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domenica 29 luglio 2018

È Vucciria finchè le balate sono bagnate







Io non ho mai letto un libro su Palermo, un libro che spiegasse Palermo, la sua storia, i suoi usi, non ho mai acquistato una guida turistica.
Io Palermo l'ho conosciuta tra le sue strade e i suoi vicoli, nel trambusto delle sue piazze e tra le abbannìate dei suoi mercati, ho capito di amarla il giorno prima della mia laurea. Era luglio ed ero sdraiata sul divano a boccheggiare per via dell'afa e dalle finestre, quando ho sentito il fruttivendolo di sotto parlare a gran voce con la dirimpettaia del secondo piano e il signore dell'edicola rimproverarli.

"Mica siamo alla Vucciria, qui la gente riposa!"

Ed io ho iniziato a piangere piano piano, fino a singhiozzare. Non me ne sono mai vergognata, né mi sentirò mai  stupida per questo.

Ho trascorso a Palermo gli anni più belli della mia vita e non mi pentirò mai di averla scelta. Io me lo ricordo ancora quell'istante esatto in cui Palermo è diventata il mio destino: era estate e dovevo decidere in quale città studiare. Mentre tutti andavano lontano, in città ordinate e composte, io ho sentito di non poter rinunciare al mare, al chiasso, al dialetto, alla fame, alle cose complicate, al mio cuore.
Probabilmente altrove sarebbe stato più semplice, ma non sarei stata felice.
Palermo mi ha costretto spesso ad essere felice anche quando non c'era una ragione per esserlo, mi ha insegnato ad aspettare, a recuperare il cuore dalla gola, a cercare, andare sempre avanti, oltre alle stradine apparentemente brutte, mi ha insegnato che la bellezza reale si annida laddove nessuno la cerca. Quanto ho camminato! A piedi, in moto, in macchina, in treno, nei bus urbani, in bicicletta, l'ho percorsa tutta, mi sono seduta a guardarla. Mi sono innamorata di Palermo di giorno, la domenica, a mare, nei pomeriggi uggiosi, quando la pioggia mi sorprendeva all'improvviso, durante le sere di primavera, un attimo prima del tramonto su via Maqueda, nel bel mezzo dell'alba su Piazza San Domenico, e la notte, le notti in cui si balla stretti tra i vicoli, con la musica che sovrasta ogni respiro, e nessuno può sentirsi solo o lontano. Quelle notti in cui le balate del mercato della Vucciria non si asciugano e la gente s'impasta i piedi e le suole, una distesa di colori e di storie che si intrecciano dinanzi alla Taverna Azzurra, quando canti e balli in mezzo agli sconosciuti e ai passanti e improvvisamente è come se tacitamente tutti avessero accettato di essere diventati amici, almeno una notte. E le guerre di tutti si fermano, si sospende l'odio, il mondo non sembra poi tanto male. Le notti in cui l'odore della stigghiole avvolge tutto e non importa se hai fatto la doccia e dopo puzzerai, quell'odore in piazza Caracciolo, quella musica nel vicolo, non ti lasciano andare. Chiasso. E su, su via Roma, il mondo non ne sa niente.


"Non ho mai visto nulla del genere, cosa è esattamente?"

Una bellezza contaminata da bruttezza, una Palermo, questo, signora, può essere tutto: può essere un non-tempo, un non-luogo, una festa, oppure stasera può essere tutto quello di cui abbiamo bisogno.

Da quanti mostri invisibili mi ha strappato, da quanto silenzio mi ha salvato.

Finché le balate sono bagnate.




domenica 8 aprile 2018

Sul treno regionale



(Stazione di Gole dell'Alcantara, foto scattata nel Settembre 2011)



Mentre il treno arrancava sopra i binari, sbuffavo. Mi sembrava avventuroso fuggire in treno, ma dopo due ore e mezza di viaggio, due cambi in stazioni desolate e due pacchi di cracker riversati nel sedile di fianco per via di curve estreme, la mia idea di fuga in treno era stata declassata da "entusiasmante" a "Vorrei non essere così idiota, devo smetterla di guardare film".

Il fatto è che era una calda giornata di metà maggio del 2010 e io ero letteralmente impazzita. Qualcuno mi aveva davvero fatto imbestialire e il mio concetto di romanticismo tormentato aveva bussato ai miei nervi con una certa insistenza, tanto che ero uscita da scuola con un'ora di anticipo e avevo guidato la mia Nissan fino alla stazione parlando con il vocabolario di greco.

"Dove si fanno i biglietti del treno?" avevo chiesto al tizio del bar.
 Mi aveva indicato se stesso.
Bene, mi ero detta, anche in Sicilia esistono i treni, allora.

Ero diretta a Palermo, a casa di mia cugina che non sapeva niente del mio arrivo, come del resto nessun altro sulla faccia della terra.

Ve l'ho detto, ho una fervida immaginazione e sono più irrazionale delle pubblicità a tradimento sul web.

Durante il viaggio, all'ennesima chiamata dei miei genitori, decisi di risparmiare loro un infarto.

"Ma dove sei che è pronto?!"
"Sopra il treno."
"Alessandra, DOVE SEI???"

Già la voce di mio padre somigliava più a quella di un giudice che ti sta dicendo che ti darà l'ergastolo, col cavolo che vedi il sole, andrai nella cella più gelida e buia dell'inferno.

"Papà, ho bisogno di staccare."

Se ci penso oggi, rido. Ero veramente convinta di soffrire come un cane ed era tutto realmente come nelle commedie. Ma ero maggiorenne, potevo allontanarmi da casa, mi dicevo. 

Mi sentivo come le protagoniste dei miei libri preferiti, eroine del popolo, tragicamente travolte da un destino avverso. 
Nel frattempo la Sicilia scorreva al di là dei vetri del vagone, unti di qualcosa. Distese di grano, la campagna deserta... come il treno, del resto.
Al primo cambio di treno ho pensato: vuoi vedere che sbaglio e torno indietro?
Invece una simpatica vecchietta si è avvicinata e mi ha chiesto quando arrivasse la coincidenza.
A me.
Neanche sapevo che esistessero i treni qui.
Stringeva un fazzoletto colorato tra le dita rugose, tossiva in continuazione, ma aveva lo sguardo gentile. Iniziammo a commentare il tempo. Nel marciapiede di fronte dei signori piuttosto avanti con l'età avevano raggruppato qualche sedia di plastica e un tavolino che un tempo doveva essere bianco e giocavano a carte scambiandosi qualche insulto. Briscola in cinque.
-Totò, a 'bbiare u carricu, u capisti? Ciuzzu è u cumpagno, viri cà fari e ioca!"

Quando fummo sopra il treno mi disse che stava andando a trovare suo figlio a Palermo.
"Un bel ragazzo" commentò sorridendo. 
Iniziò così ad elencare tutte le prelibatezze che gli avrebbe cucinato nei giorni seguenti.
Il controllore ci chiese di mostrare i biglietti con uno sbadiglio allegro. Avvenne tutto con una calma che provai a memorizzare.
Quanto è bella la mia terra.


Nel frattempo io fantasticavo. Il treno andava lentamente, tra gallerie e campagne irrisolte, e riaccendeva in me ogni curiosità per lo spazio circostante. Dall'aereo era sempre stato diverso, perché smettevo di guardare fuori dal finestrino dopo il decollo, come se la cosa non mi riguardasse. Ma sul treno no, mi sembrava che tutto si rivolgesse a me, la mia terra, così stramba e goffa, era come se ne stessimo parlando faccia a faccia, di tutto. Agli argini erbosi delle stradine sembrava che sostasse una parte remota di me stessa che aveva già calpestato quei fiori e conosceva la strada. Quei paesaggi che si ripetevano, l'inconfondibile gobba delle colline e la lentezza delle pale eoliche che spezzavano l'aria e tagliavano il sole, era tutto così lento e irripetibile nella sua sostanza. Al prossimo viaggio la strada sarebbe stata la stessa e il viaggio sarebbe stato diverso. 
Oziavo con la fronte contro il sedile, uno strano senso di incontrollato entusiasmo, il fischio, la stazione. Scivolava come una coperta di seta. Ho avvertito caldo e freddo.

I treni non passano solo una volta, sì, è vero, spesso ritardano, ma passano ancora. Il punto è che pur essendo lo stesso treno, il viaggio sarà un altro. Prenderlo il 18 giugno o il 30 agosto cambierà qualcosa: cambieranno i vicini di posto, i passeggeri, il tempo oltre i finestrini, i colori dei campi, tu.
A volte i treni regionali sono troppo affollati e preferirai non salire. Il controllore un giorno sarà un uomo gentile, un altro un uomo scontroso, e anche questo potrebbe cambiare il tuo viaggio. Allora il punto non è prendere il treno giusto, ma prendere il treno al momento giusto.

mercoledì 4 aprile 2018

Le piazze umane










"Ni virremu a chiazza"

La piazza è un abbraccio, di pietra e balate, uno sprazzo di arte che i cornicioni dei palazzi trattengono dal cielo.

Mentre scivoli sui rivoli di vita e di voci, la musica è così vera che nessun musicista d'eccezione potrebbe ripeterla. Un labirinto di vie e finestre, ti portano lì, una piazza. Una piazza non sarà mai solo uno spazio, un posto, è un luogo di anime, di assenze presenti, c'è qualcosa per tutti: vecchi, bambini e adulti, sognatori, ubriaconi, innamorati, arrabbiati, ballerini, sognatori, malinconici e speranzosi, gente che non ha mai condiviso nulla se non quei luoghi,la stessa vernice, le stesse panchine, gli stessi lampioni, la luce, certi cieli bui, certe note. Gente che non ha mai voluto incontrarsi, eppure sullo stesso marciapiede, lo stesso coro, una birra diversa, i bicchieri che si frantumano, qualche braccio distratto, le cicche sparpagliate, l'odore del cibo, e qualche sogno indefinito oltre alle pareti.

C'è silenzio o si abbannìa.
Ci si sdraia, si balla, si canta, si scappa, ci si ritrova o ci si perde, naufraghi e comandanti, generali liberi, smarriti.

Adagi ricordi di spensieratezza, di sana follia, quanto vorrei vivere in una piazza che non porta da nessuna parte ma dove tutti possono arrivare. 

La protesta, la rivendicazione, il vagito di insensate resistenze che possono sciogliersi in una notte. Una piazza liquida, guarda dritto, guarda in alto, non fa niente se cadi, qualcuno ti raccoglie.
Quelle vite nascoste dalle piazze. Le piazze che scopri all'improvviso, i ballerini di tango quando sfiorano la notte e volteggiano sotto le chiese, la chitarra di uno sconosciuto, quando le saracinesche dei locali si abbassano e vicino la fontana qualcuno balla, quando la vita è deserta e quel vecchietto si lecca le dita per sfogliare meglio il giornale, su quella panchina sbiadita e sbilenca, quando il marciapiede è più comodo del divano e inizi a parlare di cose che poi ti sfuggono, la risata fragorosa del gruppetto lì in fondo, l'alba, se fa freddo, se fa caldo. Se cammini o se stai fermo. Quanta vita scorre nelle piazze, quanti sguardi si confondono.

Le piazze umane.

Quando vuoi conoscere una città cerca le sue piazze, stacci un giorno, o una notte, attraversale e fatti attraversare. Che la vita si annida lì.





venerdì 30 marzo 2018

Il Viandante sul Mar



(Sant'Alessio Siculo e la Calabria, Maggio 2017)


Sant'Alessio Siculo. 
Era maggio dell'anno scorso e vivevo lì da pochissime settimane. L'estate in quelle zone iniziò presto, il caldo era così invadente da spingermi a mare ogni giorno, anche solo per un'ora. È un piccolissimo paese sulla costa ionica in cui l'acqua del mare sembra possedere una dimensione extra spaziale ed extratemporale, lontana dai colori che conosciamo e riusciamo a identificare. Mi è piaciuta sin da subito perché ogni giorno potevi percorrerla interamente a piedi, senza usare alcun mezzo. 
I primi giorni di Maggio la spiaggia era semi deserta e nessun impianto balneare occupava la battigia. Era però in funzione un piccolo chioschetto costruito su una sorta di palafitta verniciata di bianco, La Perla Nera. Spesso, mentre mi accingevo a scrivere al PC, seduta ad uno dei tavoli, sgranocchiavo secchielli di patatine e mi isolavo, se possibile, anche da quell'angolo di paradiso.
Il mare sembrava una tovaglia di seta blu.
Sì, i ciottoli  al posto della sabbia erano scomodi, ma dopo qualche giorno avevo trovato un sistema infallibile per sdraiarmi su di essi senza provare fastidiose fitte di dolore alla schiena, é sempre questione di metodo e di abitudine. Il nostro corpo e la nostra mente sono più duttili di quello che pensiamo, alla fine di tutto. 
Decidevo di sdraiarmi in direzione del sole per catturare meglio i suoi raggi e ottenere un abbronzatura impeccabile prima ancora che l'estate fosse ufficializzata. Era tutto così silenzioso e armonioso. Qualche brusio, una nota zoppa da lontano, eppure quello che avvertivo non era altro che il rumore del vento e delle onde. Il frusciare delle pagine.
 Ogni tanto oziavo in compagnia di un libro che leggevo ad alta voce, perché durante il giorno ero spesso sola e non sentire la mia voce per tutto quel tempo mi faceva soffrire. Sono logorroica, ma in quel paesino ho imparato anche ad assaporare il silenzio.
La mattina presto, dal balcone, riuscivo a scorgere perfettamente le curve della Calabria, la sua costa irregolare e le imbarcazioni  sullo stretto. Era un appuntamento piacevole, io e il vecchietto con il cane.
Tutte le mattine, alle 7.30, lo trovavo di spalle con le braccia incrociate sopra il parapetto del lungomare, lo sguardo fisso verso il mare, e il cane sonnecchiante appollaiato al suo fianco. Mi infondeva una certa forma di  rassicurazione trovarlo lì ogni mattina, anche se in quel lembo di Sicilia tutto sembrava rassicurante e piacevolmente lento. Ogni tanto lo trovavo nella stessa posizione anche la sera. Verso il tramonto. Mi chiedevo come mai fissasse con quella insistenza il mare, ma non ci parlai mai. Lo incrociai diverse volte alla pescheria del corso, anche senza il suo fedele cane, ma non sentii mai la sua voce. Mi sorrideva. 
Avevo un'idea tutta mia di quell'uomo e temevo che sentire la sua voce l'avrebbe distrutta. Lo immaginavo come un eroe solitario, un pescatore pieno di malinconia che, però, aveva sperimentato tanta felicità e, per qualche strana ragione, adesso era tormentato da qualcosa di molto triste. Delle volte quest'idea era così convincente che il solo pensiero mi intristiva. 
Ho sempre avuto una fervida immaginazione.
Una mattina, mentre stendevo i panni ai fili del balcone, mi accorsi che stava ancora lì, nonostante le 7.30 fossero passate da un pezzo. Quel giorno il tempo non era stato misericordioso e ci aveva ricordato che sì, eravamo in Sicilia, ma non era ancora estate. Era una di quelle giornate uggiose che tanto detesto, la nebbia era così fitta da coprire il mare e le falesie circostanti. Eppure lui era nella stessa postazione di sempre e probabilmente fissava un punto indefinito davanti a sé. In quel momento mi sembrò il protagonista de " Il Viandante sul Mar di Nebbia", una delle massime espressioni del romanticismo tedesco. Quell'uomo era così solitario e assorto, si stagliava contro il paesaggio di fronte. Non potevo vedere il suo sguardo ma potevo immaginare dove fosse rivolto. Contemplava le cose davanti a sé muovendosi appena, come se fosse scosso, ogni tanto, da uno spasmo di inquietudine o di meraviglia. Non aveva di certo il portamento teso e fiero del Viandante originale, ma mi sembrò addirittura più poetico. Un po' ricurvo, le gambe messe a caso, ma la testa sollevata con fermezza. 
Da allora mi sono sempre domandata se si fosse mai accorto della mia presenza durante tutte quelle mattine e sono giunta alla conclusione che sì, ne fosse cosciente, e non si voltasse per non mettermi in imbarazzo e farmi sentire una stalker.
Quando Ciccio rientrava dal lavoro e mi chiedeva così avessi fatto raccontavo di quell'appuntamento mattutino con una certa punta di entusiasmo. Non so spiegare neanche il perché trovassi interessante quel momento, probabilmente era un normale intramezzo tra le mie vecchie abitudini e quelle nuove, probabilmente perché era una compagnia silenziosa  e costante, oppure perché mi permetteva di fantasticare sulla sua vita senza interrompermi. Forse perché ci soffermiamo spesso a guardare le persone negli occhi ma tralasciamo di guardare dove vanno i loro occhi. Verso dove. Ma soprattutto con chi.
Quando ci siamo trasferiti nella casa nuova sul corso principale, a fine mese, dal balcone non riuscivo più a scorgere il mare e quella piccola abitudine che avevo costruito nei giorni precedenti fu una delle cose di cui avvertii la mancanza. Chissà che fine fanno gli sconosciuti che senza saperlo ci tengono compagnia, chissà se anche noi, qualche volta, siamo stati una compagnia inconsapevole per qualcuno, se abbiamo fatto parte di spezzoni della loro vita, se gli abbiamo permesso di fantasticare sulle nostre vite, su chi siamo. Chissà se ci hanno azzeccato.


(Il Viandante sul Mare di Sant'Alessio Siculo, Maggio 2017)

(Lungomare di Sant'Alessio Siculo, Giugno 2017)


(Sant'Alessio Siculo, Giugno 2017)
(Sant'Alessio Siculo al chiaro di luna, Maggio 2017)


(Il mare di Sant'Alessio Siculo, Maggio 2017)

giovedì 15 marzo 2018

Nelle città di mare

(Spiaggia di Pisciotto. Agosto 2016)



Come si vive in una città priva di mare?
Me lo domandavo qualche estate fa mentre camminavo sulla battigia della Spiaggia di Pisciotto, vicino Licata, e la Rocca di San Nicola sembrava una foca che aspetta qualcosa di sorprendente  spuntare nel cielo. Passeggiavo tra la gente e mi rendevo conto soltanto allora di quanto fosse lunga la spiaggia. I gabbiani sorvolavano l'isolotto, si davano il cambio con un'organizzazione quasi metodica e volteggiavano intorno alla sua piccola punta di pietra per poi tuffarsi verso la torre di avvistamento lì vicino. Camminavo da circa 15 minuti e non ero ancora arrivata alla Rocca.
Quando ero bambina adoravo ascoltare le storie che gli altri avevano da raccontare sulle cose che mi circondavano e, da brava bambina curiosa, non risparmiavo mai un " Questo cosa è?".
In una di quelle occasioni mi fu raccontata la storia della Rocca secondo la mitologia greca. Nel XIII secolo a.C. era un isolotto e veniva chiamato Inico. A quel tempo la Sicilia era divisa in cerca tre grandi regioni controllate da Sicani, Siculi e Elimi. Si dice che sopra l'estremità dell'isolotto fosse collocata la reggia del re sicano Cocalo e che questi, proprio in quel posto, avesse ospitato Dedalo in fuga da Minosse. Dedalo era infatti un famoso architetto e scultore, responsabile della costruzione del Labirinto dove fu rinchiuso per ordine di Minosse il Minotauro, nato proprio dall'unione tra la moglie del re Minosse e il toro sacro inviato da Poseidone. Il re Minosse vi rinchiuse anche Dedalo, giacché questi era l'unica persona al mondo a conoscere la struttura e, dunque, l'uscita del labirinto. Dedalo riuscì comunque a scappare costruendo delle ali di cera e raggiunse, dopo varie peripezie, la Sicilia. Si narra che quando Minosse giunse alla reggia del re Cocalo per riacciuffare il fuggitivo, Dedalo, aiutato dalle figlie di Cocalo, riuscì ad uccidere Minosse.

La battigia salata, qualche onda, il vento frusciante, camminavo senza rendermi conto di quanto fossi fortunata ad avere sempre un lembo di mare al mio fianco.
Quante storie ci ha restituito la marea, quante cose, quante conchiglie sono diventate collane, ricordi, pezzi di sorrisi.

Quel pomeriggio ero con la mia famiglia e Ciccio.
Andammo anche a Torre di Gaffe, oltre Pisciotto, a bere un caffè nella piccola piazzetta antistante la strada che conduce alla spiaggia.

"Ma ci sono ancora i surfisti?"

L'acqua di Torre di Gaffe cambia colore spesso, dipende tutto dalle correnti che la attraversano. Ha un fascino selvaggio e un sapore delicato e quando non c'è molta gente si avverte una strana musica, come se da qualche parte, oltre le onde, un'orchestra si svegliasse.
Sovrasta la spiaggia un'altra piccola torre di avvistamento che dovrebbe risalire al Seicento.

Anche se è certo che dalle torri si scrutasse l'orizzonte per avvistare navi nemiche, mi piace pensare che anche allora qualcuno ci salisse per osservare il mare baciare la spiaggia di notte. In cerca di domande, di risposte più o meno sensate, o in cerca di sogni, di amori lontani, di affetti sepolti. Chissà se ogni tanto anche i marinai si distraessero a guardarlo con sorpresa.
Anche se lo hai davanti agli occhi da una vita esiste sempre un momento in cui è in grado di sorprenderti, di lasciarti senza fiato. Chissà quante volte i nemici hanno sperato che le sentinelle si distraessero così per poi attaccare le città dietro la notte.

 Nelle città di mare esiste una magia incontaminata, incastonata nel tempo e nello spazio, dove le presenze e le assenze non sono mai totali. Dal mare ti aspetti sempre che prima o poi ti restituisca o ti porti qualcosa che hai perso o che hai sempre cercato.

In piedi o seduti davanti al mare,  le onde sono flebili o feroci, e chissà dove si rifugiano le persone che vivono lontano dal mare, chissà se sono in grado chiudere gli occhi e sentirlo come capita a chi lo ha sempre avuto davanti e un giorno è costretto ad allontanarsi.




(Spiaggia di Pisciotto, Agosto 2016)


(Spiaggia di Pisciotto. Luglio 2016)

(Spiaggia di Pisciotto. Luglio 2016)



(vista dalla strada sopra la Spiaggia di Pisciotto. Agosto 2016)


(Rocca di San Nicola, Luglio 2016)



martedì 13 marzo 2018

Vendemmiare nei campi confiscati alla mafia

(Feudo Verbumcaudo. Settembre 2017)

Ho scoperto la vendemmia soltanto a 26 anni compiuti, all'alba di un tiepido giorno di Settembre senza ombra. In realtà quel giorno ho scoperto molto di più e oggi voglio raccontarlo.

Mi trovavo a Corleone da un giorno perché dovevo coordinare insieme a Beatrice, per conto dell'Arci (Associazione Ricreativa e Culturale Italiana), un gruppo di ragazzi toscani giunti in Sicilia per prendere parte al progetto di antimafia sociale e legalità democratica "LiberArci dalle Spine", organizzato annualmente grazie alla rete e al supporto di diverse realtà del territorio nazionale, tra cui la "Cooperativa Lavoro e Non Solo", l'Arci Sicilia e l'Arci Toscana e tanti altri partner. Da anni la Cooperativa ospita a Casa Caponnetto, nel cuore di Corleone, migliaia di volontari provenienti da tutta Italia per coltivare le terre sottratte alla mafia, in diversi comuni siciliani, e partecipare ad attività e seminari sull'educazione alla legalità. 
Abbiamo pattuito dei turni delle pulizie e stabilito le nostre regole per creare una convivenza democratica, inclusiva e attenta alle esigenze di tutti.  

Il primo giorno la sveglia suona che fuori dal balcone di Casa Caponnetto è ancora buio. La strada è estremamente silenziosa e le luci gialle dei lampioni illuminano fiocamente i palazzi circostanti. Scendo di sotto perché so già che fuori attende Giovanni con un cornetto alla marmellata caldissimo e morbido. Mentre lo osservo preparare la colazione, tra un caffè, qualche chiacchiera e uno sbadiglio, arrivano gli altri ragazzi. Il primo giorno di vendemmia. 
Dopo un'ora e mezza di strada arriviamo ad una vecchia cascina. L'alba si è appena dissolta e qualcuno mi chiede cosa sia questo posto.
"Questo è Feudo Verbumcaudo, è stato confiscato ai fratelli Greco dal giudice Falcone"
E mentre lo dico non so descrivere cosa provo, riconoscenza, commozione, orgoglio, rabbia, è un guazzabuglio di mille sensazioni.
Raccogliamo da uno stanzino delle casse che carichiamo sul furgoncino e scendiamo ancora per qualche metro. Siamo arrivati al vigneto. 
L'oro del grano investe il verdeggiante vigneto da destra e sinistra, c'è odore di aria pulita e la terra sotto i nostri piedi inizia a riscaldarsi con i primi raggi di sole.
Dopo mezzora fa già molto caldo.
Bernardo, un socio della Cooperativa, ci spiega come procedere, e ci consegna le forbici per la vendemmia. Infiliamo i guanti e iniziamo.
La vendemmia è condivisione e organizzazione. 
"Tu fai quel filare....andiamo a scendere."

"Le ceste lasciatele sotto il vitigno che poi passiamo a prenderle noi".
Da uno stereo portatile fluisce musica di ogni genere, il sole è forte, le mani sono sporche e le vespe assalgono i filari.
Eppure respiriamo tutti una strana e dirompente allegria che neanche la stanchezza riesce a smorzare. Ci stiamo sporcando le mani di terra nei campi di chi un tempo si sporcava le mani di sangue. Stiamo restituendo, insieme ai lavoratori della Cooperativa, un pezzo di terra che per anni è stato negato alla collettività. Il nostro sudore diventerà vino che sarà poi venduto nella Bottega della Legalità di Corleone e distribuito nella rete di acquirenti responsabili creata dalla Cooperativa.
Tra le campagne di Polizzi Generosa, Valledolmo e Vallelunga, nel vigneto Verbumcaudo dedicato adesso a Placido Rizzotto, ad un'ora e mezza di distanza da Corleone, nei terreni confiscati al boss Michele Greco, ci siamo noi, adesso. Tra una risata ed un'altra il tempo vola, abbiamo raccolto già circa cinquanta casse di uva e soddisfatti facciamo ritorno a Casa Caponnetto, un immobile confiscato alla famiglia Grizzaffi, nipoti di Totò Riina.

Siamo parte di una nuova forma di resistenza sociale che nega con forza e convinzione le mafie di ogni tipo, i loro dispositivi violenti e denigranti. Siamo parte di una nuova curiosità che pretende luce, sempre, di una nuova voglia di riscatto che non lascia spazio al timore e al silenzio: non abbiamo bisogno di gridare perché questi piccoli gesti sono in grado di trasformare costantemente tutto ciò che ci circonda e che un tempo era marcio. Lo capiamo ad ogni passo, ad ogni grappolo di uva tagliato, ad ogni colore che scoppia all'improvviso oltre i filari. Le ferite del passato sono cicatrici che trasformiamo in sorrisi.

La storia pesa su ogni pezzo di terra, ma noi voltiamo ogni giorno pagina, scriviamo più forte.
Siamo al centro della storia, della nostra storia, ce ne vogliamo riappropriare come stiamo facendo con le terre, di tutti.

Era il 1891 e nascevano nelle nostre campagne i "Fasci dei Lavoratori", un grande movimento popolare che chiedeva diritti. E si fecero chiamare così perché avevano capito già allora che "un bastone tutti lo rompono, ma un fascio di bastoni chi lo rompe?".

Questo gruppo, questa unione liquida che lega le persone, attraverso il tempo e i mutamenti, i siciliani onesti che ogni mattina costruiscono sopra le macerie, è motivo di orgoglio per me.

Quel giorno di vendemmia ho provato questo. Ho visto tutti quei giovani ragazzi fregarsene del sole scottante, sorridere e scherzare tutti sporchi dove prima non c'era niente, raccogliere frutti nuovi di una storia che stiamo provando a restituire a noi stessi e agli altri, e per un attimo mi sono commossa.
Il sole ha asciugato tutto in fretta, non quella meravigliosa immagine, però.




(Feudo Verbumcaudo. Settembre 2017)


(Feudo Verbumcaudo. Settembre 2017)


(Feudo Verbumcaudo. Settembre 2017)


(Feudo Verbumcaudo. Settembre 2017)


sabato 3 marzo 2018

Il Pozzo di Gammazita

(Quadro attribuito a Josquin Desprez)

Novembre 2017.
Mi trovo a Catania per uno scambio giovanile. Sono qui già da qualche giorno e, tra una sessione di workshop mattutina ed una pomeridiana, il tempo per visitare la città è veramente poco. Anche se sono già stata un'infinità di volte a Catania, non posso dire di conoscerla perfettamente. Quando ci comunicano che Giovedì avremo un'intera giornata di tempo libero, iniziano tutti a progettare cosa fare, dove andare e quale mezzo noleggiare. Volano i primi nomi: Etna (visitata oltre dieci volte), Siracusa (ci sono stata qualche mese fa), Taormina (la conosco fin troppo bene), letto (odio dormire). 
Si dividono tutti tra le prime due mete. 
Ora, io sono estremamente socievole, ma quando vado in esplorazione preferisco andare sola e non soffrire l'indecisione o la fretta altrui. Ecco che trascorrerò buona parte del mio giorno libero a Catania. Sola.

Alle 9.30 varco il portone dell'ostello e mi perdo tra i vicoli e le strade della città sotto un insolito sole cocente e munita della mia fotocamera. Vado un po' ovunque, entro nelle chiese, mi addentro tra i tendoni dei mercati, nei palazzi antichi, perlustro addirittura l'Archivio Storico di Stato senza capirci nulla. Un simpatico vecchietto di tanto in tanto mi controlla, o forse non riesce a credere che io possa realmente essere interessata all'Archivio.  Mi fa cenni con le mani come a dire " continui pure" e il suo sguardo indugia sul tetto  per qualche istante. Non c'è nessun altro visitatore a parte me. Probabilmente perché è quasi ora di pranzo e dovrei già essere dentro un panino. 
Saluto, scendo a due a due i gradoni e mi fiondo nel primo panificio lì vicino.
Mentre addento il panino controllo il mio smartphone alla ricerca di qualche altro posto da visitare. 
Il Pozzo di Gammazita.
Clicco sull'icona nello schermo e spulcio un po' per il sito. Da qualche parte qui vicino c'è un'associazione che  organizza dei tour giù per il pozzo. E ovviamente a quell'ora è chiusa.
Scorro la decrizione velocemente.
Il nome del pozzo non è casuale, anche su di lui aleggia una leggenda. Mi emoziono, io stalkerizzo le leggende.
Secondo il racconto Gammazita era una giovane donna dal bellissimo aspetto e perciò corteggiata da molti uomini, in particolar modo da uno, un cavaliere francese. Questi era molto insistente con la giovane che, però, non intendeva cedere alle sue richieste, nonostante ne fosse invaghita, giacchè "non intendeva cadere nel disonore" prima di un fidanzamento e un matrimonio ufficiali. Quindi cadde nel pozzo. Anzi si lanciò giù nel pozzo.
Alcuni dicono che il cavaliere francese fosse stato in realtà inviato da una rivale in amore, Macalda, ricca e affascinante donna catanese (e mica tanto se doveva ricorrere a questi stratagemmi), la quale era innamorata del suo giovane paggio senza essere ricambiata. Questi, infatti, si era da tempo innamorato di Gammazita. Macalda aveva inviato il cavaliere francese alla corte di Gammazita affinchè questi riuscisse nell'intento di disonorarla, così da allontanare  per sempre  il paggio da Gammazita, porre fine al loro amore e far sì che egli tornasse alla corte di Macalda.
Ormai devo vederlo.
Ma nessuno mi sa indicare esattamente il posto. Sembra che pochissimi catanesi conoscano la sua posizione, alcuni ignorano la sua esistenza e mi guardano come se stessi provando a vedergli un unicorno.
Mi perdo almeno dieci volte. So che è qui vicino, perché nella mappa è veramente a pochissimi passi dal Castello Ursino, ma io davvero non vedo nessun dannato pozzo. Dopo un'ora decido che è meglio bere un caffè al mercato del pesce, a piscarìa, che a quest'ora è ormai semivuoto. Al chioschetto il tipo mi riconosce. Praticamente ci sono andata ogni mattina fino ad oggi perché la mattina presto il mercato è uno spettacolo di abbannìate e vocioni, di sorrisi e di frenesia. 

"Ma sei ancora qui?" e sorride afferrando una tazzina dallo scolapiatti.

Lo guardo affranta "Sì, oggi sto esplorando un pochino la città."

"Dove sei stata?"

Glielo dico e poi aggiungo "...volevo vedere anche il Pozzo di Gammazita ma l'unica cosa che sono riuscita a trovare che possa somigliare ad un pozzo sono i tombini. Ma è possibile che raggiungo il posto indicato dalla mappa e non c'è niente?"

" 'Che ti vuoi lanciare anche tu di sotto?"

"Veramente un ottimo consiglio... Ma tu sai dove si trova?"

E dal suo sorriso direi proprio di sì!

Lascia il bar al suo collega, mi fa cenno di seguirlo e si incammina. Mi dice che quel pozzo lo conoscono davvero in pochi a Catania, perché non è in una piazza o in una strada principale.

"...si trova dentro un cortile privato. Vedi...adesso giriamo e siamo praticamente arrivati. Dobbiamo suonare a qualcuno perché sennò come facciamo, devi attaccarti al campanello e forse qualcuno ti apre. Ma tu diglielo che vuoi vedere il pozzo."

Costeggiamo per qualche secondo un muretto che divide la strada dai binari della ferrovia e sbuchiamo in una piccola piazzetta accerchiata da vecchi palazzi di pietra. Dai fili di un balcone cade giù qualche goccia d'acqua. Qualcuno deve avere appena steso i vestiti, penso, quindi suoniamo al campanello che dovrebbe corrispondere a quell'interno.
Dopo qualche secondo si affaccia al balcone una signora con dei grossi occhiali rotondi.
Non le lascio il tempo di dire nulla: " Signora, salve, potrebbe aprir..."
"No, signorì, non ne vogliamo libri di Geova, cà semmu tutti cristiani"

Mi ha scambiata per una testimone di Geova, l'adoro.

"Signora, non sono qui per venderle un libro, vorrei vedere il Pozzo di Gammazita, sarebbe così gentile da aprire il cancello? Giuro che guardo, scatto una foto e vado via. Non la disturbo più dopo"

Sembra che stia per dire qualcosa, esita, ma alla fine entra senza dire nulla.
"Sarà sorda, boh", mi dice il tipo del chioschetto. Nello stesso istante un trillo: ha aperto il portone. 
Quando entro lei è già affacciata alla finestra che affaccia direttamente sul cortile e mi fissa.
Giuro che l'adoro.
Il tipo del chiosco saluta, "Ci vediamo domani, solito caffè stretto, mi raccomando", e va via con un sorriso che gli occupa tutto il viso.
Il pozzo non è come quelli che si vedono nei cartoni: è profondissimo e ha delle scale.
Faccio qualche foto dall'alto, scendo giù, mi soffermo sulle ripide gradinate. Improvvisamente penso a quante persone prima di me, fin dal 1200 circa, avranno calpestato queste scale e poi alla giovane Gammazita. Il pozzo è molto profondo. Doveva essere decisamente brutto quel cavaliere francese.

« Tu di lu cori sì la calamita
La mia palora non si cancia e muta;
Ti l'hè juratu e ti saroggiu zzita,
Chista mè porta ppi l'autri è chiujuta:
Cala li manu si mi voi pi zzita,
l'ura di stari 'nzemi 'un è vinuta:
si cchiù mi tocchi, comu Gammazita,
Mi vidi 'ntra lu puzzu sippilluta"

(L. Vigo, Opere - Raccolta amplissima di canti popolari siciliani, vol. II, Tip. Galatola, Catania 1870-74)



Per visitare il Pozzo di Gammazita e ricevere altre informazioni consultare il seguente link: https://www.gammazita.it/

mercoledì 28 febbraio 2018

La linea della felicità


(Stralcio del Lungomare Federico II di Svevia, Gela. Luglio 2017)


In estate mi piace osservare la mia città dal mare. 

La linea della felicità.

Credo che ognuno di noi abbia una visuale di preferenza sulle cose, un balcone sospeso che sceglie di occupare quando gli si chiede di parlare delle cose che ama. 

Il punto è che amare implica conoscenza e, si sa, conoscere davvero qualcosa o qualcuno non è mai così semplice come vorremmo. Significa azzerare le ombre. 
Quando illuminiamo un angolo, però, ne perdiamo un altro. Funziona così. 
Neanche il sole può illuminare tutto contemporaneamente, neppure a mezzogiorno.
Allora, quando mi chiedono di parlare della mia città devo decidere cosa illuminare per gli altri e cosa relegare alla penombra, almeno per quel momento.
Siamo protettivi con ciò che amiamo, io lo sono certamente, e c'è da aggiungere che con le luci faccio fatica. Questo è solo il primo passo. 
Il secondo,in certi casi, è mostrarlo agli altri.
Raccontare qualcosa che si ama è ancora più complicato, specialmente quando ci somiglia, quando il confine è così labile da confondersi.

Noi le costruiamo le città, le abbiamo costruite, e poi loro hanno trasformato noi, così che le loro luci, le loro ombre, finiscono per essere anche le nostre. 

Ricordo che quando ero poco più che un'adolescente una signora mi lesse la mano, giù per strada. Era una cosa che feci per noia, neanche per curiosità, e non prestai molta attenzione alle parole dell'anziana. Mi sfiorava la mano disegnando delle linee e ad un certo punto disse che la mia linea della felicità era lunga e dritta.
Ho osservato più volte la mano e non credo di averla mai trovata. Sembrano tutte abbastanza irregolari e corte.
La spiaggia di Gela, però, vista dal mare è lunghissima e dritta e quando la osservo dimentico tutte le mie stanchezze e i miei dubbi, così ho deciso che se non posso contare sulla mia mano, posso almeno contare su di lei per essere felice. Ogni tanto.


                                                     (La Torre di Manfria, Gela. Luglio 2016)

martedì 27 febbraio 2018

A Truvatura


(Dal Belvedere di Forza D'Agrò, Maggio 2017)


Maggio 2017, praticamente estate. Dobbiamo cercare una casa in affitto per Ciccio che ha trovato un nuovo lavoro nella provincia di Messina.

La sera prima salutiamo gli amici di Gela come se stessimo partendo per New York e la mattina del 2 Maggio siamo già in viaggio. Abbiamo la macchina carica di bagagli perché noi siamo fiduciosi: troveremo subito una casa e potremmo trasferirci subito.Il sole brucia la pelle come se fosse Agosto e all'autogrill dell'A18, mentre sorseggiamo il quinto caffè della giornata, un barista ci chiede dove siamo diretti. Ha sentito che ci stiamo trasferendo (ma davvero?).

"Nei pressi di Sant'Alessio Siculo, qui vicino".

Annuisce come se gli avessimo appena confidato qualcosa che già sapeva. Usciamo dall'autostrada in direzione Taormina e commettiamo il primo errore: a fine mese Taormina ospiterò il G7 e i suoi dintorni sono un cantiere a cielo aperto, dobbiamo tornare indietro e imboccare un'altra entrata. Dopo qualche minuto, dalla strada provinciale che costeggia il mare, intravediamo un'altissima scogliera e, sospeso tra il cielo e il mare, un imponente castello. I cartelli sbiaditi lungo la strada ci informano che siamo giunti a destinazione.


(Lungomare di Sant'Alessio Siculo. Maggio 2017)


La nostra prima ricerca a Sant'Alessio procede frenetica ma priva di successo. Ci spostiamo nella vicina Letojanni, in direzione Taormina. Anche qui, esito negativo. 
Iniziamo a guardarci intorno. Tornati a Sant'Alessio, ad un bar, ci dicono che Forza D'Agrò ("...quel coso lì sopra") ci sono molte case in affitto e che i pullman collegano bene il borgo con i paesini limitrofi. 
Con la macchina ci arrampichiamo per le stradine del promontorio, davanti a noi un tizio con uno scooter sembra sfidare le leggi della gravità e noi lo assecondiamo. Impossibile azzardare sorpassi in quei tornanti. Quando arriviamo su è quasi amore.
Dal belvedere è un esteso manto di verde e di azzurro, puntigliato qua e là dai colori dei fiori primaverili e attraversato dalla SS114, che da qua sopra pare una minuscola arteria musicale. 
Alla pizzeria "Antichi Muri", al centro di una piazzetta medievale, un signore ci racconta una leggenda popolare che la gente del posto conosce con il nome de " I truvature".

I truvature erano dei luoghi nascosti dove erano stati conservati ricchissimi tesori sui quali vigilava l’anima di un defunto, ucciso sul luogo per l’occasione, al quale veniva affidato il compito di proteggere la grande ricchezza. Ancora si raccontava che per giungere al tesoro fosse indispensabile entrare nelle grazie di quest’anima, cercando la "truvatura", ossia il modo di corrompere il guardiano, che a sua volta sperava di essere liberato da questa condanna eterna. 
"Si dice che ogni tanto venisse in sogno alla gente per dare loro indicazioni su come arrivare al tesoro. Però era difficile lo stesso, perchè spesso si dovevano riunire tutte le persone che avevano fatto lo stesso sogno" e spinge indietro la mano ridendo e sospirando. 
"Signorì, cu cerca sordi cerca guai. Pì mìa a truvatura  è chista", allarga le braccia di fronte a sè e le rughe intorno agli occhi si arricciano in un sorriso che parte da dentro.
"Famiglia, silenzio, buon cibo, arte, mare e aria fresca, chiste su i truvature, se lo faccia dire da me che sono vecchio".


Un'ora dopo, mentre osserviamo le sottili increspature del mare di sotto e il vento ci accarezza, tra uno sbadiglio ed un abbraccio, penso a quanto abbia ragione il vecchietto. E mi godo a truvatura.



(L'Arco Durazzesco e la Chiesa della Santissima Trinità,
 Forza d'Agrò.
Maggio 2017)

(Dal Belvedere di Forza D'Agrò, Maggio 2017)

Per conoscere meglio le bellezze di Forza d'Agrò consultare il sito: http://www.forzadagro.net/



lunedì 26 febbraio 2018

Dai tetti di Palermo

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)

(Tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017.
Foto di Maria Luisa Sanfilippo)
 Quando mi fermo in un angolo della città e alzo lo sguardo i tetti mi sembrano l'unico confine possibile con il cielo.

Quando sono salita la prima volta su un tetto a Palermo, la città che mi ha ospitato per sei emozionanti anni, era notte. Credo si trattasse di una fresca notte del Dicembre del 2013. Un'amica ci disse di seguirla a casa sua dopo una festa. La casa era in una delle strade del centro storico, a due passi dalla cattedrale. Ci arrampicammo per le scale di quell'antico e freddo palazzo continuando a commentare la festa e a ridere. Prima di aprire la porta ci disse chiaramente che casa sua era un tremendo caos e che avremmo potuto fumare in cucina.

"Ma se volete, potete andare in terrazza!"

Ebbene, la prima sigaretta la consumammo al caldo del divano, tra una birra sottocosto e un digestivo alla liquirizia, la seconda decisi invece di fumarla qualche minuto più tardi in terrazza. 
                                    
Eccola Palermo.
          
Una delicata distesa di luci, di ombre appannate, di dettagli censurati dal buio e di insolite rivelazioni.
La costa frammentata sembrava più vicina, Monte Pellegrino sembrava un anziano che fissa da lontano i nipotini giocare a nascondino.
In quel preciso istante, sporgendomi oltre il parapetto di pietra, pensai a quanto fosse diversa e misteriosa Palermo vista da quel tetto pieno di crepe. Guardai verso il basso e mi sembrò di poterla afferrare e contemporaneamente realizzai che mi sarebbe comunque sfuggita. Dai tetti si poteva guardare anche verso l'alto senza comunque perdere di vista la città. I monti si stagliavano pigramente intorno a noi, il cielo sembrava suggerire cosa stesse accadendo di sotto e la sensazione era contrastante, come se la città fosse stata esclusa dal mondo.

Dicono che un silenzio così si ascolta poche volte nella vita. 

Nel corso degli anni successivi fui molto fortunata perché mi capitò di sentirlo ancora ma non posso testimoniarlo perché nessuna foto, nessun video o registrazione sono in grado di catturare certi tipi di silenzio.

Qualche anno dopo quella sera il proprietario della casa in cui vivevo disse a me e alle mie coinquiline di allora che avremmo dovuto lasciare la casa perché intenzionato a vendere. Iniziò una tortuosa e stancante ricerca del nuovo appartamento da dividere, non senza imprecazioni di ogni tipo e piani di vendetta poi sfumati. Quando stavamo per perdere le speranze ecco che Cristiana mi disse che avremmo potuto visitare un appartamento in centro che prometteva bene. La casa non era un granché, le foto avevano ingannato le nostre aspettative ma ci fu un particolare che catturò l'attenzione di entrambe e ci mise in crisi per qualche ora: la terrazza.
Si snodava tra i vicoli, si sporgeva sui tetti vicini e da lì era possibile vedere tutte le cupole di Palermo. Inutile dire che passammo le seguenti ore a ragionare sui pro e i contro e  che la lista dei pro continuava a mantenere un solo punto, il tetto appunto. Fu comunque una delle visite più piacevoli che caratterizzarono quella ricerca disperata e ogni tanto immagino i nuovi inquilini fare colazione lì, beatamente rilassati, mentre mangiano una granita al limone e sorseggiano del caffè tiepido. 

Ma sui tetti di Palermo sono salita ancora, di sera, di giorno, al tramonto, ma anche all'alba. 

Dai tetti si dovrebbe sovrastare la città, succede così in quasi tutte le parti del mondo, non a Palermo. Dai suoi tetti catturi ciò che di più profondo e indefinito possa offrirti questo lembo di terra, così che quando scenderai giù non potrai più abbandonarla.

Come quel pomeriggio di Ottobre in cui guardai Maria Luisa e "Ma saliamo sul tetto della Cattedrale?".
Marilù è la compagna perfetta per questo genere di avventure, non dice mai di no, anzi è sempre entusiasta. Potresti proporle di prendere un aereo last minute per l'Islanda mentre è in atto una tormenta di neve o uno tsunami e ti direbbe comunque sì. Non per niente è mia amica. Fu un pomeriggio pieno di scoperte. Ci sorprese il crepuscolo mentre scattavamo l'ennesima foto continuando a ripetere quanto fosse immensa la nostra città.

Dai tetti di Piazza San Domenico, da quelli del Monastero di Santa Caterina, dal tetto della Torre di San Niccolò, da quelli che costeggiano le piazze e i mercati rionali, dai balconi pieni di crepe, quando andrete a Palermo salite su un tetto, il più alto che trovate, e cercate quel silenzio di cui vi parlavo.

Ma se volete un consiglio sincero, ascoltate: salite sopra il Monte Pellegrino di notte, è quello l'unico tetto da cui sentirete scorrere come un brivido sulla pelle una delle Palermo più autentiche.


N.B: I tetti della Cattedrale di Palermo sono visitabili ogni giorno dietro il pagamento di una piccola cifra. Occasionalmente è possibile visitarli anche durante le ore dopo il crepuscolo. Per gli altri tetti noti allego i link di riferimento dove è possibile trovare orari, costi del biglietto e offerte:





           
(La Cattedrale di Palermo di notte. Foto di Chiara Mancino)


(Dalle terrazze di Piazza San Domenico. Novembre 2017)

(I tetti della Cattedrale di Palermo. Foto di Angela Sirugo)

(Piazza San Domenico vista dalle Terrazze della Rinascente.
Foto di Angela Sirugo)

(Sui tetti del Centro Storico, Febbraio 2016.
Foto di Cristiana Cucciardi)

(Dai tetti del Centro Storico. Foto di Margy Sakura)


























(Dai tetti del Centro Storico. Foto di Margy Sakura)




















(Piazza San Domenico dalle Terrazze della Rinascente. Novembre 2017)
(Dai balconi del Mercato del Capo. Maggio 2017)

(Dai tetti della Cattedrale. Ottobre 2017)

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)

(Dal tetto naturale di Palermo: Monte Pellegrino.
Foto di Chiara Mancino)

(Il Teatro Politeama dai tetti. Foto di Chiara Mancino)



(Dai tetti della Cattedrale. Ottobre 2017)

(Dai tetti di Piazza Castelnuovo. Foto di Chiara Mancino)


(Dai tetti del Monastero di Santa Caterina.
Foto di Massimo Arculeo)




















































(Dal tetto del Monastero di Santa Caterina,
Palermo, Autunno 2017. Foto di Massimo Arculeo)

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)