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sabato 9 giugno 2018

Isola



(Il Golfo di Palermo dal finestrino. Novembre 2016)



Vivere in un'isola, per quanto grande possa essere, ha i suoi pro e i suoi contro.

 Ho scoperto di vivere in un'isola in prima elementare, durante l'ora di Geografia. La maestra ci fece cerchiare la Sicilia con una matita rossa, mentre con quella verde la penisola italiana. Forse qualcuno le chiese perché, non ricordo. Quando tanti anni dopo ritrovai  quella cartina, durante una pulizia generale del garage, ricordo che restai zitta per un po' a riflettere. Rigiravo la cartina fra le mani con uno strano nodo al petto. Ovunque mettessi quella cartina, in qualsiasi posizione la piazzassi, mi sembrava che quei due cerchi fossero una sottile forma di ingiustizia. Sapevo e so bene che le intenzioni della maestra fossero diverse: voleva spiegarci la differenza tra Stato e Regione, collocarci concentricamente in due posti a cui apparteniamo, mostrarci i confini. 
Probabilmente se quel cerchio fosse stato fatto in Liguria, nel Lazio o in Calabria non mi sarei soffermata un attimo a riflettere su questa cosa. Perché sono regioni della penisola, tutte lì, vicine, danno un senso di unità soffusa.
Ma la Sicilia no, c'è il mare tutt'intorno. E non sapevo se quella condizione figurata volesse svelare qualcosa del nostro passato o presagire qualcosa del nostro futuro. 
Non sapevo se quella innata dicotomia vicinanza-distanza significasse isolamento o indipendenza.
Se fosse un premio o una condanna. Non capivo se dal mare potesse arrivare qualcuno o qualcosa di buono, oltre al vento, oltre alle conchiglie e alle imbarcazioni di passaggio. Oltre alle cose che vengono e vanno, mi chiedevo se un'isola, se la mia isola, fosse destinata a far prigionieri o ad essere prigioniera della sua condizione. Qualcuno o qualcosa sarebbe rimasto? 



Ho pensato a tutte le volte che il mare mi aveva rassicurato, durante alcuni tramonti che sembravano fiumi di porpora in fiamme, e a tutte le notti che dalla costa avevo avvistato le luci silenziose degli aerei pieni di gente che andava chissà dove. Ho rivisto lo sguardo indefinito di tutte quelle persone al molo del porto, dove stavano andando? Sembravano così sole, e invece ho capito solo più tardi che c'è differenza tra l'essere soli e il voler stare soli. 
Certe domande non puoi farle se non quando sei da solo, perché non è la risposta che conta, ma il fatto che tu sia riuscito a comporre finalmente la domanda.

Qualche anno fa, il mio prof di Filosofia Contemporanea, durante uno dei suoi tanti monologhi, disse che ogni siciliano convive con un grande dubbio, e cioè se amare o temere il mare lo circonda.



"...da lì sono arrivati i popoli che ci hanno conquistato, da lì sono arrivati i nemici e gli amici, da lì è sempre arrivato tutto."




Se arrivasse un'onda e spazzasse via tutto? Sembra galleggiare indifesa, non sai mai se sia un bastione o un castello di sabbia.




Allora un giorno raccontai di questa mia impressione ad un'amica. le mostrai la cartina, provavo a chiarire i miei pensieri con il solo risultato di confonderli ancor di più. Non riuscivo a coniugare pensieri e linguaggio. Mentre parlavo credevo di impazzire.




E lei non ha capito. O forse sì, solo che non sapevo spiegare neanche lei cosa le suscitasse quell'immagine. 




Io ci penso ancora ogni tanto.

Quando sono in un qualsiasi aeroporto, in attesa di tornare a casa, e poi sull'aereo quando dal finestrino capisco che stiamo per arrivare, intravedo i campi, i monti, la costa scompigliata, e io riconosco subito la mia terra, perché non può essere confusa con nient'altro, e vedo i fari rovinati dalla salsedine che piano piano diventano più grandi, realizzo che quella sarà sempre casa mia, che avrò sempre un'isola su cui tornare, che se un giorno il mondo dovesse crollare noi potremmo salvarci, tutta quella bellezza potrebbe ritirarsi, chiudersi in un pugno e prendere il volo. 



Spostarsi altrove.





venerdì 30 marzo 2018

Il Viandante sul Mar



(Sant'Alessio Siculo e la Calabria, Maggio 2017)


Sant'Alessio Siculo. 
Era maggio dell'anno scorso e vivevo lì da pochissime settimane. L'estate in quelle zone iniziò presto, il caldo era così invadente da spingermi a mare ogni giorno, anche solo per un'ora. È un piccolissimo paese sulla costa ionica in cui l'acqua del mare sembra possedere una dimensione extra spaziale ed extratemporale, lontana dai colori che conosciamo e riusciamo a identificare. Mi è piaciuta sin da subito perché ogni giorno potevi percorrerla interamente a piedi, senza usare alcun mezzo. 
I primi giorni di Maggio la spiaggia era semi deserta e nessun impianto balneare occupava la battigia. Era però in funzione un piccolo chioschetto costruito su una sorta di palafitta verniciata di bianco, La Perla Nera. Spesso, mentre mi accingevo a scrivere al PC, seduta ad uno dei tavoli, sgranocchiavo secchielli di patatine e mi isolavo, se possibile, anche da quell'angolo di paradiso.
Il mare sembrava una tovaglia di seta blu.
Sì, i ciottoli  al posto della sabbia erano scomodi, ma dopo qualche giorno avevo trovato un sistema infallibile per sdraiarmi su di essi senza provare fastidiose fitte di dolore alla schiena, é sempre questione di metodo e di abitudine. Il nostro corpo e la nostra mente sono più duttili di quello che pensiamo, alla fine di tutto. 
Decidevo di sdraiarmi in direzione del sole per catturare meglio i suoi raggi e ottenere un abbronzatura impeccabile prima ancora che l'estate fosse ufficializzata. Era tutto così silenzioso e armonioso. Qualche brusio, una nota zoppa da lontano, eppure quello che avvertivo non era altro che il rumore del vento e delle onde. Il frusciare delle pagine.
 Ogni tanto oziavo in compagnia di un libro che leggevo ad alta voce, perché durante il giorno ero spesso sola e non sentire la mia voce per tutto quel tempo mi faceva soffrire. Sono logorroica, ma in quel paesino ho imparato anche ad assaporare il silenzio.
La mattina presto, dal balcone, riuscivo a scorgere perfettamente le curve della Calabria, la sua costa irregolare e le imbarcazioni  sullo stretto. Era un appuntamento piacevole, io e il vecchietto con il cane.
Tutte le mattine, alle 7.30, lo trovavo di spalle con le braccia incrociate sopra il parapetto del lungomare, lo sguardo fisso verso il mare, e il cane sonnecchiante appollaiato al suo fianco. Mi infondeva una certa forma di  rassicurazione trovarlo lì ogni mattina, anche se in quel lembo di Sicilia tutto sembrava rassicurante e piacevolmente lento. Ogni tanto lo trovavo nella stessa posizione anche la sera. Verso il tramonto. Mi chiedevo come mai fissasse con quella insistenza il mare, ma non ci parlai mai. Lo incrociai diverse volte alla pescheria del corso, anche senza il suo fedele cane, ma non sentii mai la sua voce. Mi sorrideva. 
Avevo un'idea tutta mia di quell'uomo e temevo che sentire la sua voce l'avrebbe distrutta. Lo immaginavo come un eroe solitario, un pescatore pieno di malinconia che, però, aveva sperimentato tanta felicità e, per qualche strana ragione, adesso era tormentato da qualcosa di molto triste. Delle volte quest'idea era così convincente che il solo pensiero mi intristiva. 
Ho sempre avuto una fervida immaginazione.
Una mattina, mentre stendevo i panni ai fili del balcone, mi accorsi che stava ancora lì, nonostante le 7.30 fossero passate da un pezzo. Quel giorno il tempo non era stato misericordioso e ci aveva ricordato che sì, eravamo in Sicilia, ma non era ancora estate. Era una di quelle giornate uggiose che tanto detesto, la nebbia era così fitta da coprire il mare e le falesie circostanti. Eppure lui era nella stessa postazione di sempre e probabilmente fissava un punto indefinito davanti a sé. In quel momento mi sembrò il protagonista de " Il Viandante sul Mar di Nebbia", una delle massime espressioni del romanticismo tedesco. Quell'uomo era così solitario e assorto, si stagliava contro il paesaggio di fronte. Non potevo vedere il suo sguardo ma potevo immaginare dove fosse rivolto. Contemplava le cose davanti a sé muovendosi appena, come se fosse scosso, ogni tanto, da uno spasmo di inquietudine o di meraviglia. Non aveva di certo il portamento teso e fiero del Viandante originale, ma mi sembrò addirittura più poetico. Un po' ricurvo, le gambe messe a caso, ma la testa sollevata con fermezza. 
Da allora mi sono sempre domandata se si fosse mai accorto della mia presenza durante tutte quelle mattine e sono giunta alla conclusione che sì, ne fosse cosciente, e non si voltasse per non mettermi in imbarazzo e farmi sentire una stalker.
Quando Ciccio rientrava dal lavoro e mi chiedeva così avessi fatto raccontavo di quell'appuntamento mattutino con una certa punta di entusiasmo. Non so spiegare neanche il perché trovassi interessante quel momento, probabilmente era un normale intramezzo tra le mie vecchie abitudini e quelle nuove, probabilmente perché era una compagnia silenziosa  e costante, oppure perché mi permetteva di fantasticare sulla sua vita senza interrompermi. Forse perché ci soffermiamo spesso a guardare le persone negli occhi ma tralasciamo di guardare dove vanno i loro occhi. Verso dove. Ma soprattutto con chi.
Quando ci siamo trasferiti nella casa nuova sul corso principale, a fine mese, dal balcone non riuscivo più a scorgere il mare e quella piccola abitudine che avevo costruito nei giorni precedenti fu una delle cose di cui avvertii la mancanza. Chissà che fine fanno gli sconosciuti che senza saperlo ci tengono compagnia, chissà se anche noi, qualche volta, siamo stati una compagnia inconsapevole per qualcuno, se abbiamo fatto parte di spezzoni della loro vita, se gli abbiamo permesso di fantasticare sulle nostre vite, su chi siamo. Chissà se ci hanno azzeccato.


(Il Viandante sul Mare di Sant'Alessio Siculo, Maggio 2017)

(Lungomare di Sant'Alessio Siculo, Giugno 2017)


(Sant'Alessio Siculo, Giugno 2017)
(Sant'Alessio Siculo al chiaro di luna, Maggio 2017)


(Il mare di Sant'Alessio Siculo, Maggio 2017)

giovedì 15 marzo 2018

Nelle città di mare

(Spiaggia di Pisciotto. Agosto 2016)



Come si vive in una città priva di mare?
Me lo domandavo qualche estate fa mentre camminavo sulla battigia della Spiaggia di Pisciotto, vicino Licata, e la Rocca di San Nicola sembrava una foca che aspetta qualcosa di sorprendente  spuntare nel cielo. Passeggiavo tra la gente e mi rendevo conto soltanto allora di quanto fosse lunga la spiaggia. I gabbiani sorvolavano l'isolotto, si davano il cambio con un'organizzazione quasi metodica e volteggiavano intorno alla sua piccola punta di pietra per poi tuffarsi verso la torre di avvistamento lì vicino. Camminavo da circa 15 minuti e non ero ancora arrivata alla Rocca.
Quando ero bambina adoravo ascoltare le storie che gli altri avevano da raccontare sulle cose che mi circondavano e, da brava bambina curiosa, non risparmiavo mai un " Questo cosa è?".
In una di quelle occasioni mi fu raccontata la storia della Rocca secondo la mitologia greca. Nel XIII secolo a.C. era un isolotto e veniva chiamato Inico. A quel tempo la Sicilia era divisa in cerca tre grandi regioni controllate da Sicani, Siculi e Elimi. Si dice che sopra l'estremità dell'isolotto fosse collocata la reggia del re sicano Cocalo e che questi, proprio in quel posto, avesse ospitato Dedalo in fuga da Minosse. Dedalo era infatti un famoso architetto e scultore, responsabile della costruzione del Labirinto dove fu rinchiuso per ordine di Minosse il Minotauro, nato proprio dall'unione tra la moglie del re Minosse e il toro sacro inviato da Poseidone. Il re Minosse vi rinchiuse anche Dedalo, giacché questi era l'unica persona al mondo a conoscere la struttura e, dunque, l'uscita del labirinto. Dedalo riuscì comunque a scappare costruendo delle ali di cera e raggiunse, dopo varie peripezie, la Sicilia. Si narra che quando Minosse giunse alla reggia del re Cocalo per riacciuffare il fuggitivo, Dedalo, aiutato dalle figlie di Cocalo, riuscì ad uccidere Minosse.

La battigia salata, qualche onda, il vento frusciante, camminavo senza rendermi conto di quanto fossi fortunata ad avere sempre un lembo di mare al mio fianco.
Quante storie ci ha restituito la marea, quante cose, quante conchiglie sono diventate collane, ricordi, pezzi di sorrisi.

Quel pomeriggio ero con la mia famiglia e Ciccio.
Andammo anche a Torre di Gaffe, oltre Pisciotto, a bere un caffè nella piccola piazzetta antistante la strada che conduce alla spiaggia.

"Ma ci sono ancora i surfisti?"

L'acqua di Torre di Gaffe cambia colore spesso, dipende tutto dalle correnti che la attraversano. Ha un fascino selvaggio e un sapore delicato e quando non c'è molta gente si avverte una strana musica, come se da qualche parte, oltre le onde, un'orchestra si svegliasse.
Sovrasta la spiaggia un'altra piccola torre di avvistamento che dovrebbe risalire al Seicento.

Anche se è certo che dalle torri si scrutasse l'orizzonte per avvistare navi nemiche, mi piace pensare che anche allora qualcuno ci salisse per osservare il mare baciare la spiaggia di notte. In cerca di domande, di risposte più o meno sensate, o in cerca di sogni, di amori lontani, di affetti sepolti. Chissà se ogni tanto anche i marinai si distraessero a guardarlo con sorpresa.
Anche se lo hai davanti agli occhi da una vita esiste sempre un momento in cui è in grado di sorprenderti, di lasciarti senza fiato. Chissà quante volte i nemici hanno sperato che le sentinelle si distraessero così per poi attaccare le città dietro la notte.

 Nelle città di mare esiste una magia incontaminata, incastonata nel tempo e nello spazio, dove le presenze e le assenze non sono mai totali. Dal mare ti aspetti sempre che prima o poi ti restituisca o ti porti qualcosa che hai perso o che hai sempre cercato.

In piedi o seduti davanti al mare,  le onde sono flebili o feroci, e chissà dove si rifugiano le persone che vivono lontano dal mare, chissà se sono in grado chiudere gli occhi e sentirlo come capita a chi lo ha sempre avuto davanti e un giorno è costretto ad allontanarsi.




(Spiaggia di Pisciotto, Agosto 2016)


(Spiaggia di Pisciotto. Luglio 2016)

(Spiaggia di Pisciotto. Luglio 2016)



(vista dalla strada sopra la Spiaggia di Pisciotto. Agosto 2016)


(Rocca di San Nicola, Luglio 2016)