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domenica 29 luglio 2018

È Vucciria finchè le balate sono bagnate







Io non ho mai letto un libro su Palermo, un libro che spiegasse Palermo, la sua storia, i suoi usi, non ho mai acquistato una guida turistica.
Io Palermo l'ho conosciuta tra le sue strade e i suoi vicoli, nel trambusto delle sue piazze e tra le abbannìate dei suoi mercati, ho capito di amarla il giorno prima della mia laurea. Era luglio ed ero sdraiata sul divano a boccheggiare per via dell'afa e dalle finestre, quando ho sentito il fruttivendolo di sotto parlare a gran voce con la dirimpettaia del secondo piano e il signore dell'edicola rimproverarli.

"Mica siamo alla Vucciria, qui la gente riposa!"

Ed io ho iniziato a piangere piano piano, fino a singhiozzare. Non me ne sono mai vergognata, né mi sentirò mai  stupida per questo.

Ho trascorso a Palermo gli anni più belli della mia vita e non mi pentirò mai di averla scelta. Io me lo ricordo ancora quell'istante esatto in cui Palermo è diventata il mio destino: era estate e dovevo decidere in quale città studiare. Mentre tutti andavano lontano, in città ordinate e composte, io ho sentito di non poter rinunciare al mare, al chiasso, al dialetto, alla fame, alle cose complicate, al mio cuore.
Probabilmente altrove sarebbe stato più semplice, ma non sarei stata felice.
Palermo mi ha costretto spesso ad essere felice anche quando non c'era una ragione per esserlo, mi ha insegnato ad aspettare, a recuperare il cuore dalla gola, a cercare, andare sempre avanti, oltre alle stradine apparentemente brutte, mi ha insegnato che la bellezza reale si annida laddove nessuno la cerca. Quanto ho camminato! A piedi, in moto, in macchina, in treno, nei bus urbani, in bicicletta, l'ho percorsa tutta, mi sono seduta a guardarla. Mi sono innamorata di Palermo di giorno, la domenica, a mare, nei pomeriggi uggiosi, quando la pioggia mi sorprendeva all'improvviso, durante le sere di primavera, un attimo prima del tramonto su via Maqueda, nel bel mezzo dell'alba su Piazza San Domenico, e la notte, le notti in cui si balla stretti tra i vicoli, con la musica che sovrasta ogni respiro, e nessuno può sentirsi solo o lontano. Quelle notti in cui le balate del mercato della Vucciria non si asciugano e la gente s'impasta i piedi e le suole, una distesa di colori e di storie che si intrecciano dinanzi alla Taverna Azzurra, quando canti e balli in mezzo agli sconosciuti e ai passanti e improvvisamente è come se tacitamente tutti avessero accettato di essere diventati amici, almeno una notte. E le guerre di tutti si fermano, si sospende l'odio, il mondo non sembra poi tanto male. Le notti in cui l'odore della stigghiole avvolge tutto e non importa se hai fatto la doccia e dopo puzzerai, quell'odore in piazza Caracciolo, quella musica nel vicolo, non ti lasciano andare. Chiasso. E su, su via Roma, il mondo non ne sa niente.


"Non ho mai visto nulla del genere, cosa è esattamente?"

Una bellezza contaminata da bruttezza, una Palermo, questo, signora, può essere tutto: può essere un non-tempo, un non-luogo, una festa, oppure stasera può essere tutto quello di cui abbiamo bisogno.

Da quanti mostri invisibili mi ha strappato, da quanto silenzio mi ha salvato.

Finché le balate sono bagnate.




martedì 19 giugno 2018

Ucciardone






(Casa di Reclusione "Ucciardone" di Palermo. Foto dal sito www.luftbildsuche.de)




Come ogni venerdì pioveva a Palermo. All'improvviso. Un minuto prima tra le nuvole si affacciava un tiepido sole, un istante dopo era sparito, peggio dei sogni quando ti svegli di soprassalto per un rumore improvviso, che però è soltanto nella tua testa. Io me ne stavo accovacciata sulla sedia blu dell'ufficio e guardavo fuori aspettando le 17:00. Mancavano le ultime settimane e avrei concluso il tirocinio. Una casa di reclusione. Io che detesto i luoghi chiusi.
Non me lo aveva imposto nessuno, lo avevo scelto io qualche mese prima. Mi sarei dovuta laureare a breve, avevo terminato gli esami e mancava soltanto il tirocinio curricolare. Prima di scegliere, avevo trascorso tre infiniti giorni nell'ufficio tirocini dell'università.

"Potresti farlo in questa Fondazione, si occupa di temi attinenti al tuo programma di studi, porti i documenti e le carte dietro, parlate un po', magari hanno posto" mi disse esasperata la responsabile dell'ufficio. Ne avevamo passati in rassegna almeno venti ma l'idea di trascorrere 150 ore a fare fotocopie non riusciva ancora ad allettarmi.

"...oppure guarda, un tuo collega qualche anno fa ha fatto il tirocinio in questo istituto di reclusione."

"In carcere..?"

In carcere.

E alla fine scelsi proprio quello. Mi ero messa in testa che avrei dovuto fare qualcosa che normalmente non avrei fatto, qualcosa che mi annoiava profondamente, che non conoscevo ma che nel mio immaginario non avrebbe mai suscitato il mio interesse.
In realtà, volevo fare qualcosa di diverso, su cui nutrivo qualche pregiudizio, e scoprire cosa si provasse a fare un lavoro diverso da quello dei miei sogni. Perché ero convinta che sarei finita a fare un lavoro che odiavo. In un certo senso, volevo prepararmi.

Invece, nonostante qualche difficoltà e qualche altro tirocinante con cui non andavo particolarmente d'accordo, mi resi conto di non odiare affatto quel genere di ambiente lavorativo.  Delle volte era cupo, ma scoprii di aver una capacità di adattamento invidiabile. Nel giro di pochi giorni ero riuscita ad instaurare un rapporto con la maggior parte del personale. La mattina presto arrivavo davanti a quel grosso cancello di ferro incavato tra le possenti mura borboniche dell'Ucciardone, firmavo, pausa al caffè. Poi in ufficio. I giorni passavano e le persone diventavano più nitide. Uno aveva la passione per le motociclette, l'altro aveva una moglie che cucinava benissimo, quell'altro ancora ascoltava musica neo melodica almeno una volta al giorno, quello invece aveva una passione per l'astrologia. A me quel posto iniziava a piacere. Quando entrammo nella zona dedicata ai reclusi con il responsabile degli educatori, scoprii quanto potessero divergere aspettative e realtà. Avevo immaginato quel posto diversamente. A tratti il cuore si stringeva nell'immaginare i figli dei detenuti giocare in quello spazio verde che l'amministrazione aveva sistemato per loro e i padri. Mi chiedevo cosa avesse fatto tutta quella gente per trovarsi lì, ognuno di loro aveva una storia, ma noi non potevamo chiedere e quindi non seppi mai perché il tipo sulla cinquantina che ogni tanto puliva gli uffici amministrativi fosse rinchiuso lì. Aveva un sorriso gentile che mostrava raramente perché il più delle volte rivolgeva il suo sguardo verso al pavimento. I suoi movimenti erano lenti e controllati. Avrà avuto dei figli, sicuramente una madre e un padre, chissà se venivano a fargli visita ogni tanto. Avevo sentito la sua voce soltanto una volta. Era il mio primo giorno e quel posto mi sembrava un labirinto. Dovevo andare a casa ma non trovavo la strada, ogni porta mi sembrava uguale. Non sapevo ancora che quell'uomo fosse un detenuto e mi ero avvicinata a lui cercando i suoi occhi timidamente.

"Scusi, sa dirmi dove posso trovare l'uscita?"

Si era fermato, aveva sollevato lentamente lo sguardo su di me e aveva improvvisato un'espressione che sul momento non ero riuscita a decifrare. Diventò di mille colori e capii di aver appena fatto una figuraccia.

"Signorina, lo chiede proprio a me?" aveva riso nervosamente " Deve attraversare quella porta e scendere, poi dovrebbe vedere il cancello".

Non ero riuscita a scusarmi, ma il mio volto, credo, espresse chiaramente il mio imbarazzo.

I giorni trascorrevano, il tempo cambiava, era Novembre e la pioggia era più frequente.

Durante la visita ai reparti dell'area di reclusione entrammo in una sezione a forma ovale molto alta, con tanti piani, tra un piano e l'altro erano presenti delle reti. Per non permettere ai detenuti di lanciarsi di sotto, intuii. L'educatore ci indicò delle insenature nella parete, alte pochi metri.

"Queste rientranze non sono casuali...Quando fu costruita la struttura, l'altezza media degli uomini era più o meno questa" disse indicando le insenature "Quando scoppiavano delle rivolte nel settore, i reclusi lanciavano oggetti alle guardie, spesso li ferivano, così ritagliarono questi piccoli ripari, le guardie si posizionavano qui per evitare di essere colpite."

Mentre uscivamo fui in grado di scorgere una donna con un sacchetto molto grande stretto in una mano, nell'altra teneva la mano di quello che doveva essere suo figlio. Entrarono.
Più tardi li vidi scambiare qualche parola nella sala colloqui con un uomo. Ogni giorno era più o meno così.
 I detenuti avevano una compagnia teatrale. A dicembre ci invitarono allo spettacolo che avrebbero realizzato nel cortile antistante gli uffici. Erano evidentemente emozionati ma furono bravissimi. C'erano le loro famiglie tra il pubblico, una piccola parentesi che dava una parvenza di casa.
Nel mondo dicotomico che qualcuno costruisce dentro di sé non c'è spazio per le sfumature, è una realtà violenta: o sei così o non sei così. Non c'è spazio per gli errori, i rimorsi ed il perdono, non ci sono risalite, soltanto tanti fossi. Dovremmo lasciare i nostri occhi e la nostra mente liberi di vedere e di comprendere le cose, le persone, gli avvenimenti, scacciare via retaggi e rigidità. Metterci in discussione il più spesso possibile.

Ogni esperienza ci regala qualcosa, una sensazione, un'emozione, una lezione, anche dei ricordi che in un certo senso si trasformano in una velata nostalgia, di tanto in tanto.
Ed io sono felice di aver scelto qualcosa che normalmente avrei evitato. Ho capito che non serve a molto rimanere ancorati al proprio punto di vista e che bisogna sporcarsi gli occhi per innescare la necessità di vedere. Vedere meglio.
Il tirocinio è finito, non ho fatto fotocopie, ho bevuto molti caffè e ci vedo meglio.

giovedì 14 giugno 2018

Arrivederci Ahmed





(La Vucciria, Piazza Caracciolo, Palermo)





Quella sera l'afa era insopportabile a Palermo e noi camminavamo con passi sbilanciati e rumorosi tra le viuzze del centro. Le balate erano ancora calde nonostante il sole fosse tramontato da molte ore, e la gente sventolava fogli di carta e ventagli per dare apparente sollievo al viso. I locali erano zeppi di gente che mangiava, beveva e discuteva facendo un gran baccano. Era giugno e gli esami non erano ancora finiti, però da qualche parte ci era rimasta un pò di energia per camminare dopo il tramonto e una disperata voglia di musica e allegria. Eravamo un bel gruppetto e nessuno di noi sembrava occupato da altri pensieri, eravamo lì pienamente. 
Mi ricordo di te Ahmed. Credo fosse quello il tuo nome. Eri così esile da confonderti tra la folla e i lampioni, mentre tra le mani stringevi un sacchetto di plastica rovinata e le tue spalle erano ricurve sotto il peso di uno zaino che aveva tutta l'aria di pesare più di te. I tuoi occhi guizzavano in quel trambusto alla ricerca di quelli delle altre persone. Ti abbiamo visto in pochi, probabilmente gli occhi di tanti ti hanno attraversato, ma solo qualcuno è riuscito a vederti veramente. Succede alle persone distratte o a quelle troppo concentrate su altro. Ti ho visto esattamente mentre prendevi posto ai bordi del marciapiede di pietra bollente e con una mano  ti toccavi il collo ripetutamente. Ti ho riconosciuto immediatamente, perché è quello che faccio io ogni volta che provo disagio e non so cosa fare. Torturo con le dita la pelle del collo e piego leggermente la testa. E mentre pensavo a questa cosa l'hai rifatto: hai piegato anche tu la testa. Ad un certo punto ci hai visto anche tu, a quel muretto di fronte a te, tanti ragazzi sicuramente più grandi di te, con la birra, le sigarette, i telefonini, intenti a scattare foto e a parlare a voce alta. Non hai incrociato il mio sguardo subito, perché sei rimasto ancora un altro pò con te stesso, a pensare a chissà cosa. Ti sei avvicinato con un sorriso che hai tirato su all'improvviso. Non capivo quanto stessi fingendo e ho aspettato che tu ci raggiungessi.
Ci hai chiesto se volessimo comprare delle cover per il telefono e noi non ti abbiamo risposto subito perché avevi al collo una collana bellissima di legno e Chiara ti aveva chiesto se ne avessi un'altra da venderci. Dicesti no, che quello era un regalo e che però ne avevi delle altre.
Mentre ci mostravi le tue cose ti sei seduto nel muretto vicino a noi e la tua allegria ci ha incuriositi. Eri piccolo allora, Ahmed, tredici anni, mentre adesso avrai l'età per guidare una macchina. Allora i tuoi polsi erano così sottili da sembrare delle spighe e la tua voce non era ancora quella degli adulti. Ci hai raccontato della tua fidanzatina che non vedevi da tanto tempo e di come tua nonna vestisse stravagante. Di quanto ti mancassero i tuoi amichetti e le strade della città dove hai vissuto da piccolo, però fa niente, Palermo ti piaceva tanto, dicevi, la gente era gentile con te. Alcuni un pò meno.
Ci hai parlato della scuola che frequentavi a Ballarò, dei tuoi compagni di classe e di quanto avessi sonno. Perché tu dopo la scuola e i compiti uscivi a vendere le cover dei telefonini. Lo dicevi senza cercare di commuoverci, con un sorriso che occupava tutto il tuo volto e metteva in evidenza la tua magrezza. Senza che tu potessi vedermi ho sfilato la cover dal mio telefono e ti ho chiesto di mostrarmene qualcuna. Ne ho scelta una bellissima, intagliata e colorata, e subito dopo mi hai regalato un ciondolo di plastica giallo e blu. Nel frattempo anche gli altri avevano comprato qualcosa, nulla di che, ma la tua spontaneità era così bella che sono certa la percepirono tutti. Ti hanno chiesto di dove fossi, e tu ci hai detto che non sapevi rispondere perché eri andato in così tanti posti che non sapevi scegliere.

Sei andato via con il sacchetto poco più leggero.

Ahmed, ti ho incontrato poche volte ancora e poi sei sparito, o forse sei cresciuto e non somigli più a quel ragazzino gracile e spigoloso, forse mi sei passato vicino altre volte e neanche tu mi hai riconosciuta, magari ti sei scordato, e non te ne faccio una colpa. Forse sei andato in un altro posto e hai recuperato il sonno perso in quegli anni, non saprei, ma avrei voluto dirti che anche io mi sono trovata tante volte in un angolo a toccarmi il collo e a fissare il pavimento. Tante volte. E se crescendo non l'hai ancora imparato, imparerai comunque, come me, che in tutto quel casino di gente qualcuno prima o poi ti vede. Potrà non diventare tuo amico, potrà approfittarsi della tua fragilità momentanea, potrà sorriderti complice, o potrà semplicemente rimanere dov'è. E tu potresti non accorgerti di tutte queste risposte, ma non sarai mai invisibile del tutto. 
Imparerai o lo hai già fatto, che tutti stiamo salendo una scala, che qualcuno nasce nel gradino più basso, qualcuno al centro, qualche altro ancora quasi in cima, e che questo non conta, perché siamo tutti in grado di risalirla, e che chi sta in fondo si stancherà tanto, ma avrà visto e imparato altrettanto.

Imparerai alla fine, che le cose a cui siamo più legati non sono in grado di trattenerci in alcun posto, perché non sono cose e non pesano niente. 


Arrivederci Ahmed.





martedì 3 aprile 2018

Il futuro nella lingua siciliana


(Copertina del libro " Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, 1958)



"...Cosa vi hanno detto della storia? Che è lineare, che è progresso, che è un continuum dove individuare passato, presente e futuro. Vi hanno detto questo, è scritto in tutti i testi e voi l'avete sempre pensata così. Ma voi siete siciliani, parlate almeno due lingue, una è l'italiano, e si spera che almeno quello lo conosciate bene, e la seconda è probabilmente il siciliano. Adesso, se doveste rispondere alla domanda " Cosa farete domani?" e parlaste in italiano correttamente, voi rispondereste "Domani andremo....o faremo...", insomma usereste il tempo futuro. Adesso ditemi come rispondereste in siciliano."


Un pomeriggio di tanti anni fa il mio professore tenne una lezione alquanto singolare. Eravamo pochissimi e fuori la pioggia travolgeva le strade.

Scarabocchiavo il bordo del mio quaderno senza guardarlo e ogni tanto controllavo l'orario. Altre due ore. Dannazione. 

Nessuno rispose e lui ci incalzò con uno sguardo esasperato.

Non vado molto fiera della mia pronuncia siciliana, i miei amici mi prendono costantemente in giro per questo, ma quel giorno ero così annoiata che senza dopo qualche secondo abbozzai una flebile risposta.

"Non ho sentito!" ripeté il prof almeno tre volte.

"Dumani vaiu ddrà."

E ovviamente i poveri superstiti al mio fianco ridacchiarono senza pietà. Vabbè.. 

"Esatto! Che tempo ha usato?"

Stavo giusto per disegnare un grande roditore ai margini del foglio, quando lui tuonò a tutti polmoni "Il presente! Il presente."
Ventuno anni è troppo presto per avere un infarto, pensai.
Decisi di posare la penna e di ascoltarlo perché non avremmo sicuramente parlato di Hegel e questa era già una cosa rassicurante.
"Pensate alla lingua siciliana...sapreste formulare in siciliano una frase usando il tempo futuro?... Ve lo dico io, no. Non esiste."

Non ci avevo mai pensato a questa cosa. 

"... Non siamo forse in grado di parlare del futuro o di immaginarlo? Certamente. Ma è un futuro che si confonde, che non segue la linea, si mescola al presente. Può capitare. Non va troppo lontano, no, come potrebbe? Il tempo storico non è il tempo della natura. Sono due cose totalmente differenti, ma voi non ci avete mai pensato a questa differenza o al fatto che anche tra cento anni questo presente è e sarà già, nel suo avvenire, passato. Il futuro potrebbe essere uguale al vostro passato. Nel frattempo questo edificio sarà cambiato, certamente, le strade avranno qualcosa di diverso, forse sarà tutto diverso. ma questa è la storia, a volte vuota. La sostanza, cari miei, quella non muta. Esiste un tempo ribelle, e multidimensionale, in cui una linea dritta non si curva, ma permette a piccoli filamenti di staccarsi e di creare dei cerchi. Quei cerchi possono attraversare la linea in più punti, più e più volte. Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi"

Uscii da quella lezione veramente confusa. Perché non usiamo il futuro? Perché pensiamo di non averne, o forse, perché siamo padroni del tempo?
La pioggia batteva incessantemente sull'asfalto, dei vecchi giornali si attaccavano ai marciapiedi, si spezzavano sotto il peso dell'acqua, un ticchettio, una distesa di ombrelli e i piedi degli sconosciuti tutt'intorno, eppure sembrava tutto sospeso. Mentre tornavo a casa la via Maqueda era una linea infinita verso i monti. Palermo non mi era mai sembrata così isolata e appannata. 

Qualche settimana dopo ero sommersa tra gli scaffali di una nota libreria in cerca di un libro ben preciso. 
"Mi ripete il titolo, per favore?" disse da dietro un grosso monitor posato su una specie di leggio.
"A presto, è di Michele Perriera."
"Uhm...guardi non lo abbiamo. Se guarda in quello scaffale lì dovrebbe trovare qualcosa dello stesso autore, ma non quel libro".

Io volevo quel libro a tutti i costi. Il prof lo aveva nominato durante la sua lezione e qualcosa mi diceva che avrei dovuto leggerlo. Perriera era siciliano.
Non so cosa successe esattamente, ma successe. Spulciai ogni angolo dello scaffale, davanti, dietro ogni libro, sopra, sotto, ed ad un certo punto, come nei film, un angolino blu scuro, le pagine ingiallite.
Era ancora prezzato con le lire. Diecimila lire.
Lo estrassi dallo scaffale con una strana sensazione di calore al petto. 
"Signorina, l'ho trovato! L'ho trovato!"
"Scusi?"
"Ho trovato quel libro, ma non c'è il prezzo in euro. Lo avete dimenticato forse, guardi, era qui dietro. Lo voglio comprare."

Alla fine lo pagai cinque euro, con una nota di fastidio e disappunto della signorina che non si capacitava di come fosse potuto accadere.
neanche io lo sapevo spiegare.

Cinque giorni dopo chiudevo il libro in silenzio e non sapevo se fosse inquietudine o bellezza.

In quel momento sentii di aver compreso le parole del prof.
La linearità non ammette scambi, è solo progresso. Evoluzione. Esiste il legame, ma è come le rotaie di un treno che non ripercorre mai la stessa strada e non consente ritorni. Si va dritto.

Nel nostro tempo multidimensionale invece il passato non ha una posizione di dominio e di controllo assoluto sul presente, ma è compreso in esso, tanto che il futuro non è altro che l'istante in cui il presente si risveglia e sorride timidamente, non il suo destino.

venerdì 2 marzo 2018

A rattata - Storia di una granita e di una brioscia

(La granita. Palermo. Settembre 2017)


Estate 2017.
Si è fatto tardi. 
Ho una voglia disperata di granita con la brioche, come ogni maledetta mattina, ma il trasloco è alle porte e mi sarei dovuta svegliare almeno due ore fa e adesso non c'è tempo neanche per il caffè. 
Avrei dovuto iniziare a raccogliere qualche scatola di cartone per imballare i primi oggetti già da un mese. Niente, questa relazione con il tempo mi ha sempre distrutta.
Esattamente ci sono almeno due liste di cose che non vanno, lo scirocco che ha preso la residenza fuori dalla mia finestra e  vari ritardi accumulati.
Vabbuò, vediamo se stamattina qualcuno si è svegliato gentile.
Ecco, entro nel primo negozio per chiedere se possono darmi qualche scatola.
Ho voglia di granita con la brioche.

"Guardi, li abbiamo appena dati ad un signore"

Voi lo sapevate che prima la granita si faceva davvero con la neve? Cioè, una volta il padre di un mio amico mi ha raccontato questa storia dei "nivaroli" e io ho pensato a quanto l'evoluzione sia stata benevola nei confronti di noi nuove generazioni, almeno per quanto riguarda la colazione in estate. Doveva essere un pò schifosa la granita nel Medioevo. Comunque, mi ha detto che i nivaroli raccoglievano e conservavano tanta neve in alcuni posti freschi sulle montagne siciliane e che poi i ricchi la compravano, facevano delle spremute di agrumi che poi versavano nel bicchiere pieno di neve, miscelavano e la mangiavano. Sempre d'estate. 
Cammino ancora.

Io ho davvero voglia di granita. E della "brioscia", ovviamente.

Nel secondo negozio mi sento a disagio. Mica posso scavalcare tutta la fila  alla cassa per chiedere di uno scatolone. E invece lo faccio.
Primo scatolone agganciato.

Comunque io ho ancora voglia di granita.

Tutti gli scatoloni di Palermo sono spariti e dopo due ore di rocamboleschi tentativi sono riuscita a trovare solo due scatole dove entrerebbero a malapena tre tazze. Ottimo.
Al telefono dico a qualcuno che sto cercando scatoloni per tutta Palermo come una dannata "Ho la lingua di fuori, cammino da due ore e fa caldissimo. Tengo duro e vediamo di conservare le prime cose".

Sono già seduta al bar e, gesticolando con il menù in mano, ho già ordinato la granita al limone. Con la brioche, ovvio. 

Francamente, posso resistere a tante cose, ma non a questo. Sì, ormai ho detto al mio interlocutore che sto cercando le scatole e no, non voglio ammettere di essermi arresa.

"Sì, lo so... non ho avuto tempo di fare nulla. Ho messo i vestiti al contrario, non ho pettinato i capelli, un mostro che cerca scatole sono".

Rumore di stoviglie di vetro, odore inconfondibile di agrumi, il calore della brioche calda appena percepibile mentre la cameriera sfila la mano a due centimetri dal mio naso.

"...va bene... Adesso devo andare, ci sentiamo dopo, ciao.... Sì, ciao, ciao. CIAO. A dopo, okay, va bene. Ciao. Come no! A dopo. Stacco...ciao, ciao."

Una granita con la brioscia, la fisarmonica che ricama l'aria intorno, e nel mentre arriva il caffè.

Ma veramente la mattina si può essere felice con tre euro?



giovedì 1 marzo 2018

Falesie, rocce e finestre di pietra





(Scala dei Turchi, Realmonte. Foto di Andrea di Benedetto)

Una mattina dell'agosto del 2009. Gita fuori porta. Partii da Gela insieme alla mia famiglia, ai miei zii e ai miei cugini, direzione: Scala dei Turchi. Inutile dilungarsi sull'afa di quel giorno e su quanto avvenne durante il viaggio (sì, abbiamo sbagliato strada almeno due volte), perché quel che conta è cosa trovammo al nostro arrivo. 
Non ero mai stata in questa zona e, lo devo dire, me ne pentii immediatamente. 
Una falesia bianca, a strapiombo sul mare, così candida da sembrare panna montata ad arte. Dal parcheggio sembrava una nuvola caduta per terra. 
Non ricordo di aver fatto neanche il bagno perché il mio unico interesse era quella dannata falesia. 
Camminarci sopra non era per nulla agevole, la marna scottava talmente tanto che anche sedersi costituiva un atto di coraggio, ma alla fine, con qualche dolore, riuscii nell'impresa. Il nome di questa falesia è dovuto alla sua forma (appunto quella di una scala) e ad alcuni racconti: si dice che intorno al '500 i corsari saraceni, dopo aver ormeggiato le proprie imbarcazioni ai suoi piedi, arrampicandosi per la marna bianca, riuscirono più volte a raggiungere i villaggi circostanti per razziarli e tornare a casa con ricchi tesori. 
Poi giù, tra le onde blu del mare e all'ombra della Scala, notammo una roccia solitaria di marna bianca. In quel momento un signore raccontava ai suoi compagni la sua storia. Lo chiamano "u scoglio do zitu e a zita", perché una leggenda popolare attribuisce la sua presenza lì, in quell'esatto punto, alla storia tragica di due giovani innamorati, Peppe e Rosalia, il cui amore fu fortemente osteggiato dal padre della ragazza. I due innamorati riuscirono comunque a incontrarsi un'ultima notte sulla punta della Scala dei Turchi dove si giurarono amore eterno, gettandosi mano nella mano in mare e scomparendo tra le onde e la bonaccia. 
Racconta la leggenda che dopo alcuni anni, proprio lì, spuntarono due scogli tenuti insieme da una lingua di pietra e che alcuni pescatori, nelle notti di bonaccia sentirono spesso  il dolce sussurro di un canto di donna.

Le coste della mia terra sono  ricche di falesie che interrompono il flusso del mare, di finestre che sembrano precipitare verso il basso. Qualsiasi borgo, contrada, paese e città di mare ne possiede una. 
Le puoi scalare, ci puoi dormire, sognare, e da lì il suono del mare è più chiaro e sincero. Bisbiglia, mentre le reti dei pescatori sfilacciate dalla salsedine vengono raccolte con stanchezza, mentre una piccola barca scorre verso il porticciolo. Oppure mentre la solitudine sembra tanta ed invece non è altro che silenzio vivo.
(Dalla riserva di Isola Bella. Maggio 2017)

(Isola Bella, finestra naturale sul mare. Giugno 2017)

(Spiaggia di Gela. Luglio 2016)

(Piscine di Pisciotto. Agosto 2016)



(Isola delle Femmine. Giugno 2017)

(Costa di Mazzarò. Giugno 2017)

(Mondello, Palermo. Febbraio 2015)

(Montelungo, Gela. Aprile 2016)

(Mondello, Palermo. Marzo 2013)

(Montelungo, Gela. Febbraio 2015)

(Riserva di Isola Bella, Percorso Acacie. Maggio 2017)

(Dalla Villa Comunale di Taormina. Maggio 2017)

(Falesia di Sant'Alessio Siculo. Maggio 2017)

(Falesia di Mazzarò. Giugno 2017)

(Mazzarò. Giugno 2017)

(Grotta azzurra, Mazzarò. Giugno 2017)



(Punta Bianca. Foto presa dal web)

lunedì 26 febbraio 2018

Dai tetti di Palermo

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)

(Tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017.
Foto di Maria Luisa Sanfilippo)
 Quando mi fermo in un angolo della città e alzo lo sguardo i tetti mi sembrano l'unico confine possibile con il cielo.

Quando sono salita la prima volta su un tetto a Palermo, la città che mi ha ospitato per sei emozionanti anni, era notte. Credo si trattasse di una fresca notte del Dicembre del 2013. Un'amica ci disse di seguirla a casa sua dopo una festa. La casa era in una delle strade del centro storico, a due passi dalla cattedrale. Ci arrampicammo per le scale di quell'antico e freddo palazzo continuando a commentare la festa e a ridere. Prima di aprire la porta ci disse chiaramente che casa sua era un tremendo caos e che avremmo potuto fumare in cucina.

"Ma se volete, potete andare in terrazza!"

Ebbene, la prima sigaretta la consumammo al caldo del divano, tra una birra sottocosto e un digestivo alla liquirizia, la seconda decisi invece di fumarla qualche minuto più tardi in terrazza. 
                                    
Eccola Palermo.
          
Una delicata distesa di luci, di ombre appannate, di dettagli censurati dal buio e di insolite rivelazioni.
La costa frammentata sembrava più vicina, Monte Pellegrino sembrava un anziano che fissa da lontano i nipotini giocare a nascondino.
In quel preciso istante, sporgendomi oltre il parapetto di pietra, pensai a quanto fosse diversa e misteriosa Palermo vista da quel tetto pieno di crepe. Guardai verso il basso e mi sembrò di poterla afferrare e contemporaneamente realizzai che mi sarebbe comunque sfuggita. Dai tetti si poteva guardare anche verso l'alto senza comunque perdere di vista la città. I monti si stagliavano pigramente intorno a noi, il cielo sembrava suggerire cosa stesse accadendo di sotto e la sensazione era contrastante, come se la città fosse stata esclusa dal mondo.

Dicono che un silenzio così si ascolta poche volte nella vita. 

Nel corso degli anni successivi fui molto fortunata perché mi capitò di sentirlo ancora ma non posso testimoniarlo perché nessuna foto, nessun video o registrazione sono in grado di catturare certi tipi di silenzio.

Qualche anno dopo quella sera il proprietario della casa in cui vivevo disse a me e alle mie coinquiline di allora che avremmo dovuto lasciare la casa perché intenzionato a vendere. Iniziò una tortuosa e stancante ricerca del nuovo appartamento da dividere, non senza imprecazioni di ogni tipo e piani di vendetta poi sfumati. Quando stavamo per perdere le speranze ecco che Cristiana mi disse che avremmo potuto visitare un appartamento in centro che prometteva bene. La casa non era un granché, le foto avevano ingannato le nostre aspettative ma ci fu un particolare che catturò l'attenzione di entrambe e ci mise in crisi per qualche ora: la terrazza.
Si snodava tra i vicoli, si sporgeva sui tetti vicini e da lì era possibile vedere tutte le cupole di Palermo. Inutile dire che passammo le seguenti ore a ragionare sui pro e i contro e  che la lista dei pro continuava a mantenere un solo punto, il tetto appunto. Fu comunque una delle visite più piacevoli che caratterizzarono quella ricerca disperata e ogni tanto immagino i nuovi inquilini fare colazione lì, beatamente rilassati, mentre mangiano una granita al limone e sorseggiano del caffè tiepido. 

Ma sui tetti di Palermo sono salita ancora, di sera, di giorno, al tramonto, ma anche all'alba. 

Dai tetti si dovrebbe sovrastare la città, succede così in quasi tutte le parti del mondo, non a Palermo. Dai suoi tetti catturi ciò che di più profondo e indefinito possa offrirti questo lembo di terra, così che quando scenderai giù non potrai più abbandonarla.

Come quel pomeriggio di Ottobre in cui guardai Maria Luisa e "Ma saliamo sul tetto della Cattedrale?".
Marilù è la compagna perfetta per questo genere di avventure, non dice mai di no, anzi è sempre entusiasta. Potresti proporle di prendere un aereo last minute per l'Islanda mentre è in atto una tormenta di neve o uno tsunami e ti direbbe comunque sì. Non per niente è mia amica. Fu un pomeriggio pieno di scoperte. Ci sorprese il crepuscolo mentre scattavamo l'ennesima foto continuando a ripetere quanto fosse immensa la nostra città.

Dai tetti di Piazza San Domenico, da quelli del Monastero di Santa Caterina, dal tetto della Torre di San Niccolò, da quelli che costeggiano le piazze e i mercati rionali, dai balconi pieni di crepe, quando andrete a Palermo salite su un tetto, il più alto che trovate, e cercate quel silenzio di cui vi parlavo.

Ma se volete un consiglio sincero, ascoltate: salite sopra il Monte Pellegrino di notte, è quello l'unico tetto da cui sentirete scorrere come un brivido sulla pelle una delle Palermo più autentiche.


N.B: I tetti della Cattedrale di Palermo sono visitabili ogni giorno dietro il pagamento di una piccola cifra. Occasionalmente è possibile visitarli anche durante le ore dopo il crepuscolo. Per gli altri tetti noti allego i link di riferimento dove è possibile trovare orari, costi del biglietto e offerte:





           
(La Cattedrale di Palermo di notte. Foto di Chiara Mancino)


(Dalle terrazze di Piazza San Domenico. Novembre 2017)

(I tetti della Cattedrale di Palermo. Foto di Angela Sirugo)

(Piazza San Domenico vista dalle Terrazze della Rinascente.
Foto di Angela Sirugo)

(Sui tetti del Centro Storico, Febbraio 2016.
Foto di Cristiana Cucciardi)

(Dai tetti del Centro Storico. Foto di Margy Sakura)


























(Dai tetti del Centro Storico. Foto di Margy Sakura)




















(Piazza San Domenico dalle Terrazze della Rinascente. Novembre 2017)
(Dai balconi del Mercato del Capo. Maggio 2017)

(Dai tetti della Cattedrale. Ottobre 2017)

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)

(Dal tetto naturale di Palermo: Monte Pellegrino.
Foto di Chiara Mancino)

(Il Teatro Politeama dai tetti. Foto di Chiara Mancino)



(Dai tetti della Cattedrale. Ottobre 2017)

(Dai tetti di Piazza Castelnuovo. Foto di Chiara Mancino)


(Dai tetti del Monastero di Santa Caterina.
Foto di Massimo Arculeo)




















































(Dal tetto del Monastero di Santa Caterina,
Palermo, Autunno 2017. Foto di Massimo Arculeo)

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)