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domenica 29 luglio 2018

È Vucciria finchè le balate sono bagnate







Io non ho mai letto un libro su Palermo, un libro che spiegasse Palermo, la sua storia, i suoi usi, non ho mai acquistato una guida turistica.
Io Palermo l'ho conosciuta tra le sue strade e i suoi vicoli, nel trambusto delle sue piazze e tra le abbannìate dei suoi mercati, ho capito di amarla il giorno prima della mia laurea. Era luglio ed ero sdraiata sul divano a boccheggiare per via dell'afa e dalle finestre, quando ho sentito il fruttivendolo di sotto parlare a gran voce con la dirimpettaia del secondo piano e il signore dell'edicola rimproverarli.

"Mica siamo alla Vucciria, qui la gente riposa!"

Ed io ho iniziato a piangere piano piano, fino a singhiozzare. Non me ne sono mai vergognata, né mi sentirò mai  stupida per questo.

Ho trascorso a Palermo gli anni più belli della mia vita e non mi pentirò mai di averla scelta. Io me lo ricordo ancora quell'istante esatto in cui Palermo è diventata il mio destino: era estate e dovevo decidere in quale città studiare. Mentre tutti andavano lontano, in città ordinate e composte, io ho sentito di non poter rinunciare al mare, al chiasso, al dialetto, alla fame, alle cose complicate, al mio cuore.
Probabilmente altrove sarebbe stato più semplice, ma non sarei stata felice.
Palermo mi ha costretto spesso ad essere felice anche quando non c'era una ragione per esserlo, mi ha insegnato ad aspettare, a recuperare il cuore dalla gola, a cercare, andare sempre avanti, oltre alle stradine apparentemente brutte, mi ha insegnato che la bellezza reale si annida laddove nessuno la cerca. Quanto ho camminato! A piedi, in moto, in macchina, in treno, nei bus urbani, in bicicletta, l'ho percorsa tutta, mi sono seduta a guardarla. Mi sono innamorata di Palermo di giorno, la domenica, a mare, nei pomeriggi uggiosi, quando la pioggia mi sorprendeva all'improvviso, durante le sere di primavera, un attimo prima del tramonto su via Maqueda, nel bel mezzo dell'alba su Piazza San Domenico, e la notte, le notti in cui si balla stretti tra i vicoli, con la musica che sovrasta ogni respiro, e nessuno può sentirsi solo o lontano. Quelle notti in cui le balate del mercato della Vucciria non si asciugano e la gente s'impasta i piedi e le suole, una distesa di colori e di storie che si intrecciano dinanzi alla Taverna Azzurra, quando canti e balli in mezzo agli sconosciuti e ai passanti e improvvisamente è come se tacitamente tutti avessero accettato di essere diventati amici, almeno una notte. E le guerre di tutti si fermano, si sospende l'odio, il mondo non sembra poi tanto male. Le notti in cui l'odore della stigghiole avvolge tutto e non importa se hai fatto la doccia e dopo puzzerai, quell'odore in piazza Caracciolo, quella musica nel vicolo, non ti lasciano andare. Chiasso. E su, su via Roma, il mondo non ne sa niente.


"Non ho mai visto nulla del genere, cosa è esattamente?"

Una bellezza contaminata da bruttezza, una Palermo, questo, signora, può essere tutto: può essere un non-tempo, un non-luogo, una festa, oppure stasera può essere tutto quello di cui abbiamo bisogno.

Da quanti mostri invisibili mi ha strappato, da quanto silenzio mi ha salvato.

Finché le balate sono bagnate.




sabato 9 giugno 2018

Isola



(Il Golfo di Palermo dal finestrino. Novembre 2016)



Vivere in un'isola, per quanto grande possa essere, ha i suoi pro e i suoi contro.

 Ho scoperto di vivere in un'isola in prima elementare, durante l'ora di Geografia. La maestra ci fece cerchiare la Sicilia con una matita rossa, mentre con quella verde la penisola italiana. Forse qualcuno le chiese perché, non ricordo. Quando tanti anni dopo ritrovai  quella cartina, durante una pulizia generale del garage, ricordo che restai zitta per un po' a riflettere. Rigiravo la cartina fra le mani con uno strano nodo al petto. Ovunque mettessi quella cartina, in qualsiasi posizione la piazzassi, mi sembrava che quei due cerchi fossero una sottile forma di ingiustizia. Sapevo e so bene che le intenzioni della maestra fossero diverse: voleva spiegarci la differenza tra Stato e Regione, collocarci concentricamente in due posti a cui apparteniamo, mostrarci i confini. 
Probabilmente se quel cerchio fosse stato fatto in Liguria, nel Lazio o in Calabria non mi sarei soffermata un attimo a riflettere su questa cosa. Perché sono regioni della penisola, tutte lì, vicine, danno un senso di unità soffusa.
Ma la Sicilia no, c'è il mare tutt'intorno. E non sapevo se quella condizione figurata volesse svelare qualcosa del nostro passato o presagire qualcosa del nostro futuro. 
Non sapevo se quella innata dicotomia vicinanza-distanza significasse isolamento o indipendenza.
Se fosse un premio o una condanna. Non capivo se dal mare potesse arrivare qualcuno o qualcosa di buono, oltre al vento, oltre alle conchiglie e alle imbarcazioni di passaggio. Oltre alle cose che vengono e vanno, mi chiedevo se un'isola, se la mia isola, fosse destinata a far prigionieri o ad essere prigioniera della sua condizione. Qualcuno o qualcosa sarebbe rimasto? 



Ho pensato a tutte le volte che il mare mi aveva rassicurato, durante alcuni tramonti che sembravano fiumi di porpora in fiamme, e a tutte le notti che dalla costa avevo avvistato le luci silenziose degli aerei pieni di gente che andava chissà dove. Ho rivisto lo sguardo indefinito di tutte quelle persone al molo del porto, dove stavano andando? Sembravano così sole, e invece ho capito solo più tardi che c'è differenza tra l'essere soli e il voler stare soli. 
Certe domande non puoi farle se non quando sei da solo, perché non è la risposta che conta, ma il fatto che tu sia riuscito a comporre finalmente la domanda.

Qualche anno fa, il mio prof di Filosofia Contemporanea, durante uno dei suoi tanti monologhi, disse che ogni siciliano convive con un grande dubbio, e cioè se amare o temere il mare lo circonda.



"...da lì sono arrivati i popoli che ci hanno conquistato, da lì sono arrivati i nemici e gli amici, da lì è sempre arrivato tutto."




Se arrivasse un'onda e spazzasse via tutto? Sembra galleggiare indifesa, non sai mai se sia un bastione o un castello di sabbia.




Allora un giorno raccontai di questa mia impressione ad un'amica. le mostrai la cartina, provavo a chiarire i miei pensieri con il solo risultato di confonderli ancor di più. Non riuscivo a coniugare pensieri e linguaggio. Mentre parlavo credevo di impazzire.




E lei non ha capito. O forse sì, solo che non sapevo spiegare neanche lei cosa le suscitasse quell'immagine. 




Io ci penso ancora ogni tanto.

Quando sono in un qualsiasi aeroporto, in attesa di tornare a casa, e poi sull'aereo quando dal finestrino capisco che stiamo per arrivare, intravedo i campi, i monti, la costa scompigliata, e io riconosco subito la mia terra, perché non può essere confusa con nient'altro, e vedo i fari rovinati dalla salsedine che piano piano diventano più grandi, realizzo che quella sarà sempre casa mia, che avrò sempre un'isola su cui tornare, che se un giorno il mondo dovesse crollare noi potremmo salvarci, tutta quella bellezza potrebbe ritirarsi, chiudersi in un pugno e prendere il volo. 



Spostarsi altrove.





mercoledì 4 aprile 2018

Le piazze umane










"Ni virremu a chiazza"

La piazza è un abbraccio, di pietra e balate, uno sprazzo di arte che i cornicioni dei palazzi trattengono dal cielo.

Mentre scivoli sui rivoli di vita e di voci, la musica è così vera che nessun musicista d'eccezione potrebbe ripeterla. Un labirinto di vie e finestre, ti portano lì, una piazza. Una piazza non sarà mai solo uno spazio, un posto, è un luogo di anime, di assenze presenti, c'è qualcosa per tutti: vecchi, bambini e adulti, sognatori, ubriaconi, innamorati, arrabbiati, ballerini, sognatori, malinconici e speranzosi, gente che non ha mai condiviso nulla se non quei luoghi,la stessa vernice, le stesse panchine, gli stessi lampioni, la luce, certi cieli bui, certe note. Gente che non ha mai voluto incontrarsi, eppure sullo stesso marciapiede, lo stesso coro, una birra diversa, i bicchieri che si frantumano, qualche braccio distratto, le cicche sparpagliate, l'odore del cibo, e qualche sogno indefinito oltre alle pareti.

C'è silenzio o si abbannìa.
Ci si sdraia, si balla, si canta, si scappa, ci si ritrova o ci si perde, naufraghi e comandanti, generali liberi, smarriti.

Adagi ricordi di spensieratezza, di sana follia, quanto vorrei vivere in una piazza che non porta da nessuna parte ma dove tutti possono arrivare. 

La protesta, la rivendicazione, il vagito di insensate resistenze che possono sciogliersi in una notte. Una piazza liquida, guarda dritto, guarda in alto, non fa niente se cadi, qualcuno ti raccoglie.
Quelle vite nascoste dalle piazze. Le piazze che scopri all'improvviso, i ballerini di tango quando sfiorano la notte e volteggiano sotto le chiese, la chitarra di uno sconosciuto, quando le saracinesche dei locali si abbassano e vicino la fontana qualcuno balla, quando la vita è deserta e quel vecchietto si lecca le dita per sfogliare meglio il giornale, su quella panchina sbiadita e sbilenca, quando il marciapiede è più comodo del divano e inizi a parlare di cose che poi ti sfuggono, la risata fragorosa del gruppetto lì in fondo, l'alba, se fa freddo, se fa caldo. Se cammini o se stai fermo. Quanta vita scorre nelle piazze, quanti sguardi si confondono.

Le piazze umane.

Quando vuoi conoscere una città cerca le sue piazze, stacci un giorno, o una notte, attraversale e fatti attraversare. Che la vita si annida lì.





martedì 13 marzo 2018

Vendemmiare nei campi confiscati alla mafia

(Feudo Verbumcaudo. Settembre 2017)

Ho scoperto la vendemmia soltanto a 26 anni compiuti, all'alba di un tiepido giorno di Settembre senza ombra. In realtà quel giorno ho scoperto molto di più e oggi voglio raccontarlo.

Mi trovavo a Corleone da un giorno perché dovevo coordinare insieme a Beatrice, per conto dell'Arci (Associazione Ricreativa e Culturale Italiana), un gruppo di ragazzi toscani giunti in Sicilia per prendere parte al progetto di antimafia sociale e legalità democratica "LiberArci dalle Spine", organizzato annualmente grazie alla rete e al supporto di diverse realtà del territorio nazionale, tra cui la "Cooperativa Lavoro e Non Solo", l'Arci Sicilia e l'Arci Toscana e tanti altri partner. Da anni la Cooperativa ospita a Casa Caponnetto, nel cuore di Corleone, migliaia di volontari provenienti da tutta Italia per coltivare le terre sottratte alla mafia, in diversi comuni siciliani, e partecipare ad attività e seminari sull'educazione alla legalità. 
Abbiamo pattuito dei turni delle pulizie e stabilito le nostre regole per creare una convivenza democratica, inclusiva e attenta alle esigenze di tutti.  

Il primo giorno la sveglia suona che fuori dal balcone di Casa Caponnetto è ancora buio. La strada è estremamente silenziosa e le luci gialle dei lampioni illuminano fiocamente i palazzi circostanti. Scendo di sotto perché so già che fuori attende Giovanni con un cornetto alla marmellata caldissimo e morbido. Mentre lo osservo preparare la colazione, tra un caffè, qualche chiacchiera e uno sbadiglio, arrivano gli altri ragazzi. Il primo giorno di vendemmia. 
Dopo un'ora e mezza di strada arriviamo ad una vecchia cascina. L'alba si è appena dissolta e qualcuno mi chiede cosa sia questo posto.
"Questo è Feudo Verbumcaudo, è stato confiscato ai fratelli Greco dal giudice Falcone"
E mentre lo dico non so descrivere cosa provo, riconoscenza, commozione, orgoglio, rabbia, è un guazzabuglio di mille sensazioni.
Raccogliamo da uno stanzino delle casse che carichiamo sul furgoncino e scendiamo ancora per qualche metro. Siamo arrivati al vigneto. 
L'oro del grano investe il verdeggiante vigneto da destra e sinistra, c'è odore di aria pulita e la terra sotto i nostri piedi inizia a riscaldarsi con i primi raggi di sole.
Dopo mezzora fa già molto caldo.
Bernardo, un socio della Cooperativa, ci spiega come procedere, e ci consegna le forbici per la vendemmia. Infiliamo i guanti e iniziamo.
La vendemmia è condivisione e organizzazione. 
"Tu fai quel filare....andiamo a scendere."

"Le ceste lasciatele sotto il vitigno che poi passiamo a prenderle noi".
Da uno stereo portatile fluisce musica di ogni genere, il sole è forte, le mani sono sporche e le vespe assalgono i filari.
Eppure respiriamo tutti una strana e dirompente allegria che neanche la stanchezza riesce a smorzare. Ci stiamo sporcando le mani di terra nei campi di chi un tempo si sporcava le mani di sangue. Stiamo restituendo, insieme ai lavoratori della Cooperativa, un pezzo di terra che per anni è stato negato alla collettività. Il nostro sudore diventerà vino che sarà poi venduto nella Bottega della Legalità di Corleone e distribuito nella rete di acquirenti responsabili creata dalla Cooperativa.
Tra le campagne di Polizzi Generosa, Valledolmo e Vallelunga, nel vigneto Verbumcaudo dedicato adesso a Placido Rizzotto, ad un'ora e mezza di distanza da Corleone, nei terreni confiscati al boss Michele Greco, ci siamo noi, adesso. Tra una risata ed un'altra il tempo vola, abbiamo raccolto già circa cinquanta casse di uva e soddisfatti facciamo ritorno a Casa Caponnetto, un immobile confiscato alla famiglia Grizzaffi, nipoti di Totò Riina.

Siamo parte di una nuova forma di resistenza sociale che nega con forza e convinzione le mafie di ogni tipo, i loro dispositivi violenti e denigranti. Siamo parte di una nuova curiosità che pretende luce, sempre, di una nuova voglia di riscatto che non lascia spazio al timore e al silenzio: non abbiamo bisogno di gridare perché questi piccoli gesti sono in grado di trasformare costantemente tutto ciò che ci circonda e che un tempo era marcio. Lo capiamo ad ogni passo, ad ogni grappolo di uva tagliato, ad ogni colore che scoppia all'improvviso oltre i filari. Le ferite del passato sono cicatrici che trasformiamo in sorrisi.

La storia pesa su ogni pezzo di terra, ma noi voltiamo ogni giorno pagina, scriviamo più forte.
Siamo al centro della storia, della nostra storia, ce ne vogliamo riappropriare come stiamo facendo con le terre, di tutti.

Era il 1891 e nascevano nelle nostre campagne i "Fasci dei Lavoratori", un grande movimento popolare che chiedeva diritti. E si fecero chiamare così perché avevano capito già allora che "un bastone tutti lo rompono, ma un fascio di bastoni chi lo rompe?".

Questo gruppo, questa unione liquida che lega le persone, attraverso il tempo e i mutamenti, i siciliani onesti che ogni mattina costruiscono sopra le macerie, è motivo di orgoglio per me.

Quel giorno di vendemmia ho provato questo. Ho visto tutti quei giovani ragazzi fregarsene del sole scottante, sorridere e scherzare tutti sporchi dove prima non c'era niente, raccogliere frutti nuovi di una storia che stiamo provando a restituire a noi stessi e agli altri, e per un attimo mi sono commossa.
Il sole ha asciugato tutto in fretta, non quella meravigliosa immagine, però.




(Feudo Verbumcaudo. Settembre 2017)


(Feudo Verbumcaudo. Settembre 2017)


(Feudo Verbumcaudo. Settembre 2017)


(Feudo Verbumcaudo. Settembre 2017)


martedì 6 marzo 2018

Che città è?

(Gela. Aprile 2017)

"Ma Gela che città è?"

"Ma come le altre, credo."

"Non è una risposta."

"Ti ho risposto."

"Va bene, allora facciamo che hai risposto ma non alla mia domanda."

"Come ti dovrei rispondere, cosa ti aspetti che ti dica? Vuoi sentire anche tu la storia di tutte quelle persone che ho visto ammalarsi, curarsi, morire, salvarsi, vuoi che ti racconti la storia del petrolchimico? Del mare che abbiamo d'estate, a volte bello a volte no, o vuoi sentire qualche altra storia che non saprei ricordare adesso?"

"Veramente volevo capire."

"Anche io. Ma non ci sono ancora riuscita."

"Quindi Gela è una non-città. Va bene."

"Assolutamente no. Ma che razza di domanda è la tua?"

"No, piuttosto perché ti arrabbi."

"Perché mi si attorcigliano tutte le cose che ho dentro quando provo a risponderti. Mi fa male tutto qui, guarda, e non so dirti che posto esatto, da dove parta, ma mi fa male. Mi sembra che si stringa tutto, che non riesco a respirare per un po' e mi arriva fino alla testa come un veleno. Sento quello che potrebbero provare gli alberi quando gli strappi tutte le radici con forza, penso che sia quel tipo di dolore lì. Veramente, non sono arrabbiata è che non so risponderti."

"...."

"Lo sai che mi manca quando sono via?"

"Eh..."

"...Non so neanche dove inizia e dove finisce, mi sembra immensa. Non so se sia la gente che ci vive, non so se sia il mare, l'inquinamento, non so se Gela sia quella bella sera d'estate in cui ho fatto il bagno di notte e dalla riva vedevo tutte le sue luci capitolare dal cielo. Non so, invece, se sia anche o solo quella valigia che ho fatto quando sono andata via, gli amici che la sera, attorno ad un tavolo, ridono nonostante i problemi, non lo so cosa è. Non lo so se sono i bar pieni di gente che si saluta, o la tristezza di quelle mamme che parlano a telefono con i figli lontani, magari è pure quella bambina che poi diventa ragazza e vede il padre tornare ogni due mesi a casa, sempre con la stessa speranza che rimanga. Non so se Gela sia la sua estate o il suo inverno. Capisci? Non so dove inizia e dove finisce, e non so neanche come. È iniziata quando le campagne si sono trasformate in strade o quando le strade si sono riempite di gente che non aveva più una strada? È iniziata quando l'amicizia si è trasformata in clientelismo o quando da bambina giocavo per strada e non mi succedeva niente? Mi sporcavo le mani felice e tornavo a casa dopo il tramonto e adesso, buh non lo so, mi sembra meglio uscire dopo, a volte. È Gela quando ti tradisce o quando la solidarietà è così tanta che ti commuove? Mi fa male, ma sento che non è solo male questo strappo qui, penso che sia anche mancata rassegnazione. No, non ti so rispondere, davvero."

"Ti fanno cosí male soltanto le cose che non riesci a non amare."

" Non so se sia lei a farmi male o se sia io, se siamo noi. Forse mi fa male per questo."



giovedì 1 marzo 2018

Falesie, rocce e finestre di pietra





(Scala dei Turchi, Realmonte. Foto di Andrea di Benedetto)

Una mattina dell'agosto del 2009. Gita fuori porta. Partii da Gela insieme alla mia famiglia, ai miei zii e ai miei cugini, direzione: Scala dei Turchi. Inutile dilungarsi sull'afa di quel giorno e su quanto avvenne durante il viaggio (sì, abbiamo sbagliato strada almeno due volte), perché quel che conta è cosa trovammo al nostro arrivo. 
Non ero mai stata in questa zona e, lo devo dire, me ne pentii immediatamente. 
Una falesia bianca, a strapiombo sul mare, così candida da sembrare panna montata ad arte. Dal parcheggio sembrava una nuvola caduta per terra. 
Non ricordo di aver fatto neanche il bagno perché il mio unico interesse era quella dannata falesia. 
Camminarci sopra non era per nulla agevole, la marna scottava talmente tanto che anche sedersi costituiva un atto di coraggio, ma alla fine, con qualche dolore, riuscii nell'impresa. Il nome di questa falesia è dovuto alla sua forma (appunto quella di una scala) e ad alcuni racconti: si dice che intorno al '500 i corsari saraceni, dopo aver ormeggiato le proprie imbarcazioni ai suoi piedi, arrampicandosi per la marna bianca, riuscirono più volte a raggiungere i villaggi circostanti per razziarli e tornare a casa con ricchi tesori. 
Poi giù, tra le onde blu del mare e all'ombra della Scala, notammo una roccia solitaria di marna bianca. In quel momento un signore raccontava ai suoi compagni la sua storia. Lo chiamano "u scoglio do zitu e a zita", perché una leggenda popolare attribuisce la sua presenza lì, in quell'esatto punto, alla storia tragica di due giovani innamorati, Peppe e Rosalia, il cui amore fu fortemente osteggiato dal padre della ragazza. I due innamorati riuscirono comunque a incontrarsi un'ultima notte sulla punta della Scala dei Turchi dove si giurarono amore eterno, gettandosi mano nella mano in mare e scomparendo tra le onde e la bonaccia. 
Racconta la leggenda che dopo alcuni anni, proprio lì, spuntarono due scogli tenuti insieme da una lingua di pietra e che alcuni pescatori, nelle notti di bonaccia sentirono spesso  il dolce sussurro di un canto di donna.

Le coste della mia terra sono  ricche di falesie che interrompono il flusso del mare, di finestre che sembrano precipitare verso il basso. Qualsiasi borgo, contrada, paese e città di mare ne possiede una. 
Le puoi scalare, ci puoi dormire, sognare, e da lì il suono del mare è più chiaro e sincero. Bisbiglia, mentre le reti dei pescatori sfilacciate dalla salsedine vengono raccolte con stanchezza, mentre una piccola barca scorre verso il porticciolo. Oppure mentre la solitudine sembra tanta ed invece non è altro che silenzio vivo.
(Dalla riserva di Isola Bella. Maggio 2017)

(Isola Bella, finestra naturale sul mare. Giugno 2017)

(Spiaggia di Gela. Luglio 2016)

(Piscine di Pisciotto. Agosto 2016)



(Isola delle Femmine. Giugno 2017)

(Costa di Mazzarò. Giugno 2017)

(Mondello, Palermo. Febbraio 2015)

(Montelungo, Gela. Aprile 2016)

(Mondello, Palermo. Marzo 2013)

(Montelungo, Gela. Febbraio 2015)

(Riserva di Isola Bella, Percorso Acacie. Maggio 2017)

(Dalla Villa Comunale di Taormina. Maggio 2017)

(Falesia di Sant'Alessio Siculo. Maggio 2017)

(Falesia di Mazzarò. Giugno 2017)

(Mazzarò. Giugno 2017)

(Grotta azzurra, Mazzarò. Giugno 2017)



(Punta Bianca. Foto presa dal web)

lunedì 26 febbraio 2018

Dai tetti di Palermo

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)

(Tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017.
Foto di Maria Luisa Sanfilippo)
 Quando mi fermo in un angolo della città e alzo lo sguardo i tetti mi sembrano l'unico confine possibile con il cielo.

Quando sono salita la prima volta su un tetto a Palermo, la città che mi ha ospitato per sei emozionanti anni, era notte. Credo si trattasse di una fresca notte del Dicembre del 2013. Un'amica ci disse di seguirla a casa sua dopo una festa. La casa era in una delle strade del centro storico, a due passi dalla cattedrale. Ci arrampicammo per le scale di quell'antico e freddo palazzo continuando a commentare la festa e a ridere. Prima di aprire la porta ci disse chiaramente che casa sua era un tremendo caos e che avremmo potuto fumare in cucina.

"Ma se volete, potete andare in terrazza!"

Ebbene, la prima sigaretta la consumammo al caldo del divano, tra una birra sottocosto e un digestivo alla liquirizia, la seconda decisi invece di fumarla qualche minuto più tardi in terrazza. 
                                    
Eccola Palermo.
          
Una delicata distesa di luci, di ombre appannate, di dettagli censurati dal buio e di insolite rivelazioni.
La costa frammentata sembrava più vicina, Monte Pellegrino sembrava un anziano che fissa da lontano i nipotini giocare a nascondino.
In quel preciso istante, sporgendomi oltre il parapetto di pietra, pensai a quanto fosse diversa e misteriosa Palermo vista da quel tetto pieno di crepe. Guardai verso il basso e mi sembrò di poterla afferrare e contemporaneamente realizzai che mi sarebbe comunque sfuggita. Dai tetti si poteva guardare anche verso l'alto senza comunque perdere di vista la città. I monti si stagliavano pigramente intorno a noi, il cielo sembrava suggerire cosa stesse accadendo di sotto e la sensazione era contrastante, come se la città fosse stata esclusa dal mondo.

Dicono che un silenzio così si ascolta poche volte nella vita. 

Nel corso degli anni successivi fui molto fortunata perché mi capitò di sentirlo ancora ma non posso testimoniarlo perché nessuna foto, nessun video o registrazione sono in grado di catturare certi tipi di silenzio.

Qualche anno dopo quella sera il proprietario della casa in cui vivevo disse a me e alle mie coinquiline di allora che avremmo dovuto lasciare la casa perché intenzionato a vendere. Iniziò una tortuosa e stancante ricerca del nuovo appartamento da dividere, non senza imprecazioni di ogni tipo e piani di vendetta poi sfumati. Quando stavamo per perdere le speranze ecco che Cristiana mi disse che avremmo potuto visitare un appartamento in centro che prometteva bene. La casa non era un granché, le foto avevano ingannato le nostre aspettative ma ci fu un particolare che catturò l'attenzione di entrambe e ci mise in crisi per qualche ora: la terrazza.
Si snodava tra i vicoli, si sporgeva sui tetti vicini e da lì era possibile vedere tutte le cupole di Palermo. Inutile dire che passammo le seguenti ore a ragionare sui pro e i contro e  che la lista dei pro continuava a mantenere un solo punto, il tetto appunto. Fu comunque una delle visite più piacevoli che caratterizzarono quella ricerca disperata e ogni tanto immagino i nuovi inquilini fare colazione lì, beatamente rilassati, mentre mangiano una granita al limone e sorseggiano del caffè tiepido. 

Ma sui tetti di Palermo sono salita ancora, di sera, di giorno, al tramonto, ma anche all'alba. 

Dai tetti si dovrebbe sovrastare la città, succede così in quasi tutte le parti del mondo, non a Palermo. Dai suoi tetti catturi ciò che di più profondo e indefinito possa offrirti questo lembo di terra, così che quando scenderai giù non potrai più abbandonarla.

Come quel pomeriggio di Ottobre in cui guardai Maria Luisa e "Ma saliamo sul tetto della Cattedrale?".
Marilù è la compagna perfetta per questo genere di avventure, non dice mai di no, anzi è sempre entusiasta. Potresti proporle di prendere un aereo last minute per l'Islanda mentre è in atto una tormenta di neve o uno tsunami e ti direbbe comunque sì. Non per niente è mia amica. Fu un pomeriggio pieno di scoperte. Ci sorprese il crepuscolo mentre scattavamo l'ennesima foto continuando a ripetere quanto fosse immensa la nostra città.

Dai tetti di Piazza San Domenico, da quelli del Monastero di Santa Caterina, dal tetto della Torre di San Niccolò, da quelli che costeggiano le piazze e i mercati rionali, dai balconi pieni di crepe, quando andrete a Palermo salite su un tetto, il più alto che trovate, e cercate quel silenzio di cui vi parlavo.

Ma se volete un consiglio sincero, ascoltate: salite sopra il Monte Pellegrino di notte, è quello l'unico tetto da cui sentirete scorrere come un brivido sulla pelle una delle Palermo più autentiche.


N.B: I tetti della Cattedrale di Palermo sono visitabili ogni giorno dietro il pagamento di una piccola cifra. Occasionalmente è possibile visitarli anche durante le ore dopo il crepuscolo. Per gli altri tetti noti allego i link di riferimento dove è possibile trovare orari, costi del biglietto e offerte:





           
(La Cattedrale di Palermo di notte. Foto di Chiara Mancino)


(Dalle terrazze di Piazza San Domenico. Novembre 2017)

(I tetti della Cattedrale di Palermo. Foto di Angela Sirugo)

(Piazza San Domenico vista dalle Terrazze della Rinascente.
Foto di Angela Sirugo)

(Sui tetti del Centro Storico, Febbraio 2016.
Foto di Cristiana Cucciardi)

(Dai tetti del Centro Storico. Foto di Margy Sakura)


























(Dai tetti del Centro Storico. Foto di Margy Sakura)




















(Piazza San Domenico dalle Terrazze della Rinascente. Novembre 2017)
(Dai balconi del Mercato del Capo. Maggio 2017)

(Dai tetti della Cattedrale. Ottobre 2017)

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)

(Dal tetto naturale di Palermo: Monte Pellegrino.
Foto di Chiara Mancino)

(Il Teatro Politeama dai tetti. Foto di Chiara Mancino)



(Dai tetti della Cattedrale. Ottobre 2017)

(Dai tetti di Piazza Castelnuovo. Foto di Chiara Mancino)


(Dai tetti del Monastero di Santa Caterina.
Foto di Massimo Arculeo)




















































(Dal tetto del Monastero di Santa Caterina,
Palermo, Autunno 2017. Foto di Massimo Arculeo)

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)

domenica 25 febbraio 2018

Sicilia Felicissima

(Foto scattata tra i binari che dividono Terrasini e Cinisi. Maggio 2015)
Di pomeriggi uggiosi e lenti ne ho trascorsi pochi, lo ammetto, eppure non è questo il motivo per il quale ricordo perfettamente quel 25 Settembre del 2010.
Diciannove anni, siciliana ma nel Regno Unito, per l'esattezza ad un tavolo della caffetteria di un affollato centro commerciale. Potrei giurare che ci fossero 5 gradi. Meditavo sulla possibilità di chiedere in prestito quel terribile tappeto di Mammut che il negozio di fronte esibiva come un pezzo d'antiquariato alla vetrina est, però niente, non parlavo ancora l'inglese e l'idea di palesarlo davanti  a dei perfetti sconosciuti mi creava qualche strana forma di disagio. Appunto, diciannove anni.
Mi trovavo in Regno Unito da soli tre giorni e avrei dovuto trascorrere lì altri sei mesi ma non conoscevo ancora nessuno così quando due ragazze apparentemente inglesi si sedettero al mio tavolo pensai che avrei potuto mettere a segno la prima conoscenza. 
Erano italiane.
Me ne accorsi dopo appena tre minuti perché, nonostante non avessero aperto bocca, dalla borsetta semichiusa di una delle due si intravedeva una copia stropicciata e malconcia della Settimana Enigmistica. 
-Italiane?- chiesi con allegria isterica mentre cercavo lo sguardo di una delle due.
Comunicavo gesticolando da tre giorni e sebbene non mostrassi particolari difficoltà in questa attività mi mancava un po' sentire la mia voce.
La più bassa sollevò lo sguardo e sorrise.
Insomma, ci scambiammo le solite frasi di circostanza che gli italiani che si trovano all'estero si dicono di solito e poi  mi chiesero di dove fossi.
E glielo dissi, forse ingenuamente, addirittura sorridendo.
Fu la prima volta che mi trovai di fronte all'esitazione così plateale di qualcuno che non conoscevo. Come se avessi lanciato delle vecchiette contro gli autobus in corsa nella strada principale cantando Pavarotti. 
Esitazione che non mi ferì subito, ma solo la sera.
Si, continuammo a parlare ma poi loro andarono via e non diventammo mai amiche. Tornando a casa senza il mio desiderato Mammut pensai a lungo a quella fastidiosa sensazione che mi accorsi di aver provato dopo aver pronunciato la parola "Sicilia". Negli anni successivi, mi capitò di provarla in tutte le sue forme molecolari. A volte la gente rispondeva con dei sorrisi di circostanza, a volte con sarcasmo, altre con la sigla del Padrino o esclamando "Mafia!", altre volte dovetti fronteggiare lo scherno, l'indifferenza, ma fu sorprendente quando dovetti fronteggiare l'interesse, la curiosità. Fu quel giorno però che capii quanto odiosa possa essere l'ignoranza affiancata da una buona dose di stereotipo. Mi arrabbiai contro la filmologia commerciale che aveva diffuso incautamente e con una narrazione disattenta e poco responsabile certe storie del passato della mia terra e solo dopo qualche anno mi resi conto di quanto fosse indispensabile contaminare le persone con le nostre storie. Mi resi conto che contaminare i luoghi e le persone che incontravo avrebbe piano piano contribuito ad ammorbidire e rendere più flessibili certi stereotipi storici sulla Sicilia e i siciliani. E sono certa che questo abbia caratterizzato la vita di molte altre persone che, come me, si trovano spesso in giro per il mondo e l'Italia.

Non esiste una linea narrativa comune sulla Sicilia, non esiste una narrazione ideale degli eventi perché non è possibile narrare la Sicilia e i siciliani partendo dal classico "C'era una volta", né tanto meno è possibile creare una cronologia completa della storia di questa terra. Le storie di nicchia, i piccoli vissuti collettivi e individuali, le storie note, tutto in un unico caleidoscopio che non deve necessariamente essere compreso, ma semplicemente percepito.

Sì, è vero, sono andata via spesso, ma ciò che ho sempre amato dei miei viaggi è stato il ritorno. Quel momento in cui dall'aereo intravedo le prime luci delle città, il primo lembo di costa, l'Etna nella sua maestosità, e posso avvertire il profumo delle acetoselle della campagna siciliana, il rumore delle foglie scosse dal vento tra gli aranceti, questo è per me un istante d'amore, un abbraccio materno. 
Alle persone che amo dico sempre " Ti porterò la Sicilia, un giorno", e quando loro mi rispondono "Ma siamo già in Sicilia!", sorrido come immagino possa sorridere un serpente: "Non in Sicilia, in questo spazio, ti porterò la Sicilia".

Quello che ho intenzione di fare in questo blog.