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domenica 29 luglio 2018

È Vucciria finchè le balate sono bagnate







Io non ho mai letto un libro su Palermo, un libro che spiegasse Palermo, la sua storia, i suoi usi, non ho mai acquistato una guida turistica.
Io Palermo l'ho conosciuta tra le sue strade e i suoi vicoli, nel trambusto delle sue piazze e tra le abbannìate dei suoi mercati, ho capito di amarla il giorno prima della mia laurea. Era luglio ed ero sdraiata sul divano a boccheggiare per via dell'afa e dalle finestre, quando ho sentito il fruttivendolo di sotto parlare a gran voce con la dirimpettaia del secondo piano e il signore dell'edicola rimproverarli.

"Mica siamo alla Vucciria, qui la gente riposa!"

Ed io ho iniziato a piangere piano piano, fino a singhiozzare. Non me ne sono mai vergognata, né mi sentirò mai  stupida per questo.

Ho trascorso a Palermo gli anni più belli della mia vita e non mi pentirò mai di averla scelta. Io me lo ricordo ancora quell'istante esatto in cui Palermo è diventata il mio destino: era estate e dovevo decidere in quale città studiare. Mentre tutti andavano lontano, in città ordinate e composte, io ho sentito di non poter rinunciare al mare, al chiasso, al dialetto, alla fame, alle cose complicate, al mio cuore.
Probabilmente altrove sarebbe stato più semplice, ma non sarei stata felice.
Palermo mi ha costretto spesso ad essere felice anche quando non c'era una ragione per esserlo, mi ha insegnato ad aspettare, a recuperare il cuore dalla gola, a cercare, andare sempre avanti, oltre alle stradine apparentemente brutte, mi ha insegnato che la bellezza reale si annida laddove nessuno la cerca. Quanto ho camminato! A piedi, in moto, in macchina, in treno, nei bus urbani, in bicicletta, l'ho percorsa tutta, mi sono seduta a guardarla. Mi sono innamorata di Palermo di giorno, la domenica, a mare, nei pomeriggi uggiosi, quando la pioggia mi sorprendeva all'improvviso, durante le sere di primavera, un attimo prima del tramonto su via Maqueda, nel bel mezzo dell'alba su Piazza San Domenico, e la notte, le notti in cui si balla stretti tra i vicoli, con la musica che sovrasta ogni respiro, e nessuno può sentirsi solo o lontano. Quelle notti in cui le balate del mercato della Vucciria non si asciugano e la gente s'impasta i piedi e le suole, una distesa di colori e di storie che si intrecciano dinanzi alla Taverna Azzurra, quando canti e balli in mezzo agli sconosciuti e ai passanti e improvvisamente è come se tacitamente tutti avessero accettato di essere diventati amici, almeno una notte. E le guerre di tutti si fermano, si sospende l'odio, il mondo non sembra poi tanto male. Le notti in cui l'odore della stigghiole avvolge tutto e non importa se hai fatto la doccia e dopo puzzerai, quell'odore in piazza Caracciolo, quella musica nel vicolo, non ti lasciano andare. Chiasso. E su, su via Roma, il mondo non ne sa niente.


"Non ho mai visto nulla del genere, cosa è esattamente?"

Una bellezza contaminata da bruttezza, una Palermo, questo, signora, può essere tutto: può essere un non-tempo, un non-luogo, una festa, oppure stasera può essere tutto quello di cui abbiamo bisogno.

Da quanti mostri invisibili mi ha strappato, da quanto silenzio mi ha salvato.

Finché le balate sono bagnate.




giovedì 21 giugno 2018

L'uovo di struzzo






(La camapgna a Gela, maggio 2018)







- Papà, papààà! Ma questi uccelli perché non volano?

-Sono troppo pesanti, amore mio, e le ali sono di piuma leggera.-

-Ma se hanno le ali grandissime! Forse la loro mamma non gli ha insegnato a volare o si sono fatti male.-

Avevo sette anni e due struzzi giganti mi scrutavano minacciosamente da dietro una robusta rete metallica. Mio padre aveva da poco comprato degli struzzi per creare una sorta di allevamento. Erano quattro: due femmine e due maschi. Stavano in lunghi e larghi corridoi delimitati da reti altissime e quando correvano sembrava che una grossa moto avesse preso la rincorsa per saltare la collina in fondo. Non erano belli, avevano il collo troppo lungo e il viso troppo piccolo per appartenere a quel corpo così possente. Tuttavia, nutrivo una sorta di simpatia per loro, specialmente quando varcando il cancello li trovavo con il collo piantato nel terreno. Sognavo di salire sul dorso di uno di loro e correre insieme a loro, ma non sapevo ancora che uno struzzo è in grado di sventrare un uomo in pochi minuti e che attaccano anche i leoni.
Per me erano soltanto degli uccelli goffi che si erano scordati il trucco per volare. Mi ero messa in testa che avrei dovuto aiutarli. Così ogni tanto mi piazzavano davanti una delle reti e li incitavo, muovendo le braccia su e giù.

-Dovete fare così!-

Il più delle volte rimanevano a fissarmi inarcando il collo e formando una U sbilenca.

Credevo che fossero stupidi.

- Quando correte, dovete aprire le ali così e poi volate, dai!-

La risposta era trapiantare il collo sottoterra.

Un giorno mio padre tornò a casa con un grosso uovo, grande quanto una televisione da 18 pollici. Era un uovo di struzzo.

Per me, che a quell'età avevo una serie di amici immaginari di diversa natura (elfi, pirati buoni, alieni e animali), quell'uovo rappresentava un'occasione: gli avrei spiegato come volare.

Così lo presi fra le braccia e iniziai a parlarci fino allo sfinimento, così tanto che credo che si suicidò dentro il guscio. Lo tenevo dentro uno zainetto di pezza e per circa due giorni ignorai ogni essere vivente sulla faccia della terra e inizia ad attuare il mio piano.
Una mattina, prima di riportarlo all'allevamento, raccolsi dalla sedia lo zaino con i libri della scuola e inforcai in un braccio lo zainetto di pezza.

Arrivai in classe con un'insolita allegria mattutina e mostrai compiaciuta ai miei compagni di classe il mio nuovo amico.
La maestra non sapeva bene come affrontare quella presenza "ingombrante" in classe. Erano tutti estasiati da "Struzzy".

Credo che temesse la frittata sui banchi di scuola, così mi chiese se potesse tenerlo lei alla cattedra per "poterlo far vedere a tutti".

Non ricordo come, quando, né perché, ma qualche settimana dopo, durante una giornata primaverile soleggiata e calda, tutta la classe, con genitori e maestre, raggiunse l'allevamento con panini e bibite.

Il verde sterminato, il giallo del "lavure" (il grano), gli aranceti, i limoni, ho solo tanti ricordi confusi di quel giorno. Ma io lo so che è stato un giorno felice.
Ho mostrato a quei grandi uccelli che non sapevano volare a tuti i miei compagni, la mamma e il papà di Struzzy (che era già tornato al suo posto), e anche gli altri bambini concordarono con me sul fatto che fosse davvero da scemi avere le ali e non volare.

Allora era difficile comprenderne il perchè, non adesso.

Qualche anno fa ho tenuto un laboratorio d'inglese per bambini, durante un campus. Stavamo facendo un gioco per memorizzare i nomi degli animali,i bambini erano troppi e quindi, oltre agli animali "famosi", avevo dovuto trovarne altri meno noti da affibbiargli. Ad un bambino affidai il compito dello struzzo.

- Ma maestra, io non voglio fare lo struzzo!- protestò mettendo su una smorfia di disgusto.

Risi, immaginavo già questa risposta.

-E perché? Gli struzzi sono gli uccelli più veloci del mondo! Sono alti, forti e possono andare con la testa sottoterra!-

-Sì, ma non volano e sono brutti!- piagnucolò.

Iniziò un dibattito sugli struzzi che andò avanti per tantissimo tempo: alcuni bambini sostenevano che gli struzzi non volassero per prendere in giro gli altri animali, altri che volassero solo di notte, quando tutti dormivano, altri ancora che gli struzzi non volavano perché una strega cattiva aveva fatto loro un incantesimo per punirli perché troppo grandi e pericolosi, finché ad un certo punto Elisa, una bambina molto timida  si arrabbiò con loro e disse che non era vero niente, che gli struzzi sapevano volare.

-... Solo che hanno paura di cadere e farsi male. Si sentono al sicuro per terra, infatti hanno imparato a correre come la luce.-

Non è forse quello che fanno molti di noi?

Rimasi a guardarli per un po' mentre si confrontavano sulle ali degli struzzi.

Alla fine tutti volevano essere un "ostrich", aspettare la notte per volare, sconfiggere la strega cattiva dell'incantesimo e far passare agli struzzi la paura di volare.

C'è sempre un modo per farlo, anche senza ali, a volte basta semplicemente dimenticare cosa sappiamo di una cosa e immaginarla migliore, diversa.

Basta tornare un pò bambini per saper volare senza futili e sciocche paure.



giovedì 14 giugno 2018

Arrivederci Ahmed





(La Vucciria, Piazza Caracciolo, Palermo)





Quella sera l'afa era insopportabile a Palermo e noi camminavamo con passi sbilanciati e rumorosi tra le viuzze del centro. Le balate erano ancora calde nonostante il sole fosse tramontato da molte ore, e la gente sventolava fogli di carta e ventagli per dare apparente sollievo al viso. I locali erano zeppi di gente che mangiava, beveva e discuteva facendo un gran baccano. Era giugno e gli esami non erano ancora finiti, però da qualche parte ci era rimasta un pò di energia per camminare dopo il tramonto e una disperata voglia di musica e allegria. Eravamo un bel gruppetto e nessuno di noi sembrava occupato da altri pensieri, eravamo lì pienamente. 
Mi ricordo di te Ahmed. Credo fosse quello il tuo nome. Eri così esile da confonderti tra la folla e i lampioni, mentre tra le mani stringevi un sacchetto di plastica rovinata e le tue spalle erano ricurve sotto il peso di uno zaino che aveva tutta l'aria di pesare più di te. I tuoi occhi guizzavano in quel trambusto alla ricerca di quelli delle altre persone. Ti abbiamo visto in pochi, probabilmente gli occhi di tanti ti hanno attraversato, ma solo qualcuno è riuscito a vederti veramente. Succede alle persone distratte o a quelle troppo concentrate su altro. Ti ho visto esattamente mentre prendevi posto ai bordi del marciapiede di pietra bollente e con una mano  ti toccavi il collo ripetutamente. Ti ho riconosciuto immediatamente, perché è quello che faccio io ogni volta che provo disagio e non so cosa fare. Torturo con le dita la pelle del collo e piego leggermente la testa. E mentre pensavo a questa cosa l'hai rifatto: hai piegato anche tu la testa. Ad un certo punto ci hai visto anche tu, a quel muretto di fronte a te, tanti ragazzi sicuramente più grandi di te, con la birra, le sigarette, i telefonini, intenti a scattare foto e a parlare a voce alta. Non hai incrociato il mio sguardo subito, perché sei rimasto ancora un altro pò con te stesso, a pensare a chissà cosa. Ti sei avvicinato con un sorriso che hai tirato su all'improvviso. Non capivo quanto stessi fingendo e ho aspettato che tu ci raggiungessi.
Ci hai chiesto se volessimo comprare delle cover per il telefono e noi non ti abbiamo risposto subito perché avevi al collo una collana bellissima di legno e Chiara ti aveva chiesto se ne avessi un'altra da venderci. Dicesti no, che quello era un regalo e che però ne avevi delle altre.
Mentre ci mostravi le tue cose ti sei seduto nel muretto vicino a noi e la tua allegria ci ha incuriositi. Eri piccolo allora, Ahmed, tredici anni, mentre adesso avrai l'età per guidare una macchina. Allora i tuoi polsi erano così sottili da sembrare delle spighe e la tua voce non era ancora quella degli adulti. Ci hai raccontato della tua fidanzatina che non vedevi da tanto tempo e di come tua nonna vestisse stravagante. Di quanto ti mancassero i tuoi amichetti e le strade della città dove hai vissuto da piccolo, però fa niente, Palermo ti piaceva tanto, dicevi, la gente era gentile con te. Alcuni un pò meno.
Ci hai parlato della scuola che frequentavi a Ballarò, dei tuoi compagni di classe e di quanto avessi sonno. Perché tu dopo la scuola e i compiti uscivi a vendere le cover dei telefonini. Lo dicevi senza cercare di commuoverci, con un sorriso che occupava tutto il tuo volto e metteva in evidenza la tua magrezza. Senza che tu potessi vedermi ho sfilato la cover dal mio telefono e ti ho chiesto di mostrarmene qualcuna. Ne ho scelta una bellissima, intagliata e colorata, e subito dopo mi hai regalato un ciondolo di plastica giallo e blu. Nel frattempo anche gli altri avevano comprato qualcosa, nulla di che, ma la tua spontaneità era così bella che sono certa la percepirono tutti. Ti hanno chiesto di dove fossi, e tu ci hai detto che non sapevi rispondere perché eri andato in così tanti posti che non sapevi scegliere.

Sei andato via con il sacchetto poco più leggero.

Ahmed, ti ho incontrato poche volte ancora e poi sei sparito, o forse sei cresciuto e non somigli più a quel ragazzino gracile e spigoloso, forse mi sei passato vicino altre volte e neanche tu mi hai riconosciuta, magari ti sei scordato, e non te ne faccio una colpa. Forse sei andato in un altro posto e hai recuperato il sonno perso in quegli anni, non saprei, ma avrei voluto dirti che anche io mi sono trovata tante volte in un angolo a toccarmi il collo e a fissare il pavimento. Tante volte. E se crescendo non l'hai ancora imparato, imparerai comunque, come me, che in tutto quel casino di gente qualcuno prima o poi ti vede. Potrà non diventare tuo amico, potrà approfittarsi della tua fragilità momentanea, potrà sorriderti complice, o potrà semplicemente rimanere dov'è. E tu potresti non accorgerti di tutte queste risposte, ma non sarai mai invisibile del tutto. 
Imparerai o lo hai già fatto, che tutti stiamo salendo una scala, che qualcuno nasce nel gradino più basso, qualcuno al centro, qualche altro ancora quasi in cima, e che questo non conta, perché siamo tutti in grado di risalirla, e che chi sta in fondo si stancherà tanto, ma avrà visto e imparato altrettanto.

Imparerai alla fine, che le cose a cui siamo più legati non sono in grado di trattenerci in alcun posto, perché non sono cose e non pesano niente. 


Arrivederci Ahmed.





domenica 8 aprile 2018

Sul treno regionale



(Stazione di Gole dell'Alcantara, foto scattata nel Settembre 2011)



Mentre il treno arrancava sopra i binari, sbuffavo. Mi sembrava avventuroso fuggire in treno, ma dopo due ore e mezza di viaggio, due cambi in stazioni desolate e due pacchi di cracker riversati nel sedile di fianco per via di curve estreme, la mia idea di fuga in treno era stata declassata da "entusiasmante" a "Vorrei non essere così idiota, devo smetterla di guardare film".

Il fatto è che era una calda giornata di metà maggio del 2010 e io ero letteralmente impazzita. Qualcuno mi aveva davvero fatto imbestialire e il mio concetto di romanticismo tormentato aveva bussato ai miei nervi con una certa insistenza, tanto che ero uscita da scuola con un'ora di anticipo e avevo guidato la mia Nissan fino alla stazione parlando con il vocabolario di greco.

"Dove si fanno i biglietti del treno?" avevo chiesto al tizio del bar.
 Mi aveva indicato se stesso.
Bene, mi ero detta, anche in Sicilia esistono i treni, allora.

Ero diretta a Palermo, a casa di mia cugina che non sapeva niente del mio arrivo, come del resto nessun altro sulla faccia della terra.

Ve l'ho detto, ho una fervida immaginazione e sono più irrazionale delle pubblicità a tradimento sul web.

Durante il viaggio, all'ennesima chiamata dei miei genitori, decisi di risparmiare loro un infarto.

"Ma dove sei che è pronto?!"
"Sopra il treno."
"Alessandra, DOVE SEI???"

Già la voce di mio padre somigliava più a quella di un giudice che ti sta dicendo che ti darà l'ergastolo, col cavolo che vedi il sole, andrai nella cella più gelida e buia dell'inferno.

"Papà, ho bisogno di staccare."

Se ci penso oggi, rido. Ero veramente convinta di soffrire come un cane ed era tutto realmente come nelle commedie. Ma ero maggiorenne, potevo allontanarmi da casa, mi dicevo. 

Mi sentivo come le protagoniste dei miei libri preferiti, eroine del popolo, tragicamente travolte da un destino avverso. 
Nel frattempo la Sicilia scorreva al di là dei vetri del vagone, unti di qualcosa. Distese di grano, la campagna deserta... come il treno, del resto.
Al primo cambio di treno ho pensato: vuoi vedere che sbaglio e torno indietro?
Invece una simpatica vecchietta si è avvicinata e mi ha chiesto quando arrivasse la coincidenza.
A me.
Neanche sapevo che esistessero i treni qui.
Stringeva un fazzoletto colorato tra le dita rugose, tossiva in continuazione, ma aveva lo sguardo gentile. Iniziammo a commentare il tempo. Nel marciapiede di fronte dei signori piuttosto avanti con l'età avevano raggruppato qualche sedia di plastica e un tavolino che un tempo doveva essere bianco e giocavano a carte scambiandosi qualche insulto. Briscola in cinque.
-Totò, a 'bbiare u carricu, u capisti? Ciuzzu è u cumpagno, viri cà fari e ioca!"

Quando fummo sopra il treno mi disse che stava andando a trovare suo figlio a Palermo.
"Un bel ragazzo" commentò sorridendo. 
Iniziò così ad elencare tutte le prelibatezze che gli avrebbe cucinato nei giorni seguenti.
Il controllore ci chiese di mostrare i biglietti con uno sbadiglio allegro. Avvenne tutto con una calma che provai a memorizzare.
Quanto è bella la mia terra.


Nel frattempo io fantasticavo. Il treno andava lentamente, tra gallerie e campagne irrisolte, e riaccendeva in me ogni curiosità per lo spazio circostante. Dall'aereo era sempre stato diverso, perché smettevo di guardare fuori dal finestrino dopo il decollo, come se la cosa non mi riguardasse. Ma sul treno no, mi sembrava che tutto si rivolgesse a me, la mia terra, così stramba e goffa, era come se ne stessimo parlando faccia a faccia, di tutto. Agli argini erbosi delle stradine sembrava che sostasse una parte remota di me stessa che aveva già calpestato quei fiori e conosceva la strada. Quei paesaggi che si ripetevano, l'inconfondibile gobba delle colline e la lentezza delle pale eoliche che spezzavano l'aria e tagliavano il sole, era tutto così lento e irripetibile nella sua sostanza. Al prossimo viaggio la strada sarebbe stata la stessa e il viaggio sarebbe stato diverso. 
Oziavo con la fronte contro il sedile, uno strano senso di incontrollato entusiasmo, il fischio, la stazione. Scivolava come una coperta di seta. Ho avvertito caldo e freddo.

I treni non passano solo una volta, sì, è vero, spesso ritardano, ma passano ancora. Il punto è che pur essendo lo stesso treno, il viaggio sarà un altro. Prenderlo il 18 giugno o il 30 agosto cambierà qualcosa: cambieranno i vicini di posto, i passeggeri, il tempo oltre i finestrini, i colori dei campi, tu.
A volte i treni regionali sono troppo affollati e preferirai non salire. Il controllore un giorno sarà un uomo gentile, un altro un uomo scontroso, e anche questo potrebbe cambiare il tuo viaggio. Allora il punto non è prendere il treno giusto, ma prendere il treno al momento giusto.

sabato 17 marzo 2018

La campagna di domenica

(Il Castelluccio, Gela. immagine presa dal sito www.typicalsicily.it)

Prima si andava in campagna ogni domenica. Me le ricordo bene le "arrustute" autunnali all'aria aperta, tra un'altalena sbilenca, un morso al pane caldo, le "cacoccile" fumanti e tante risate. Si mangiava come se fosse l'ultimo pasto prima di una grande carestia di cibo, ci si sporcava non appena scesi dalla macchina e la sera le scarpe erano piene di terra, spine e roba di ogni tipo. Ci si divertiva con poco.

"Mamma, sbuccia l'arancia, come si fa?"



Un odore inconfondibile, quello della campagna la domenica.



Le infinite distese di grano, il manto di un leone che ozia. Il fumo della carne addosso, lo sfrigolìo della brace, i più grandi che ridono a voce alta, si prendono in giro, mentre noi piccoli tentiamo di romperci le ossa in qualche gioco strampalato. Non eravamo alti neanche un metro, forse, e già allungavamo il collo verso le cose, senza escludere nulla. 

Le nuvole non erano nuvole, erano persone, animali, orchi, ghiacciai, montagne bianche, e niente poteva convincerci del contrario. 
Un tempo non avremmo mai rinunciato alla fantasia.
E neanche alle domenica in campagna.



Ricordo ancora quando, subito dopo pranzo, la mamma e le altre signore impastavano la pizza per la sera. La coprivano con dei panni per lasciarla lievitare e scherzavano sul fatto che la loro pancia, dopo tutto quel cibo, fosse invece già lievitata.

Quindi, esisteva una sorta di rituale pomeridiano, che era un tassello fondamentale delle domeniche in campagna: la passeggiata.

A parte gli anziani che preferivano fare la salsa, si usciva tutti insieme a camminare. Erano passeggiate lunghissime, piene di soste, non esistevano ancora i telefonini e quindi non si facevano molte foto, eppure ricordo perfettamente quei luoghi, il fragore, le corse di noi piccoli per arrivare prima dei grandi.

Capitava, delle volte, che si andasse a casa di alcuni amici dei miei genitori che possedevano una casa nelle campagna oltre le gole del Disueri, a pochi km da Gela.

Dalla casa si vedeva il Castelluccio, una delle torri di guardia costruita in epoca normanno-sveva per vegliare quelle terre dagli attacchi saraceni.
Si erge sulla piana da uno sperone di roccia gessosa, di notte sembra parte del cielo. Durante le passeggiate ci andavamo spesso.
Allora, una volta lì sotto, si giocava alle principesse e ai principi.
Ci avevano già raccontato tempo addietro della bella Castellana che lo aveva abitato secondo i racconti popolari.
Si diceva che, proprio in quella fortezza, si aggirassero strane presenze, difatti i viandanti e i contadini di allora raccontavano di scorgere spesso strane cose, specialmente di notte: figure incosistenti, canti remoti e oscure figure. Avevano tutti paura di quel posto e nessuno voleva andare a lavorare le terre limitrofe. Un giorno i canti smisero di riempire la notte, le figure sparirono e nessuna donna fu più vista al castello. 
Giorni dopo alcuni contadini coraggiosi decisero di avvicinarsi per controllare cosa fosse successo e, con loro grande stupore, non trovarono nessuno. Era come se quella fortezza fosse sempre stata disabitata.


A quanto pare esiste un passaggio sotterraneo che collega la torre di controllo alla città, precisamente alla "Batìa",  l'ex Convento dei Benedettini, sito nel centro storico di Gela.



Quando mio padre me lo disse avevo circa sette anni e la mia fantasia era priva di confini. Iniziai quindi a pensare che la castellana e gli esseri che abitavano con lei fossero fuggiti per quel tunnel verso la città. Pensavo che, magari, la castellana si fosse costruita una nuova identità, per sfuggire da qualcosa, e che avesse sposato qualche giovane gelese.



"Magari ha sposato qualche tuo antenato e quindi siamo veramente delle principesse del castello".



Le domeniche in campagna finivano sotto la doccia, dopo aver mangiato l'ultima fetta di pizza rossa rimasta, uno sbadiglio senza pensieri e le scarpe a prendere aria sul davanzale.






Per approfondire la storia del Castelluccio: http://www.gelacittadimare.it/castelluccio.html

giovedì 15 marzo 2018

Nelle città di mare

(Spiaggia di Pisciotto. Agosto 2016)



Come si vive in una città priva di mare?
Me lo domandavo qualche estate fa mentre camminavo sulla battigia della Spiaggia di Pisciotto, vicino Licata, e la Rocca di San Nicola sembrava una foca che aspetta qualcosa di sorprendente  spuntare nel cielo. Passeggiavo tra la gente e mi rendevo conto soltanto allora di quanto fosse lunga la spiaggia. I gabbiani sorvolavano l'isolotto, si davano il cambio con un'organizzazione quasi metodica e volteggiavano intorno alla sua piccola punta di pietra per poi tuffarsi verso la torre di avvistamento lì vicino. Camminavo da circa 15 minuti e non ero ancora arrivata alla Rocca.
Quando ero bambina adoravo ascoltare le storie che gli altri avevano da raccontare sulle cose che mi circondavano e, da brava bambina curiosa, non risparmiavo mai un " Questo cosa è?".
In una di quelle occasioni mi fu raccontata la storia della Rocca secondo la mitologia greca. Nel XIII secolo a.C. era un isolotto e veniva chiamato Inico. A quel tempo la Sicilia era divisa in cerca tre grandi regioni controllate da Sicani, Siculi e Elimi. Si dice che sopra l'estremità dell'isolotto fosse collocata la reggia del re sicano Cocalo e che questi, proprio in quel posto, avesse ospitato Dedalo in fuga da Minosse. Dedalo era infatti un famoso architetto e scultore, responsabile della costruzione del Labirinto dove fu rinchiuso per ordine di Minosse il Minotauro, nato proprio dall'unione tra la moglie del re Minosse e il toro sacro inviato da Poseidone. Il re Minosse vi rinchiuse anche Dedalo, giacché questi era l'unica persona al mondo a conoscere la struttura e, dunque, l'uscita del labirinto. Dedalo riuscì comunque a scappare costruendo delle ali di cera e raggiunse, dopo varie peripezie, la Sicilia. Si narra che quando Minosse giunse alla reggia del re Cocalo per riacciuffare il fuggitivo, Dedalo, aiutato dalle figlie di Cocalo, riuscì ad uccidere Minosse.

La battigia salata, qualche onda, il vento frusciante, camminavo senza rendermi conto di quanto fossi fortunata ad avere sempre un lembo di mare al mio fianco.
Quante storie ci ha restituito la marea, quante cose, quante conchiglie sono diventate collane, ricordi, pezzi di sorrisi.

Quel pomeriggio ero con la mia famiglia e Ciccio.
Andammo anche a Torre di Gaffe, oltre Pisciotto, a bere un caffè nella piccola piazzetta antistante la strada che conduce alla spiaggia.

"Ma ci sono ancora i surfisti?"

L'acqua di Torre di Gaffe cambia colore spesso, dipende tutto dalle correnti che la attraversano. Ha un fascino selvaggio e un sapore delicato e quando non c'è molta gente si avverte una strana musica, come se da qualche parte, oltre le onde, un'orchestra si svegliasse.
Sovrasta la spiaggia un'altra piccola torre di avvistamento che dovrebbe risalire al Seicento.

Anche se è certo che dalle torri si scrutasse l'orizzonte per avvistare navi nemiche, mi piace pensare che anche allora qualcuno ci salisse per osservare il mare baciare la spiaggia di notte. In cerca di domande, di risposte più o meno sensate, o in cerca di sogni, di amori lontani, di affetti sepolti. Chissà se ogni tanto anche i marinai si distraessero a guardarlo con sorpresa.
Anche se lo hai davanti agli occhi da una vita esiste sempre un momento in cui è in grado di sorprenderti, di lasciarti senza fiato. Chissà quante volte i nemici hanno sperato che le sentinelle si distraessero così per poi attaccare le città dietro la notte.

 Nelle città di mare esiste una magia incontaminata, incastonata nel tempo e nello spazio, dove le presenze e le assenze non sono mai totali. Dal mare ti aspetti sempre che prima o poi ti restituisca o ti porti qualcosa che hai perso o che hai sempre cercato.

In piedi o seduti davanti al mare,  le onde sono flebili o feroci, e chissà dove si rifugiano le persone che vivono lontano dal mare, chissà se sono in grado chiudere gli occhi e sentirlo come capita a chi lo ha sempre avuto davanti e un giorno è costretto ad allontanarsi.




(Spiaggia di Pisciotto, Agosto 2016)


(Spiaggia di Pisciotto. Luglio 2016)

(Spiaggia di Pisciotto. Luglio 2016)



(vista dalla strada sopra la Spiaggia di Pisciotto. Agosto 2016)


(Rocca di San Nicola, Luglio 2016)



martedì 13 marzo 2018

Vendemmiare nei campi confiscati alla mafia

(Feudo Verbumcaudo. Settembre 2017)

Ho scoperto la vendemmia soltanto a 26 anni compiuti, all'alba di un tiepido giorno di Settembre senza ombra. In realtà quel giorno ho scoperto molto di più e oggi voglio raccontarlo.

Mi trovavo a Corleone da un giorno perché dovevo coordinare insieme a Beatrice, per conto dell'Arci (Associazione Ricreativa e Culturale Italiana), un gruppo di ragazzi toscani giunti in Sicilia per prendere parte al progetto di antimafia sociale e legalità democratica "LiberArci dalle Spine", organizzato annualmente grazie alla rete e al supporto di diverse realtà del territorio nazionale, tra cui la "Cooperativa Lavoro e Non Solo", l'Arci Sicilia e l'Arci Toscana e tanti altri partner. Da anni la Cooperativa ospita a Casa Caponnetto, nel cuore di Corleone, migliaia di volontari provenienti da tutta Italia per coltivare le terre sottratte alla mafia, in diversi comuni siciliani, e partecipare ad attività e seminari sull'educazione alla legalità. 
Abbiamo pattuito dei turni delle pulizie e stabilito le nostre regole per creare una convivenza democratica, inclusiva e attenta alle esigenze di tutti.  

Il primo giorno la sveglia suona che fuori dal balcone di Casa Caponnetto è ancora buio. La strada è estremamente silenziosa e le luci gialle dei lampioni illuminano fiocamente i palazzi circostanti. Scendo di sotto perché so già che fuori attende Giovanni con un cornetto alla marmellata caldissimo e morbido. Mentre lo osservo preparare la colazione, tra un caffè, qualche chiacchiera e uno sbadiglio, arrivano gli altri ragazzi. Il primo giorno di vendemmia. 
Dopo un'ora e mezza di strada arriviamo ad una vecchia cascina. L'alba si è appena dissolta e qualcuno mi chiede cosa sia questo posto.
"Questo è Feudo Verbumcaudo, è stato confiscato ai fratelli Greco dal giudice Falcone"
E mentre lo dico non so descrivere cosa provo, riconoscenza, commozione, orgoglio, rabbia, è un guazzabuglio di mille sensazioni.
Raccogliamo da uno stanzino delle casse che carichiamo sul furgoncino e scendiamo ancora per qualche metro. Siamo arrivati al vigneto. 
L'oro del grano investe il verdeggiante vigneto da destra e sinistra, c'è odore di aria pulita e la terra sotto i nostri piedi inizia a riscaldarsi con i primi raggi di sole.
Dopo mezzora fa già molto caldo.
Bernardo, un socio della Cooperativa, ci spiega come procedere, e ci consegna le forbici per la vendemmia. Infiliamo i guanti e iniziamo.
La vendemmia è condivisione e organizzazione. 
"Tu fai quel filare....andiamo a scendere."

"Le ceste lasciatele sotto il vitigno che poi passiamo a prenderle noi".
Da uno stereo portatile fluisce musica di ogni genere, il sole è forte, le mani sono sporche e le vespe assalgono i filari.
Eppure respiriamo tutti una strana e dirompente allegria che neanche la stanchezza riesce a smorzare. Ci stiamo sporcando le mani di terra nei campi di chi un tempo si sporcava le mani di sangue. Stiamo restituendo, insieme ai lavoratori della Cooperativa, un pezzo di terra che per anni è stato negato alla collettività. Il nostro sudore diventerà vino che sarà poi venduto nella Bottega della Legalità di Corleone e distribuito nella rete di acquirenti responsabili creata dalla Cooperativa.
Tra le campagne di Polizzi Generosa, Valledolmo e Vallelunga, nel vigneto Verbumcaudo dedicato adesso a Placido Rizzotto, ad un'ora e mezza di distanza da Corleone, nei terreni confiscati al boss Michele Greco, ci siamo noi, adesso. Tra una risata ed un'altra il tempo vola, abbiamo raccolto già circa cinquanta casse di uva e soddisfatti facciamo ritorno a Casa Caponnetto, un immobile confiscato alla famiglia Grizzaffi, nipoti di Totò Riina.

Siamo parte di una nuova forma di resistenza sociale che nega con forza e convinzione le mafie di ogni tipo, i loro dispositivi violenti e denigranti. Siamo parte di una nuova curiosità che pretende luce, sempre, di una nuova voglia di riscatto che non lascia spazio al timore e al silenzio: non abbiamo bisogno di gridare perché questi piccoli gesti sono in grado di trasformare costantemente tutto ciò che ci circonda e che un tempo era marcio. Lo capiamo ad ogni passo, ad ogni grappolo di uva tagliato, ad ogni colore che scoppia all'improvviso oltre i filari. Le ferite del passato sono cicatrici che trasformiamo in sorrisi.

La storia pesa su ogni pezzo di terra, ma noi voltiamo ogni giorno pagina, scriviamo più forte.
Siamo al centro della storia, della nostra storia, ce ne vogliamo riappropriare come stiamo facendo con le terre, di tutti.

Era il 1891 e nascevano nelle nostre campagne i "Fasci dei Lavoratori", un grande movimento popolare che chiedeva diritti. E si fecero chiamare così perché avevano capito già allora che "un bastone tutti lo rompono, ma un fascio di bastoni chi lo rompe?".

Questo gruppo, questa unione liquida che lega le persone, attraverso il tempo e i mutamenti, i siciliani onesti che ogni mattina costruiscono sopra le macerie, è motivo di orgoglio per me.

Quel giorno di vendemmia ho provato questo. Ho visto tutti quei giovani ragazzi fregarsene del sole scottante, sorridere e scherzare tutti sporchi dove prima non c'era niente, raccogliere frutti nuovi di una storia che stiamo provando a restituire a noi stessi e agli altri, e per un attimo mi sono commossa.
Il sole ha asciugato tutto in fretta, non quella meravigliosa immagine, però.




(Feudo Verbumcaudo. Settembre 2017)


(Feudo Verbumcaudo. Settembre 2017)


(Feudo Verbumcaudo. Settembre 2017)


(Feudo Verbumcaudo. Settembre 2017)


mercoledì 28 febbraio 2018

La linea della felicità


(Stralcio del Lungomare Federico II di Svevia, Gela. Luglio 2017)


In estate mi piace osservare la mia città dal mare. 

La linea della felicità.

Credo che ognuno di noi abbia una visuale di preferenza sulle cose, un balcone sospeso che sceglie di occupare quando gli si chiede di parlare delle cose che ama. 

Il punto è che amare implica conoscenza e, si sa, conoscere davvero qualcosa o qualcuno non è mai così semplice come vorremmo. Significa azzerare le ombre. 
Quando illuminiamo un angolo, però, ne perdiamo un altro. Funziona così. 
Neanche il sole può illuminare tutto contemporaneamente, neppure a mezzogiorno.
Allora, quando mi chiedono di parlare della mia città devo decidere cosa illuminare per gli altri e cosa relegare alla penombra, almeno per quel momento.
Siamo protettivi con ciò che amiamo, io lo sono certamente, e c'è da aggiungere che con le luci faccio fatica. Questo è solo il primo passo. 
Il secondo,in certi casi, è mostrarlo agli altri.
Raccontare qualcosa che si ama è ancora più complicato, specialmente quando ci somiglia, quando il confine è così labile da confondersi.

Noi le costruiamo le città, le abbiamo costruite, e poi loro hanno trasformato noi, così che le loro luci, le loro ombre, finiscono per essere anche le nostre. 

Ricordo che quando ero poco più che un'adolescente una signora mi lesse la mano, giù per strada. Era una cosa che feci per noia, neanche per curiosità, e non prestai molta attenzione alle parole dell'anziana. Mi sfiorava la mano disegnando delle linee e ad un certo punto disse che la mia linea della felicità era lunga e dritta.
Ho osservato più volte la mano e non credo di averla mai trovata. Sembrano tutte abbastanza irregolari e corte.
La spiaggia di Gela, però, vista dal mare è lunghissima e dritta e quando la osservo dimentico tutte le mie stanchezze e i miei dubbi, così ho deciso che se non posso contare sulla mia mano, posso almeno contare su di lei per essere felice. Ogni tanto.


                                                     (La Torre di Manfria, Gela. Luglio 2016)