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domenica 29 luglio 2018

È Vucciria finchè le balate sono bagnate







Io non ho mai letto un libro su Palermo, un libro che spiegasse Palermo, la sua storia, i suoi usi, non ho mai acquistato una guida turistica.
Io Palermo l'ho conosciuta tra le sue strade e i suoi vicoli, nel trambusto delle sue piazze e tra le abbannìate dei suoi mercati, ho capito di amarla il giorno prima della mia laurea. Era luglio ed ero sdraiata sul divano a boccheggiare per via dell'afa e dalle finestre, quando ho sentito il fruttivendolo di sotto parlare a gran voce con la dirimpettaia del secondo piano e il signore dell'edicola rimproverarli.

"Mica siamo alla Vucciria, qui la gente riposa!"

Ed io ho iniziato a piangere piano piano, fino a singhiozzare. Non me ne sono mai vergognata, né mi sentirò mai  stupida per questo.

Ho trascorso a Palermo gli anni più belli della mia vita e non mi pentirò mai di averla scelta. Io me lo ricordo ancora quell'istante esatto in cui Palermo è diventata il mio destino: era estate e dovevo decidere in quale città studiare. Mentre tutti andavano lontano, in città ordinate e composte, io ho sentito di non poter rinunciare al mare, al chiasso, al dialetto, alla fame, alle cose complicate, al mio cuore.
Probabilmente altrove sarebbe stato più semplice, ma non sarei stata felice.
Palermo mi ha costretto spesso ad essere felice anche quando non c'era una ragione per esserlo, mi ha insegnato ad aspettare, a recuperare il cuore dalla gola, a cercare, andare sempre avanti, oltre alle stradine apparentemente brutte, mi ha insegnato che la bellezza reale si annida laddove nessuno la cerca. Quanto ho camminato! A piedi, in moto, in macchina, in treno, nei bus urbani, in bicicletta, l'ho percorsa tutta, mi sono seduta a guardarla. Mi sono innamorata di Palermo di giorno, la domenica, a mare, nei pomeriggi uggiosi, quando la pioggia mi sorprendeva all'improvviso, durante le sere di primavera, un attimo prima del tramonto su via Maqueda, nel bel mezzo dell'alba su Piazza San Domenico, e la notte, le notti in cui si balla stretti tra i vicoli, con la musica che sovrasta ogni respiro, e nessuno può sentirsi solo o lontano. Quelle notti in cui le balate del mercato della Vucciria non si asciugano e la gente s'impasta i piedi e le suole, una distesa di colori e di storie che si intrecciano dinanzi alla Taverna Azzurra, quando canti e balli in mezzo agli sconosciuti e ai passanti e improvvisamente è come se tacitamente tutti avessero accettato di essere diventati amici, almeno una notte. E le guerre di tutti si fermano, si sospende l'odio, il mondo non sembra poi tanto male. Le notti in cui l'odore della stigghiole avvolge tutto e non importa se hai fatto la doccia e dopo puzzerai, quell'odore in piazza Caracciolo, quella musica nel vicolo, non ti lasciano andare. Chiasso. E su, su via Roma, il mondo non ne sa niente.


"Non ho mai visto nulla del genere, cosa è esattamente?"

Una bellezza contaminata da bruttezza, una Palermo, questo, signora, può essere tutto: può essere un non-tempo, un non-luogo, una festa, oppure stasera può essere tutto quello di cui abbiamo bisogno.

Da quanti mostri invisibili mi ha strappato, da quanto silenzio mi ha salvato.

Finché le balate sono bagnate.




martedì 26 giugno 2018

Dai porti che sono come domani


(Porto di Licata, giugno 2018)




I porti sono come i domani.

Dal molo l'orizzonte ti sembra più dritto e vicino questa volta, sembra sia quello giusto, ma non sai se salperai tu o se ormeggerà lui. Alla fine qualcuno cede, cederà.

I ricchi prendono il sole dai loro yatch lucenti, cenano con un'insalata e del pesce e si vestono come barboni perché possono permettersi di sembrare poveri; le donne in bicicletta tengono con una mano la gonna ma nessuno ci fa caso, un uomo sbadiglia eternamente e scuote la testa, tutti impegnati a fare i mimi con se stessi. E tu mi dici che ho ancora il costume bagnato e la sabbia sui piedi.

Non fa freddo ma la gente si abbraccia lo stesso.

I lampioni sono accesi ma non è ancora sera, le luci sono tante o forse troppe, si vede una stella, si vede la luna, e non possiamo contare i sorrisi che scavalcano i visi dei bambini quando mangiano il gelato già sciolto.

Ma perché ti sei vestita di viola, questa mattina mi sono svegliato e ti ho immaginata con il vestito rosso.
E mangi un cannolo di ricotta che sembra una nuvola quando lo sollevi per morderlo.

Sopra quel gommone ci sono ancora i bambini che giocano a Capitan Uncino e Peter Pan e cambiano la storia continuamente. Non devi dire così, devi dire questo, devi fare questo, tu sei cattivo ed io sono buono, tu sei grande ed io sono piccolo, no anzi sei piccolo anche tu, ma resta qui che il gioco non è ancora finito!

Il cielo striato di rosa sembra un fascio di braccia avvinghiate prima di dormire, quelle che poi si slegano mentre dormi davvero, la tua mano è troppo grande per la mia, mentre guardi il faro dai tavoli del Caffè sembra che tu stia salpando, come il mio domani, ed il tuo, e quello della gente intorno a noi, e parli di cose che già ho scordato.

Ma t'immagini vivere nelle isole piccole di cui nessuno sa nulla? Senza i porti, senza i moli, senza le gonne delle donne e gli yatch dei ricchi, senza il gelato e Capitan Uncino, t'immagini vivere circondato dagli orizzonti? 

Il sole scivola sull'acqua e anche l'orizzonte sparisce.

Mi dici che se voglio ci possiamo andare nelle isole piccole piccole e dimenticate da tutti, ma almeno il cannolo con la ricotta lo vuoi.

(Il molo di Licata, giugno 2018)





martedì 19 giugno 2018

Ucciardone






(Casa di Reclusione "Ucciardone" di Palermo. Foto dal sito www.luftbildsuche.de)




Come ogni venerdì pioveva a Palermo. All'improvviso. Un minuto prima tra le nuvole si affacciava un tiepido sole, un istante dopo era sparito, peggio dei sogni quando ti svegli di soprassalto per un rumore improvviso, che però è soltanto nella tua testa. Io me ne stavo accovacciata sulla sedia blu dell'ufficio e guardavo fuori aspettando le 17:00. Mancavano le ultime settimane e avrei concluso il tirocinio. Una casa di reclusione. Io che detesto i luoghi chiusi.
Non me lo aveva imposto nessuno, lo avevo scelto io qualche mese prima. Mi sarei dovuta laureare a breve, avevo terminato gli esami e mancava soltanto il tirocinio curricolare. Prima di scegliere, avevo trascorso tre infiniti giorni nell'ufficio tirocini dell'università.

"Potresti farlo in questa Fondazione, si occupa di temi attinenti al tuo programma di studi, porti i documenti e le carte dietro, parlate un po', magari hanno posto" mi disse esasperata la responsabile dell'ufficio. Ne avevamo passati in rassegna almeno venti ma l'idea di trascorrere 150 ore a fare fotocopie non riusciva ancora ad allettarmi.

"...oppure guarda, un tuo collega qualche anno fa ha fatto il tirocinio in questo istituto di reclusione."

"In carcere..?"

In carcere.

E alla fine scelsi proprio quello. Mi ero messa in testa che avrei dovuto fare qualcosa che normalmente non avrei fatto, qualcosa che mi annoiava profondamente, che non conoscevo ma che nel mio immaginario non avrebbe mai suscitato il mio interesse.
In realtà, volevo fare qualcosa di diverso, su cui nutrivo qualche pregiudizio, e scoprire cosa si provasse a fare un lavoro diverso da quello dei miei sogni. Perché ero convinta che sarei finita a fare un lavoro che odiavo. In un certo senso, volevo prepararmi.

Invece, nonostante qualche difficoltà e qualche altro tirocinante con cui non andavo particolarmente d'accordo, mi resi conto di non odiare affatto quel genere di ambiente lavorativo.  Delle volte era cupo, ma scoprii di aver una capacità di adattamento invidiabile. Nel giro di pochi giorni ero riuscita ad instaurare un rapporto con la maggior parte del personale. La mattina presto arrivavo davanti a quel grosso cancello di ferro incavato tra le possenti mura borboniche dell'Ucciardone, firmavo, pausa al caffè. Poi in ufficio. I giorni passavano e le persone diventavano più nitide. Uno aveva la passione per le motociclette, l'altro aveva una moglie che cucinava benissimo, quell'altro ancora ascoltava musica neo melodica almeno una volta al giorno, quello invece aveva una passione per l'astrologia. A me quel posto iniziava a piacere. Quando entrammo nella zona dedicata ai reclusi con il responsabile degli educatori, scoprii quanto potessero divergere aspettative e realtà. Avevo immaginato quel posto diversamente. A tratti il cuore si stringeva nell'immaginare i figli dei detenuti giocare in quello spazio verde che l'amministrazione aveva sistemato per loro e i padri. Mi chiedevo cosa avesse fatto tutta quella gente per trovarsi lì, ognuno di loro aveva una storia, ma noi non potevamo chiedere e quindi non seppi mai perché il tipo sulla cinquantina che ogni tanto puliva gli uffici amministrativi fosse rinchiuso lì. Aveva un sorriso gentile che mostrava raramente perché il più delle volte rivolgeva il suo sguardo verso al pavimento. I suoi movimenti erano lenti e controllati. Avrà avuto dei figli, sicuramente una madre e un padre, chissà se venivano a fargli visita ogni tanto. Avevo sentito la sua voce soltanto una volta. Era il mio primo giorno e quel posto mi sembrava un labirinto. Dovevo andare a casa ma non trovavo la strada, ogni porta mi sembrava uguale. Non sapevo ancora che quell'uomo fosse un detenuto e mi ero avvicinata a lui cercando i suoi occhi timidamente.

"Scusi, sa dirmi dove posso trovare l'uscita?"

Si era fermato, aveva sollevato lentamente lo sguardo su di me e aveva improvvisato un'espressione che sul momento non ero riuscita a decifrare. Diventò di mille colori e capii di aver appena fatto una figuraccia.

"Signorina, lo chiede proprio a me?" aveva riso nervosamente " Deve attraversare quella porta e scendere, poi dovrebbe vedere il cancello".

Non ero riuscita a scusarmi, ma il mio volto, credo, espresse chiaramente il mio imbarazzo.

I giorni trascorrevano, il tempo cambiava, era Novembre e la pioggia era più frequente.

Durante la visita ai reparti dell'area di reclusione entrammo in una sezione a forma ovale molto alta, con tanti piani, tra un piano e l'altro erano presenti delle reti. Per non permettere ai detenuti di lanciarsi di sotto, intuii. L'educatore ci indicò delle insenature nella parete, alte pochi metri.

"Queste rientranze non sono casuali...Quando fu costruita la struttura, l'altezza media degli uomini era più o meno questa" disse indicando le insenature "Quando scoppiavano delle rivolte nel settore, i reclusi lanciavano oggetti alle guardie, spesso li ferivano, così ritagliarono questi piccoli ripari, le guardie si posizionavano qui per evitare di essere colpite."

Mentre uscivamo fui in grado di scorgere una donna con un sacchetto molto grande stretto in una mano, nell'altra teneva la mano di quello che doveva essere suo figlio. Entrarono.
Più tardi li vidi scambiare qualche parola nella sala colloqui con un uomo. Ogni giorno era più o meno così.
 I detenuti avevano una compagnia teatrale. A dicembre ci invitarono allo spettacolo che avrebbero realizzato nel cortile antistante gli uffici. Erano evidentemente emozionati ma furono bravissimi. C'erano le loro famiglie tra il pubblico, una piccola parentesi che dava una parvenza di casa.
Nel mondo dicotomico che qualcuno costruisce dentro di sé non c'è spazio per le sfumature, è una realtà violenta: o sei così o non sei così. Non c'è spazio per gli errori, i rimorsi ed il perdono, non ci sono risalite, soltanto tanti fossi. Dovremmo lasciare i nostri occhi e la nostra mente liberi di vedere e di comprendere le cose, le persone, gli avvenimenti, scacciare via retaggi e rigidità. Metterci in discussione il più spesso possibile.

Ogni esperienza ci regala qualcosa, una sensazione, un'emozione, una lezione, anche dei ricordi che in un certo senso si trasformano in una velata nostalgia, di tanto in tanto.
Ed io sono felice di aver scelto qualcosa che normalmente avrei evitato. Ho capito che non serve a molto rimanere ancorati al proprio punto di vista e che bisogna sporcarsi gli occhi per innescare la necessità di vedere. Vedere meglio.
Il tirocinio è finito, non ho fatto fotocopie, ho bevuto molti caffè e ci vedo meglio.

giovedì 14 giugno 2018

Arrivederci Ahmed





(La Vucciria, Piazza Caracciolo, Palermo)





Quella sera l'afa era insopportabile a Palermo e noi camminavamo con passi sbilanciati e rumorosi tra le viuzze del centro. Le balate erano ancora calde nonostante il sole fosse tramontato da molte ore, e la gente sventolava fogli di carta e ventagli per dare apparente sollievo al viso. I locali erano zeppi di gente che mangiava, beveva e discuteva facendo un gran baccano. Era giugno e gli esami non erano ancora finiti, però da qualche parte ci era rimasta un pò di energia per camminare dopo il tramonto e una disperata voglia di musica e allegria. Eravamo un bel gruppetto e nessuno di noi sembrava occupato da altri pensieri, eravamo lì pienamente. 
Mi ricordo di te Ahmed. Credo fosse quello il tuo nome. Eri così esile da confonderti tra la folla e i lampioni, mentre tra le mani stringevi un sacchetto di plastica rovinata e le tue spalle erano ricurve sotto il peso di uno zaino che aveva tutta l'aria di pesare più di te. I tuoi occhi guizzavano in quel trambusto alla ricerca di quelli delle altre persone. Ti abbiamo visto in pochi, probabilmente gli occhi di tanti ti hanno attraversato, ma solo qualcuno è riuscito a vederti veramente. Succede alle persone distratte o a quelle troppo concentrate su altro. Ti ho visto esattamente mentre prendevi posto ai bordi del marciapiede di pietra bollente e con una mano  ti toccavi il collo ripetutamente. Ti ho riconosciuto immediatamente, perché è quello che faccio io ogni volta che provo disagio e non so cosa fare. Torturo con le dita la pelle del collo e piego leggermente la testa. E mentre pensavo a questa cosa l'hai rifatto: hai piegato anche tu la testa. Ad un certo punto ci hai visto anche tu, a quel muretto di fronte a te, tanti ragazzi sicuramente più grandi di te, con la birra, le sigarette, i telefonini, intenti a scattare foto e a parlare a voce alta. Non hai incrociato il mio sguardo subito, perché sei rimasto ancora un altro pò con te stesso, a pensare a chissà cosa. Ti sei avvicinato con un sorriso che hai tirato su all'improvviso. Non capivo quanto stessi fingendo e ho aspettato che tu ci raggiungessi.
Ci hai chiesto se volessimo comprare delle cover per il telefono e noi non ti abbiamo risposto subito perché avevi al collo una collana bellissima di legno e Chiara ti aveva chiesto se ne avessi un'altra da venderci. Dicesti no, che quello era un regalo e che però ne avevi delle altre.
Mentre ci mostravi le tue cose ti sei seduto nel muretto vicino a noi e la tua allegria ci ha incuriositi. Eri piccolo allora, Ahmed, tredici anni, mentre adesso avrai l'età per guidare una macchina. Allora i tuoi polsi erano così sottili da sembrare delle spighe e la tua voce non era ancora quella degli adulti. Ci hai raccontato della tua fidanzatina che non vedevi da tanto tempo e di come tua nonna vestisse stravagante. Di quanto ti mancassero i tuoi amichetti e le strade della città dove hai vissuto da piccolo, però fa niente, Palermo ti piaceva tanto, dicevi, la gente era gentile con te. Alcuni un pò meno.
Ci hai parlato della scuola che frequentavi a Ballarò, dei tuoi compagni di classe e di quanto avessi sonno. Perché tu dopo la scuola e i compiti uscivi a vendere le cover dei telefonini. Lo dicevi senza cercare di commuoverci, con un sorriso che occupava tutto il tuo volto e metteva in evidenza la tua magrezza. Senza che tu potessi vedermi ho sfilato la cover dal mio telefono e ti ho chiesto di mostrarmene qualcuna. Ne ho scelta una bellissima, intagliata e colorata, e subito dopo mi hai regalato un ciondolo di plastica giallo e blu. Nel frattempo anche gli altri avevano comprato qualcosa, nulla di che, ma la tua spontaneità era così bella che sono certa la percepirono tutti. Ti hanno chiesto di dove fossi, e tu ci hai detto che non sapevi rispondere perché eri andato in così tanti posti che non sapevi scegliere.

Sei andato via con il sacchetto poco più leggero.

Ahmed, ti ho incontrato poche volte ancora e poi sei sparito, o forse sei cresciuto e non somigli più a quel ragazzino gracile e spigoloso, forse mi sei passato vicino altre volte e neanche tu mi hai riconosciuta, magari ti sei scordato, e non te ne faccio una colpa. Forse sei andato in un altro posto e hai recuperato il sonno perso in quegli anni, non saprei, ma avrei voluto dirti che anche io mi sono trovata tante volte in un angolo a toccarmi il collo e a fissare il pavimento. Tante volte. E se crescendo non l'hai ancora imparato, imparerai comunque, come me, che in tutto quel casino di gente qualcuno prima o poi ti vede. Potrà non diventare tuo amico, potrà approfittarsi della tua fragilità momentanea, potrà sorriderti complice, o potrà semplicemente rimanere dov'è. E tu potresti non accorgerti di tutte queste risposte, ma non sarai mai invisibile del tutto. 
Imparerai o lo hai già fatto, che tutti stiamo salendo una scala, che qualcuno nasce nel gradino più basso, qualcuno al centro, qualche altro ancora quasi in cima, e che questo non conta, perché siamo tutti in grado di risalirla, e che chi sta in fondo si stancherà tanto, ma avrà visto e imparato altrettanto.

Imparerai alla fine, che le cose a cui siamo più legati non sono in grado di trattenerci in alcun posto, perché non sono cose e non pesano niente. 


Arrivederci Ahmed.





lunedì 9 aprile 2018

Tramontare









In Sicilia, al crepuscolo, quando il cielo è striato di colori, succede che il tempo e la mente rallentano.
Il pescatore socchiude gli occhi, ritira le braccia, mentre il sole scivola verso l'acqua, oltre il golfo dove il vento si è assopito, e le case che prima occupavano con i propri colori l'orizzonte diventano scure, sagome impenetrabili.

Accendo la sigaretta e penso a quello che ho fatto e a quello che non ho fatto ma avrei dovuto fare oggi. Un delicato cielo porpora e oro si riversa sul mare e la piana, ad ogni secondo è imprevedibile. Vermiglio e violaceo, come i lividi che la vita ti fa ogni tanto. Rosso lì in fondo, come le labbra di una donna che questa mattina ha attraversato la strada. Il sole ha le sembianze di un obolo che ad ogni tramonto scambiamo con le nostre aspettative. Cosa è, cosa è stato e cosa volevamo che fosse. Una capitolazione decisa ma senza fretta.

Da qui la sensazione è che tutto si sia arrestato per fissarlo, i passanti, le macchine, le imbarcazioni, le voci, non c'è niente che possa soverchiare quell'immagine.

Qualche rondine, un gabbiano appena visibile, i volatili sopra le antenne delle case intorno. 

é in questo momento che la gente dovrebbe chiederti "che hai fatto oggi?"

Si intravede la luna da qualche parte, i lampioni sono già accesi per strada, ma non è ancora buio.

Il sole scivola dietro i pendii, è quasi sera, è quasi tardi, e qui rimane ancora qualche colore da respirare e un sogno d'afferrare. 

- Come è andata?-

Oro e vermiglio si schierano sulle linee in fondo.

- Bene, credo che sia andata bene.-

Una mano stretta di nascosto ed è già sera.


martedì 6 marzo 2018

Che città è?

(Gela. Aprile 2017)

"Ma Gela che città è?"

"Ma come le altre, credo."

"Non è una risposta."

"Ti ho risposto."

"Va bene, allora facciamo che hai risposto ma non alla mia domanda."

"Come ti dovrei rispondere, cosa ti aspetti che ti dica? Vuoi sentire anche tu la storia di tutte quelle persone che ho visto ammalarsi, curarsi, morire, salvarsi, vuoi che ti racconti la storia del petrolchimico? Del mare che abbiamo d'estate, a volte bello a volte no, o vuoi sentire qualche altra storia che non saprei ricordare adesso?"

"Veramente volevo capire."

"Anche io. Ma non ci sono ancora riuscita."

"Quindi Gela è una non-città. Va bene."

"Assolutamente no. Ma che razza di domanda è la tua?"

"No, piuttosto perché ti arrabbi."

"Perché mi si attorcigliano tutte le cose che ho dentro quando provo a risponderti. Mi fa male tutto qui, guarda, e non so dirti che posto esatto, da dove parta, ma mi fa male. Mi sembra che si stringa tutto, che non riesco a respirare per un po' e mi arriva fino alla testa come un veleno. Sento quello che potrebbero provare gli alberi quando gli strappi tutte le radici con forza, penso che sia quel tipo di dolore lì. Veramente, non sono arrabbiata è che non so risponderti."

"...."

"Lo sai che mi manca quando sono via?"

"Eh..."

"...Non so neanche dove inizia e dove finisce, mi sembra immensa. Non so se sia la gente che ci vive, non so se sia il mare, l'inquinamento, non so se Gela sia quella bella sera d'estate in cui ho fatto il bagno di notte e dalla riva vedevo tutte le sue luci capitolare dal cielo. Non so, invece, se sia anche o solo quella valigia che ho fatto quando sono andata via, gli amici che la sera, attorno ad un tavolo, ridono nonostante i problemi, non lo so cosa è. Non lo so se sono i bar pieni di gente che si saluta, o la tristezza di quelle mamme che parlano a telefono con i figli lontani, magari è pure quella bambina che poi diventa ragazza e vede il padre tornare ogni due mesi a casa, sempre con la stessa speranza che rimanga. Non so se Gela sia la sua estate o il suo inverno. Capisci? Non so dove inizia e dove finisce, e non so neanche come. È iniziata quando le campagne si sono trasformate in strade o quando le strade si sono riempite di gente che non aveva più una strada? È iniziata quando l'amicizia si è trasformata in clientelismo o quando da bambina giocavo per strada e non mi succedeva niente? Mi sporcavo le mani felice e tornavo a casa dopo il tramonto e adesso, buh non lo so, mi sembra meglio uscire dopo, a volte. È Gela quando ti tradisce o quando la solidarietà è così tanta che ti commuove? Mi fa male, ma sento che non è solo male questo strappo qui, penso che sia anche mancata rassegnazione. No, non ti so rispondere, davvero."

"Ti fanno cosí male soltanto le cose che non riesci a non amare."

" Non so se sia lei a farmi male o se sia io, se siamo noi. Forse mi fa male per questo."



sabato 3 marzo 2018

Il Pozzo di Gammazita

(Quadro attribuito a Josquin Desprez)

Novembre 2017.
Mi trovo a Catania per uno scambio giovanile. Sono qui già da qualche giorno e, tra una sessione di workshop mattutina ed una pomeridiana, il tempo per visitare la città è veramente poco. Anche se sono già stata un'infinità di volte a Catania, non posso dire di conoscerla perfettamente. Quando ci comunicano che Giovedì avremo un'intera giornata di tempo libero, iniziano tutti a progettare cosa fare, dove andare e quale mezzo noleggiare. Volano i primi nomi: Etna (visitata oltre dieci volte), Siracusa (ci sono stata qualche mese fa), Taormina (la conosco fin troppo bene), letto (odio dormire). 
Si dividono tutti tra le prime due mete. 
Ora, io sono estremamente socievole, ma quando vado in esplorazione preferisco andare sola e non soffrire l'indecisione o la fretta altrui. Ecco che trascorrerò buona parte del mio giorno libero a Catania. Sola.

Alle 9.30 varco il portone dell'ostello e mi perdo tra i vicoli e le strade della città sotto un insolito sole cocente e munita della mia fotocamera. Vado un po' ovunque, entro nelle chiese, mi addentro tra i tendoni dei mercati, nei palazzi antichi, perlustro addirittura l'Archivio Storico di Stato senza capirci nulla. Un simpatico vecchietto di tanto in tanto mi controlla, o forse non riesce a credere che io possa realmente essere interessata all'Archivio.  Mi fa cenni con le mani come a dire " continui pure" e il suo sguardo indugia sul tetto  per qualche istante. Non c'è nessun altro visitatore a parte me. Probabilmente perché è quasi ora di pranzo e dovrei già essere dentro un panino. 
Saluto, scendo a due a due i gradoni e mi fiondo nel primo panificio lì vicino.
Mentre addento il panino controllo il mio smartphone alla ricerca di qualche altro posto da visitare. 
Il Pozzo di Gammazita.
Clicco sull'icona nello schermo e spulcio un po' per il sito. Da qualche parte qui vicino c'è un'associazione che  organizza dei tour giù per il pozzo. E ovviamente a quell'ora è chiusa.
Scorro la decrizione velocemente.
Il nome del pozzo non è casuale, anche su di lui aleggia una leggenda. Mi emoziono, io stalkerizzo le leggende.
Secondo il racconto Gammazita era una giovane donna dal bellissimo aspetto e perciò corteggiata da molti uomini, in particolar modo da uno, un cavaliere francese. Questi era molto insistente con la giovane che, però, non intendeva cedere alle sue richieste, nonostante ne fosse invaghita, giacchè "non intendeva cadere nel disonore" prima di un fidanzamento e un matrimonio ufficiali. Quindi cadde nel pozzo. Anzi si lanciò giù nel pozzo.
Alcuni dicono che il cavaliere francese fosse stato in realtà inviato da una rivale in amore, Macalda, ricca e affascinante donna catanese (e mica tanto se doveva ricorrere a questi stratagemmi), la quale era innamorata del suo giovane paggio senza essere ricambiata. Questi, infatti, si era da tempo innamorato di Gammazita. Macalda aveva inviato il cavaliere francese alla corte di Gammazita affinchè questi riuscisse nell'intento di disonorarla, così da allontanare  per sempre  il paggio da Gammazita, porre fine al loro amore e far sì che egli tornasse alla corte di Macalda.
Ormai devo vederlo.
Ma nessuno mi sa indicare esattamente il posto. Sembra che pochissimi catanesi conoscano la sua posizione, alcuni ignorano la sua esistenza e mi guardano come se stessi provando a vedergli un unicorno.
Mi perdo almeno dieci volte. So che è qui vicino, perché nella mappa è veramente a pochissimi passi dal Castello Ursino, ma io davvero non vedo nessun dannato pozzo. Dopo un'ora decido che è meglio bere un caffè al mercato del pesce, a piscarìa, che a quest'ora è ormai semivuoto. Al chioschetto il tipo mi riconosce. Praticamente ci sono andata ogni mattina fino ad oggi perché la mattina presto il mercato è uno spettacolo di abbannìate e vocioni, di sorrisi e di frenesia. 

"Ma sei ancora qui?" e sorride afferrando una tazzina dallo scolapiatti.

Lo guardo affranta "Sì, oggi sto esplorando un pochino la città."

"Dove sei stata?"

Glielo dico e poi aggiungo "...volevo vedere anche il Pozzo di Gammazita ma l'unica cosa che sono riuscita a trovare che possa somigliare ad un pozzo sono i tombini. Ma è possibile che raggiungo il posto indicato dalla mappa e non c'è niente?"

" 'Che ti vuoi lanciare anche tu di sotto?"

"Veramente un ottimo consiglio... Ma tu sai dove si trova?"

E dal suo sorriso direi proprio di sì!

Lascia il bar al suo collega, mi fa cenno di seguirlo e si incammina. Mi dice che quel pozzo lo conoscono davvero in pochi a Catania, perché non è in una piazza o in una strada principale.

"...si trova dentro un cortile privato. Vedi...adesso giriamo e siamo praticamente arrivati. Dobbiamo suonare a qualcuno perché sennò come facciamo, devi attaccarti al campanello e forse qualcuno ti apre. Ma tu diglielo che vuoi vedere il pozzo."

Costeggiamo per qualche secondo un muretto che divide la strada dai binari della ferrovia e sbuchiamo in una piccola piazzetta accerchiata da vecchi palazzi di pietra. Dai fili di un balcone cade giù qualche goccia d'acqua. Qualcuno deve avere appena steso i vestiti, penso, quindi suoniamo al campanello che dovrebbe corrispondere a quell'interno.
Dopo qualche secondo si affaccia al balcone una signora con dei grossi occhiali rotondi.
Non le lascio il tempo di dire nulla: " Signora, salve, potrebbe aprir..."
"No, signorì, non ne vogliamo libri di Geova, cà semmu tutti cristiani"

Mi ha scambiata per una testimone di Geova, l'adoro.

"Signora, non sono qui per venderle un libro, vorrei vedere il Pozzo di Gammazita, sarebbe così gentile da aprire il cancello? Giuro che guardo, scatto una foto e vado via. Non la disturbo più dopo"

Sembra che stia per dire qualcosa, esita, ma alla fine entra senza dire nulla.
"Sarà sorda, boh", mi dice il tipo del chioschetto. Nello stesso istante un trillo: ha aperto il portone. 
Quando entro lei è già affacciata alla finestra che affaccia direttamente sul cortile e mi fissa.
Giuro che l'adoro.
Il tipo del chiosco saluta, "Ci vediamo domani, solito caffè stretto, mi raccomando", e va via con un sorriso che gli occupa tutto il viso.
Il pozzo non è come quelli che si vedono nei cartoni: è profondissimo e ha delle scale.
Faccio qualche foto dall'alto, scendo giù, mi soffermo sulle ripide gradinate. Improvvisamente penso a quante persone prima di me, fin dal 1200 circa, avranno calpestato queste scale e poi alla giovane Gammazita. Il pozzo è molto profondo. Doveva essere decisamente brutto quel cavaliere francese.

« Tu di lu cori sì la calamita
La mia palora non si cancia e muta;
Ti l'hè juratu e ti saroggiu zzita,
Chista mè porta ppi l'autri è chiujuta:
Cala li manu si mi voi pi zzita,
l'ura di stari 'nzemi 'un è vinuta:
si cchiù mi tocchi, comu Gammazita,
Mi vidi 'ntra lu puzzu sippilluta"

(L. Vigo, Opere - Raccolta amplissima di canti popolari siciliani, vol. II, Tip. Galatola, Catania 1870-74)



Per visitare il Pozzo di Gammazita e ricevere altre informazioni consultare il seguente link: https://www.gammazita.it/

mercoledì 28 febbraio 2018

La linea della felicità


(Stralcio del Lungomare Federico II di Svevia, Gela. Luglio 2017)


In estate mi piace osservare la mia città dal mare. 

La linea della felicità.

Credo che ognuno di noi abbia una visuale di preferenza sulle cose, un balcone sospeso che sceglie di occupare quando gli si chiede di parlare delle cose che ama. 

Il punto è che amare implica conoscenza e, si sa, conoscere davvero qualcosa o qualcuno non è mai così semplice come vorremmo. Significa azzerare le ombre. 
Quando illuminiamo un angolo, però, ne perdiamo un altro. Funziona così. 
Neanche il sole può illuminare tutto contemporaneamente, neppure a mezzogiorno.
Allora, quando mi chiedono di parlare della mia città devo decidere cosa illuminare per gli altri e cosa relegare alla penombra, almeno per quel momento.
Siamo protettivi con ciò che amiamo, io lo sono certamente, e c'è da aggiungere che con le luci faccio fatica. Questo è solo il primo passo. 
Il secondo,in certi casi, è mostrarlo agli altri.
Raccontare qualcosa che si ama è ancora più complicato, specialmente quando ci somiglia, quando il confine è così labile da confondersi.

Noi le costruiamo le città, le abbiamo costruite, e poi loro hanno trasformato noi, così che le loro luci, le loro ombre, finiscono per essere anche le nostre. 

Ricordo che quando ero poco più che un'adolescente una signora mi lesse la mano, giù per strada. Era una cosa che feci per noia, neanche per curiosità, e non prestai molta attenzione alle parole dell'anziana. Mi sfiorava la mano disegnando delle linee e ad un certo punto disse che la mia linea della felicità era lunga e dritta.
Ho osservato più volte la mano e non credo di averla mai trovata. Sembrano tutte abbastanza irregolari e corte.
La spiaggia di Gela, però, vista dal mare è lunghissima e dritta e quando la osservo dimentico tutte le mie stanchezze e i miei dubbi, così ho deciso che se non posso contare sulla mia mano, posso almeno contare su di lei per essere felice. Ogni tanto.


                                                     (La Torre di Manfria, Gela. Luglio 2016)