non vedevi da tanto tempo e di come tua nonna vestisse stravagante. Di quanto ti mancassero i tuoi amichetti e le strade della città dove hai vissuto da piccolo, però fa niente, Palermo ti piaceva tanto, dicevi, la gente era gentile con te. Alcuni un pò meno.
Ci hai parlato della scuola che frequentavi a Ballarò, dei tuoi compagni di classe e di quanto avessi sonno. Perché tu dopo la scuola e i compiti uscivi a vendere le cover dei telefonini. Lo dicevi senza cercare di commuoverci, con un sorriso che occupava tutto il tuo volto e metteva in evidenza la tua magrezza. Senza che tu potessi vedermi ho sfilato la cover dal mio telefono e ti ho chiesto di mostrarmene qualcuna. Ne ho scelta una bellissima, intagliata e colorata, e subito dopo mi hai regalato un ciondolo di plastica giallo e blu. Nel frattempo anche gli altri avevano comprato qualcosa, nulla di che, ma la tua spontaneità era così bella che sono certa la percepirono tutti. Ti hanno chiesto di dove fossi, e tu ci hai detto che non sapevi rispondere perché eri andato in così tanti posti che non sapevi scegliere.

Sei andato via con il sacchetto poco più leggero.

Ahmed, ti ho incontrato poche volte ancora e poi sei sparito, o forse sei cresciuto e non somigli più a quel ragazzino gracile e spigoloso, forse mi sei passato vicino altre volte e neanche tu mi hai riconosciuta, magari ti sei scordato, e non te ne faccio una colpa. Forse sei andato in un altro posto e hai recuperato il sonno perso in quegli anni, non saprei, ma avrei voluto dirti che anche io mi sono trovata tante volte in un angolo a toccarmi il collo e a fissare il pavimento. Tante volte. E se crescendo non l'hai ancora imparato, imparerai comunque, come me, che in tutto quel casino di gente qualcuno prima o poi ti vede. Potrà non diventare tuo amico, potrà approfittarsi della tua fragilità momentanea, potrà sorriderti complice, o potrà semplicemente rimanere dov'è. E tu potresti non accorgerti di tutte queste risposte, ma non sarai mai invisibile del tutto. 
Imparerai o lo hai già fatto, che tutti stiamo salendo una scala, che qualcuno nasce nel gradino più basso, qualcuno al centro, qualche altro ancora quasi in cima, e che questo non conta, perché siamo tutti in grado di risalirla, e che chi sta in fondo si stancherà tanto, ma avrà visto e imparato altrettanto.

Imparerai alla fine, che le cose a cui siamo più legati non sono in grado di trattenerci in alcun posto, perché non sono cose e non pesano niente. 


Arrivederci Ahmed.





sabato 9 giugno 2018

Isola



(Il Golfo di Palermo dal finestrino. Novembre 2016)



Vivere in un'isola, per quanto grande possa essere, ha i suoi pro e i suoi contro.

 Ho scoperto di vivere in un'isola in prima elementare, durante l'ora di Geografia. La maestra ci fece cerchiare la Sicilia con una matita rossa, mentre con quella verde la penisola italiana. Forse qualcuno le chiese perché, non ricordo. Quando tanti anni dopo ritrovai  quella cartina, durante una pulizia generale del garage, ricordo che restai zitta per un po' a riflettere. Rigiravo la cartina fra le mani con uno strano nodo al petto. Ovunque mettessi quella cartina, in qualsiasi posizione la piazzassi, mi sembrava che quei due cerchi fossero una sottile forma di ingiustizia. Sapevo e so bene che le intenzioni della maestra fossero diverse: voleva spiegarci la differenza tra Stato e Regione, collocarci concentricamente in due posti a cui apparteniamo, mostrarci i confini. 
Probabilmente se quel cerchio fosse stato fatto in Liguria, nel Lazio o in Calabria non mi sarei soffermata un attimo a riflettere su questa cosa. Perché sono regioni della penisola, tutte lì, vicine, danno un senso di unità soffusa.
Ma la Sicilia no, c'è il mare tutt'intorno. E non sapevo se quella condizione figurata volesse svelare qualcosa del nostro passato o presagire qualcosa del nostro futuro. 
Non sapevo se quella innata dicotomia vicinanza-distanza significasse isolamento o indipendenza.
Se fosse un premio o una condanna. Non capivo se dal mare potesse arrivare qualcuno o qualcosa di buono, oltre al vento, oltre alle conchiglie e alle imbarcazioni di passaggio. Oltre alle cose che vengono e vanno, mi chiedevo se un'isola, se la mia isola, fosse destinata a far prigionieri o ad essere prigioniera della sua condizione. Qualcuno o qualcosa sarebbe rimasto? 



Ho pensato a tutte le volte che il mare mi aveva rassicurato, durante alcuni tramonti che sembravano fiumi di porpora in fiamme, e a tutte le notti che dalla costa avevo avvistato le luci silenziose degli aerei pieni di gente che andava chissà dove. Ho rivisto lo sguardo indefinito di tutte quelle persone al molo del porto, dove stavano andando? Sembravano così sole, e invece ho capito solo più tardi che c'è differenza tra l'essere soli e il voler stare soli. 
Certe domande non puoi farle se non quando sei da solo, perché non è la risposta che conta, ma il fatto che tu sia riuscito a comporre finalmente la domanda.

Qualche anno fa, il mio prof di Filosofia Contemporanea, durante uno dei suoi tanti monologhi, disse che ogni siciliano convive con un grande dubbio, e cioè se amare o temere il mare lo circonda.



"...da lì sono arrivati i popoli che ci hanno conquistato, da lì sono arrivati i nemici e gli amici, da lì è sempre arrivato tutto."




Se arrivasse un'onda e spazzasse via tutto? Sembra galleggiare indifesa, non sai mai se sia un bastione o un castello di sabbia.




Allora un giorno raccontai di questa mia impressione ad un'amica. le mostrai la cartina, provavo a chiarire i miei pensieri con il solo risultato di confonderli ancor di più. Non riuscivo a coniugare pensieri e linguaggio. Mentre parlavo credevo di impazzire.




E lei non ha capito. O forse sì, solo che non sapevo spiegare neanche lei cosa le suscitasse quell'immagine. 




Io ci penso ancora ogni tanto.

Quando sono in un qualsiasi aeroporto, in attesa di tornare a casa, e poi sull'aereo quando dal finestrino capisco che stiamo per arrivare, intravedo i campi, i monti, la costa scompigliata, e io riconosco subito la mia terra, perché non può essere confusa con nient'altro, e vedo i fari rovinati dalla salsedine che piano piano diventano più grandi, realizzo che quella sarà sempre casa mia, che avrò sempre un'isola su cui tornare, che se un giorno il mondo dovesse crollare noi potremmo salvarci, tutta quella bellezza potrebbe ritirarsi, chiudersi in un pugno e prendere il volo. 



Spostarsi altrove.





martedì 3 aprile 2018

Il futuro nella lingua siciliana


(Copertina del libro " Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, 1958)



"...Cosa vi hanno detto della storia? Che è lineare, che è progresso, che è un continuum dove individuare passato, presente e futuro. Vi hanno detto questo, è scritto in tutti i testi e voi l'avete sempre pensata così. Ma voi siete siciliani, parlate almeno due lingue, una è l'italiano, e si spera che almeno quello lo conosciate bene, e la seconda è probabilmente il siciliano. Adesso, se doveste rispondere alla domanda " Cosa farete domani?" e parlaste in italiano correttamente, voi rispondereste "Domani andremo....o faremo...", insomma usereste il tempo futuro. Adesso ditemi come rispondereste in siciliano."


Un pomeriggio di tanti anni fa il mio professore tenne una lezione alquanto singolare. Eravamo pochissimi e fuori la pioggia travolgeva le strade.

Scarabocchiavo il bordo del mio quaderno senza guardarlo e ogni tanto controllavo l'orario. Altre due ore. Dannazione. 

Nessuno rispose e lui ci incalzò con uno sguardo esasperato.

Non vado molto fiera della mia pronuncia siciliana, i miei amici mi prendono costantemente in giro per questo, ma quel giorno ero così annoiata che senza dopo qualche secondo abbozzai una flebile risposta.

"Non ho sentito!" ripeté il prof almeno tre volte.

"Dumani vaiu ddrà."

E ovviamente i poveri superstiti al mio fianco ridacchiarono senza pietà. Vabbè.. 

"Esatto! Che tempo ha usato?"

Stavo giusto per disegnare un grande roditore ai margini del foglio, quando lui tuonò a tutti polmoni "Il presente! Il presente."
Ventuno anni è troppo presto per avere un infarto, pensai.
Decisi di posare la penna e di ascoltarlo perché non avremmo sicuramente parlato di Hegel e questa era già una cosa rassicurante.
"Pensate alla lingua siciliana...sapreste formulare in siciliano una frase usando il tempo futuro?... Ve lo dico io, no. Non esiste."

Non ci avevo mai pensato a questa cosa. 

"... Non siamo forse in grado di parlare del futuro o di immaginarlo? Certamente. Ma è un futuro che si confonde, che non segue la linea, si mescola al presente. Può capitare. Non va troppo lontano, no, come potrebbe? Il tempo storico non è il tempo della natura. Sono due cose totalmente differenti, ma voi non ci avete mai pensato a questa differenza o al fatto che anche tra cento anni questo presente è e sarà già, nel suo avvenire, passato. Il futuro potrebbe essere uguale al vostro passato. Nel frattempo questo edificio sarà cambiato, certamente, le strade avranno qualcosa di diverso, forse sarà tutto diverso. ma questa è la storia, a volte vuota. La sostanza, cari miei, quella non muta. Esiste un tempo ribelle, e multidimensionale, in cui una linea dritta non si curva, ma permette a piccoli filamenti di staccarsi e di creare dei cerchi. Quei cerchi possono attraversare la linea in più punti, più e più volte. Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi"

Uscii da quella lezione veramente confusa. Perché non usiamo il futuro? Perché pensiamo di non averne, o forse, perché siamo padroni del tempo?
La pioggia batteva incessantemente sull'asfalto, dei vecchi giornali si attaccavano ai marciapiedi, si spezzavano sotto il peso dell'acqua, un ticchettio, una distesa di ombrelli e i piedi degli sconosciuti tutt'intorno, eppure sembrava tutto sospeso. Mentre tornavo a casa la via Maqueda era una linea infinita verso i monti. Palermo non mi era mai sembrata così isolata e appannata. 

Qualche settimana dopo ero sommersa tra gli scaffali di una nota libreria in cerca di un libro ben preciso. 
"Mi ripete il titolo, per favore?" disse da dietro un grosso monitor posato su una specie di leggio.
"A presto, è di Michele Perriera."
"Uhm...guardi non lo abbiamo. Se guarda in quello scaffale lì dovrebbe trovare qualcosa dello stesso autore, ma non quel libro".

Io volevo quel libro a tutti i costi. Il prof lo aveva nominato durante la sua lezione e qualcosa mi diceva che avrei dovuto leggerlo. Perriera era siciliano.
Non so cosa successe esattamente, ma successe. Spulciai ogni angolo dello scaffale, davanti, dietro ogni libro, sopra, sotto, ed ad un certo punto, come nei film, un angolino blu scuro, le pagine ingiallite.
Era ancora prezzato con le lire. Diecimila lire.
Lo estrassi dallo scaffale con una strana sensazione di calore al petto. 
"Signorina, l'ho trovato! L'ho trovato!"
"Scusi?"
"Ho trovato quel libro, ma non c'è il prezzo in euro. Lo avete dimenticato forse, guardi, era qui dietro. Lo voglio comprare."

Alla fine lo pagai cinque euro, con una nota di fastidio e disappunto della signorina che non si capacitava di come fosse potuto accadere.
neanche io lo sapevo spiegare.

Cinque giorni dopo chiudevo il libro in silenzio e non sapevo se fosse inquietudine o bellezza.

In quel momento sentii di aver compreso le parole del prof.
La linearità non ammette scambi, è solo progresso. Evoluzione. Esiste il legame, ma è come le rotaie di un treno che non ripercorre mai la stessa strada e non consente ritorni. Si va dritto.

Nel nostro tempo multidimensionale invece il passato non ha una posizione di dominio e di controllo assoluto sul presente, ma è compreso in esso, tanto che il futuro non è altro che l'istante in cui il presente si risveglia e sorride timidamente, non il suo destino.

giovedì 15 marzo 2018

Nelle città di mare

(Spiaggia di Pisciotto. Agosto 2016)



Come si vive in una città priva di mare?
Me lo domandavo qualche estate fa mentre camminavo sulla battigia della Spiaggia di Pisciotto, vicino Licata, e la Rocca di San Nicola sembrava una foca che aspetta qualcosa di sorprendente  spuntare nel cielo. Passeggiavo tra la gente e mi rendevo conto soltanto allora di quanto fosse lunga la spiaggia. I gabbiani sorvolavano l'isolotto, si davano il cambio con un'organizzazione quasi metodica e volteggiavano intorno alla sua piccola punta di pietra per poi tuffarsi verso la torre di avvistamento lì vicino. Camminavo da circa 15 minuti e non ero ancora arrivata alla Rocca.
Quando ero bambina adoravo ascoltare le storie che gli altri avevano da raccontare sulle cose che mi circondavano e, da brava bambina curiosa, non risparmiavo mai un " Questo cosa è?".
In una di quelle occasioni mi fu raccontata la storia della Rocca secondo la mitologia greca. Nel XIII secolo a.C. era un isolotto e veniva chiamato Inico. A quel tempo la Sicilia era divisa in cerca tre grandi regioni controllate da Sicani, Siculi e Elimi. Si dice che sopra l'estremità dell'isolotto fosse collocata la reggia del re sicano Cocalo e che questi, proprio in quel posto, avesse ospitato Dedalo in fuga da Minosse. Dedalo era infatti un famoso architetto e scultore, responsabile della costruzione del Labirinto dove fu rinchiuso per ordine di Minosse il Minotauro, nato proprio dall'unione tra la moglie del re Minosse e il toro sacro inviato da Poseidone. Il re Minosse vi rinchiuse anche Dedalo, giacché questi era l'unica persona al mondo a conoscere la struttura e, dunque, l'uscita del labirinto. Dedalo riuscì comunque a scappare costruendo delle ali di cera e raggiunse, dopo varie peripezie, la Sicilia. Si narra che quando Minosse giunse alla reggia del re Cocalo per riacciuffare il fuggitivo, Dedalo, aiutato dalle figlie di Cocalo, riuscì ad uccidere Minosse.

La battigia salata, qualche onda, il vento frusciante, camminavo senza rendermi conto di quanto fossi fortunata ad avere sempre un lembo di mare al mio fianco.
Quante storie ci ha restituito la marea, quante cose, quante conchiglie sono diventate collane, ricordi, pezzi di sorrisi.

Quel pomeriggio ero con la mia famiglia e Ciccio.
Andammo anche a Torre di Gaffe, oltre Pisciotto, a bere un caffè nella piccola piazzetta antistante la strada che conduce alla spiaggia.

"Ma ci sono ancora i surfisti?"

L'acqua di Torre di Gaffe cambia colore spesso, dipende tutto dalle correnti che la attraversano. Ha un fascino selvaggio e un sapore delicato e quando non c'è molta gente si avverte una strana musica, come se da qualche parte, oltre le onde, un'orchestra si svegliasse.
Sovrasta la spiaggia un'altra piccola torre di avvistamento che dovrebbe risalire al Seicento.

Anche se è certo che dalle torri si scrutasse l'orizzonte per avvistare navi nemiche, mi piace pensare che anche allora qualcuno ci salisse per osservare il mare baciare la spiaggia di notte. In cerca di domande, di risposte più o meno sensate, o in cerca di sogni, di amori lontani, di affetti sepolti. Chissà se ogni tanto anche i marinai si distraessero a guardarlo con sorpresa.
Anche se lo hai davanti agli occhi da una vita esiste sempre un momento in cui è in grado di sorprenderti, di lasciarti senza fiato. Chissà quante volte i nemici hanno sperato che le sentinelle si distraessero così per poi attaccare le città dietro la notte.

 Nelle città di mare esiste una magia incontaminata, incastonata nel tempo e nello spazio, dove le presenze e le assenze non sono mai totali. Dal mare ti aspetti sempre che prima o poi ti restituisca o ti porti qualcosa che hai perso o che hai sempre cercato.

In piedi o seduti davanti al mare,  le onde sono flebili o feroci, e chissà dove si rifugiano le persone che vivono lontano dal mare, chissà se sono in grado chiudere gli occhi e sentirlo come capita a chi lo ha sempre avuto davanti e un giorno è costretto ad allontanarsi.




(Spiaggia di Pisciotto, Agosto 2016)


(Spiaggia di Pisciotto. Luglio 2016)

(Spiaggia di Pisciotto. Luglio 2016)



(vista dalla strada sopra la Spiaggia di Pisciotto. Agosto 2016)


(Rocca di San Nicola, Luglio 2016)



mercoledì 28 febbraio 2018

La linea della felicità


(Stralcio del Lungomare Federico II di Svevia, Gela. Luglio 2017)


In estate mi piace osservare la mia città dal mare. 

La linea della felicità.

Credo che ognuno di noi abbia una visuale di preferenza sulle cose, un balcone sospeso che sceglie di occupare quando gli si chiede di parlare delle cose che ama. 

Il punto è che amare implica conoscenza e, si sa, conoscere davvero qualcosa o qualcuno non è mai così semplice come vorremmo. Significa azzerare le ombre. 
Quando illuminiamo un angolo, però, ne perdiamo un altro. Funziona così. 
Neanche il sole può illuminare tutto contemporaneamente, neppure a mezzogiorno.
Allora, quando mi chiedono di parlare della mia città devo decidere cosa illuminare per gli altri e cosa relegare alla penombra, almeno per quel momento.
Siamo protettivi con ciò che amiamo, io lo sono certamente, e c'è da aggiungere che con le luci faccio fatica. Questo è solo il primo passo. 
Il secondo,in certi casi, è mostrarlo agli altri.
Raccontare qualcosa che si ama è ancora più complicato, specialmente quando ci somiglia, quando il confine è così labile da confondersi.

Noi le costruiamo le città, le abbiamo costruite, e poi loro hanno trasformato noi, così che le loro luci, le loro ombre, finiscono per essere anche le nostre. 

Ricordo che quando ero poco più che un'adolescente una signora mi lesse la mano, giù per strada. Era una cosa che feci per noia, neanche per curiosità, e non prestai molta attenzione alle parole dell'anziana. Mi sfiorava la mano disegnando delle linee e ad un certo punto disse che la mia linea della felicità era lunga e dritta.
Ho osservato più volte la mano e non credo di averla mai trovata. Sembrano tutte abbastanza irregolari e corte.
La spiaggia di Gela, però, vista dal mare è lunghissima e dritta e quando la osservo dimentico tutte le mie stanchezze e i miei dubbi, così ho deciso che se non posso contare sulla mia mano, posso almeno contare su di lei per essere felice. Ogni tanto.


                                                     (La Torre di Manfria, Gela. Luglio 2016)

martedì 27 febbraio 2018

A Truvatura


(Dal Belvedere di Forza D'Agrò, Maggio 2017)


Maggio 2017, praticamente estate. Dobbiamo cercare una casa in affitto per Ciccio che ha trovato un nuovo lavoro nella provincia di Messina.

La sera prima salutiamo gli amici di Gela come se stessimo partendo per New York e la mattina del 2 Maggio siamo già in viaggio. Abbiamo la macchina carica di bagagli perché noi siamo fiduciosi: troveremo subito una casa e potremmo trasferirci subito.Il sole brucia la pelle come se fosse Agosto e all'autogrill dell'A18, mentre sorseggiamo il quinto caffè della giornata, un barista ci chiede dove siamo diretti. Ha sentito che ci stiamo trasferendo (ma davvero?).

"Nei pressi di Sant'Alessio Siculo, qui vicino".

Annuisce come se gli avessimo appena confidato qualcosa che già sapeva. Usciamo dall'autostrada in direzione Taormina e commettiamo il primo errore: a fine mese Taormina ospiterò il G7 e i suoi dintorni sono un cantiere a cielo aperto, dobbiamo tornare indietro e imboccare un'altra entrata. Dopo qualche minuto, dalla strada provinciale che costeggia il mare, intravediamo un'altissima scogliera e, sospeso tra il cielo e il mare, un imponente castello. I cartelli sbiaditi lungo la strada ci informano che siamo giunti a destinazione.


(Lungomare di Sant'Alessio Siculo. Maggio 2017)


La nostra prima ricerca a Sant'Alessio procede frenetica ma priva di successo. Ci spostiamo nella vicina Letojanni, in direzione Taormina. Anche qui, esito negativo. 
Iniziamo a guardarci intorno. Tornati a Sant'Alessio, ad un bar, ci dicono che Forza D'Agrò ("...quel coso lì sopra") ci sono molte case in affitto e che i pullman collegano bene il borgo con i paesini limitrofi. 
Con la macchina ci arrampichiamo per le stradine del promontorio, davanti a noi un tizio con uno scooter sembra sfidare le leggi della gravità e noi lo assecondiamo. Impossibile azzardare sorpassi in quei tornanti. Quando arriviamo su è quasi amore.
Dal belvedere è un esteso manto di verde e di azzurro, puntigliato qua e là dai colori dei fiori primaverili e attraversato dalla SS114, che da qua sopra pare una minuscola arteria musicale. 
Alla pizzeria "Antichi Muri", al centro di una piazzetta medievale, un signore ci racconta una leggenda popolare che la gente del posto conosce con il nome de " I truvature".

I truvature erano dei luoghi nascosti dove erano stati conservati ricchissimi tesori sui quali vigilava l’anima di un defunto, ucciso sul luogo per l’occasione, al quale veniva affidato il compito di proteggere la grande ricchezza. Ancora si raccontava che per giungere al tesoro fosse indispensabile entrare nelle grazie di quest’anima, cercando la "truvatura", ossia il modo di corrompere il guardiano, che a sua volta sperava di essere liberato da questa condanna eterna. 
"Si dice che ogni tanto venisse in sogno alla gente per dare loro indicazioni su come arrivare al tesoro. Però era difficile lo stesso, perchè spesso si dovevano riunire tutte le persone che avevano fatto lo stesso sogno" e spinge indietro la mano ridendo e sospirando. 
"Signorì, cu cerca sordi cerca guai. Pì mìa a truvatura  è chista", allarga le braccia di fronte a sè e le rughe intorno agli occhi si arricciano in un sorriso che parte da dentro.
"Famiglia, silenzio, buon cibo, arte, mare e aria fresca, chiste su i truvature, se lo faccia dire da me che sono vecchio".


Un'ora dopo, mentre osserviamo le sottili increspature del mare di sotto e il vento ci accarezza, tra uno sbadiglio ed un abbraccio, penso a quanto abbia ragione il vecchietto. E mi godo a truvatura.



(L'Arco Durazzesco e la Chiesa della Santissima Trinità,
 Forza d'Agrò.
Maggio 2017)

(Dal Belvedere di Forza D'Agrò, Maggio 2017)

Per conoscere meglio le bellezze di Forza d'Agrò consultare il sito: http://www.forzadagro.net/



lunedì 26 febbraio 2018

Duci e amara

(Gela, Contrada Borgo Manfria. Agosto 2017)


"A Gela la mattina mentre piove guardi il mare e le immense dune di sabbia che ti sembra di vivere in un deserto allegro. 
Tra i vicoli del centro storico corre una brezza umida, la fontana della piazza emette pigri sbadigli d'acqua. Sorridere costa poco e mentre si arranca il sole sbiadisce le facciate dei palazzi consumati dalla salsedine.

Se esci la sera, anche solo, troverai comunque un amico o un conoscente, rintanato da qualche parte come te, pronto a condividere la sua birra e il suo tempo.

Gela è la mia terra, è duci e amara, è proprio come quelle fidanzate che credi di detestare perché ti sembra che ti 'ffucano ma che quando lasci non vedi l'ora di riabbracciare e farci l'amore.
È un pò tossica e zoppicante, la immagino come una donna orfana di figli: non sa neanche lei perché se ne sono andati e perchè continuano ad andarsene.
Quelli che tornano lo fanno per poco e nei loro occhi è un concerto di nostalgia e rabbia.
"Che ti abbiamo fatto? Che ci siamo fatti?"
Le ciminiere sono spente, non servono più a niente e invece restano.


Io t'amo come quando la sera s'arruste con gli amici e l'odore è quello forte che anche se puzza ti sembra di aver afferrato la vita un attimo prima che precipitasse dalla scarpata.
Quanto ti abbiamo ferita e lo faremo ancora, ma sei la nostra terra ed un giorno riavrai la casa piena di figli che t'amano perché smetteranno di andar via, di ammalarsi, di morire e l'unica da salvare sarai tu."

(Montelungo, Gela. Giugno 2017)

domenica 25 febbraio 2018

Il tempo in Sicilia


(foto scattata a Corleone, Settembre 2017)


Il tempo in Sicilia probabilmente non esiste, acquista una dimensione talmente legata alle costruzioni sociali da perdere inesorabilmente i suoi legami con la fisica.

Non siamo nel tempo, è il tempo che è in noi.

La mattina il caffè non lo bevi per strada mentre cammini e parli al telefono, lo bevi al bar, spesso il solito, o in cucina, mentre in Tv scorrono le immagini e le voci di ogni giorno. I negozi, le palestre, le SPA e le botteghe non aprono all'alba ma a quell'ora si avverte il brusío della panificazione diffondersi tra le vie, accompagnato dall'odore dei cornetti appena sfornati.

Ogni ora qui hail suo profumo. 

Al mercato cittadino s'abbannía, dai balconi delle strade è un continuo e fiacco parlottìo, come stai, che hai fatto, vuoi il caffè?

Ogni momento ha il suo suono.

Dopo il lavoro si può mangiare con calma, masticare bene, un altro caffè, le chiacchiere ripetute spezzate da qualche sghignazzo dei giovani in piazza. Poi si riposa mezzoretta.

C'è ancora l'odore del caffè per la casa. Da qualche parte senti dei ragazzini giocare a calcio contro le saracinesche dei garage. Non è tardi, qualcuno passa l'aspirapolvere, il bucato da ritirare non è ancora completamente asciutto e pende dai fili dei balconi. Non c'è timidezza tra vicini.

Sono forme di silenzio atipiche, che solo chi è abituato può percepire come tali.
Ci si sveglia, un altro caffè e si va a lavoro.
Mentre vai incontri sempre qualcuno che conosci e ti vuole offrire un altro caffè. La sera gli abbracci durano di più, si cucina di nuovo, ancora odori che si mischiano a quelli del giorno, la vicina che parla al telefono con la sorella, il tamburo delle stoviglie in sottofondo, qualche risata improvvisa spezza il ritmo, qualche colpo di clacson.
Quando chiudi gli occhi non è ancora finita.
Il tempo non è più assoluto, 24 ore possono essere due giorni, due giorni 24 ore, la lentezza non incespica, è cosi armoniosa da sembrare una poesia recitata a bassa voce dagli aedi del passato. Correre qui ha un altro senso, un'altra direzione, somiglia a una meravigliosa passeggiata.

In Sicilia il tempo si ferma al tramonto, all'improvviso, perché è quello il posto in cui si è fermata la Sicilia, a metà delle cose, nelle linee colorate dell'orizzonte. Appollaiato sulle corde dei tralicci delle strade di provincia. Qualche volta ti investe la brezza e senti che non è di oggi.


In Sicilia il tempo non è come lo conosceva Einstein.