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| (Quadro attribuito a Josquin Desprez)
Novembre 2017.
Mi trovo a Catania per uno scambio giovanile. Sono qui già da qualche giorno e, tra una sessione di workshop mattutina ed una pomeridiana, il tempo per visitare la città è veramente poco. Anche se sono già stata un'infinità di volte a Catania, non posso dire di conoscerla perfettamente. Quando ci comunicano che Giovedì avremo un'intera giornata di tempo libero, iniziano tutti a progettare cosa fare, dove andare e quale mezzo noleggiare. Volano i primi nomi: Etna (visitata oltre dieci volte), Siracusa (ci sono stata qualche mese fa), Taormina (la conosco fin troppo bene), letto (odio dormire).
Si dividono tutti tra le prime due mete.
Ora, io sono estremamente socievole, ma quando vado in esplorazione preferisco andare sola e non soffrire l'indecisione o la fretta altrui. Ecco che trascorrerò buona parte del mio giorno libero a Catania. Sola.
Alle 9.30 varco il portone dell'ostello e mi perdo tra i vicoli e le strade della città sotto un insolito sole cocente e munita della mia fotocamera. Vado un po' ovunque, entro nelle chiese, mi addentro tra i tendoni dei mercati, nei palazzi antichi, perlustro addirittura l'Archivio Storico di Stato senza capirci nulla. Un simpatico vecchietto di tanto in tanto mi controlla, o forse non riesce a credere che io possa realmente essere interessata all'Archivio. Mi fa cenni con le mani come a dire " continui pure" e il suo sguardo indugia sul tetto per qualche istante. Non c'è nessun altro visitatore a parte me. Probabilmente perché è quasi ora di pranzo e dovrei già essere dentro un panino.
Saluto, scendo a due a due i gradoni e mi fiondo nel primo panificio lì vicino.
Mentre addento il panino controllo il mio smartphone alla ricerca di qualche altro posto da visitare.
Il Pozzo di Gammazita.
Clicco sull'icona nello schermo e spulcio un po' per il sito. Da qualche parte qui vicino c'è un'associazione che organizza dei tour giù per il pozzo. E ovviamente a quell'ora è chiusa.
Scorro la decrizione velocemente.
Il nome del pozzo non è casuale, anche su di lui aleggia una leggenda. Mi emoziono, io stalkerizzo le leggende.
Secondo il racconto Gammazita era una giovane donna dal bellissimo aspetto e perciò corteggiata da molti uomini, in particolar modo da uno, un cavaliere francese. Questi era molto insistente con la giovane che, però, non intendeva cedere alle sue richieste, nonostante ne fosse invaghita, giacchè "non intendeva cadere nel disonore" prima di un fidanzamento e un matrimonio ufficiali. Quindi cadde nel pozzo. Anzi si lanciò giù nel pozzo.
Alcuni dicono che il cavaliere francese fosse stato in realtà inviato da una rivale in amore, Macalda, ricca e affascinante donna catanese (e mica tanto se doveva ricorrere a questi stratagemmi), la quale era innamorata del suo giovane paggio senza essere ricambiata. Questi, infatti, si era da tempo innamorato di Gammazita. Macalda aveva inviato il cavaliere francese alla corte di Gammazita affinchè questi riuscisse nell'intento di disonorarla, così da allontanare per sempre il paggio da Gammazita, porre fine al loro amore e far sì che egli tornasse alla corte di Macalda.
Ormai devo vederlo.
Ma nessuno mi sa indicare esattamente il posto. Sembra che pochissimi catanesi conoscano la sua posizione, alcuni ignorano la sua esistenza e mi guardano come se stessi provando a vedergli un unicorno.
Mi perdo almeno dieci volte. So che è qui vicino, perché nella mappa è veramente a pochissimi passi dal Castello Ursino, ma io davvero non vedo nessun dannato pozzo. Dopo un'ora decido che è meglio bere un caffè al mercato del pesce, a piscarìa, che a quest'ora è ormai semivuoto. Al chioschetto il tipo mi riconosce. Praticamente ci sono andata ogni mattina fino ad oggi perché la mattina presto il mercato è uno spettacolo di abbannìate e vocioni, di sorrisi e di frenesia.
"Ma sei ancora qui?" e sorride afferrando una tazzina dallo scolapiatti.
Lo guardo affranta "Sì, oggi sto esplorando un pochino la città."
"Dove sei stata?"
Glielo dico e poi aggiungo "...volevo vedere anche il Pozzo di Gammazita ma l'unica cosa che sono riuscita a trovare che possa somigliare ad un pozzo sono i tombini. Ma è possibile che raggiungo il posto indicato dalla mappa e non c'è niente?"
" 'Che ti vuoi lanciare anche tu di sotto?"
"Veramente un ottimo consiglio... Ma tu sai dove si trova?"
E dal suo sorriso direi proprio di sì!
Lascia il bar al suo collega, mi fa cenno di seguirlo e si incammina. Mi dice che quel pozzo lo conoscono davvero in pochi a Catania, perché non è in una piazza o in una strada principale.
"...si trova dentro un cortile privato. Vedi...adesso giriamo e siamo praticamente arrivati. Dobbiamo suonare a qualcuno perché sennò come facciamo, devi attaccarti al campanello e forse qualcuno ti apre. Ma tu diglielo che vuoi vedere il pozzo."
Costeggiamo per qualche secondo un muretto che divide la strada dai binari della ferrovia e sbuchiamo in una piccola piazzetta accerchiata da vecchi palazzi di pietra. Dai fili di un balcone cade giù qualche goccia d'acqua. Qualcuno deve avere appena steso i vestiti, penso, quindi suoniamo al campanello che dovrebbe corrispondere a quell'interno.
Dopo qualche secondo si affaccia al balcone una signora con dei grossi occhiali rotondi.
Non le lascio il tempo di dire nulla: " Signora, salve, potrebbe aprir..."
"No, signorì, non ne vogliamo libri di Geova, cà semmu tutti cristiani"
Mi ha scambiata per una testimone di Geova, l'adoro.
"Signora, non sono qui per venderle un libro, vorrei vedere il Pozzo di Gammazita, sarebbe così gentile da aprire il cancello? Giuro che guardo, scatto una foto e vado via. Non la disturbo più dopo"
Sembra che stia per dire qualcosa, esita, ma alla fine entra senza dire nulla.
"Sarà sorda, boh", mi dice il tipo del chioschetto. Nello stesso istante un trillo: ha aperto il portone.
Quando entro lei è già affacciata alla finestra che affaccia direttamente sul cortile e mi fissa.
Giuro che l'adoro.
Il tipo del chiosco saluta, "Ci vediamo domani, solito caffè stretto, mi raccomando", e va via con un sorriso che gli occupa tutto il viso.
Il pozzo non è come quelli che si vedono nei cartoni: è profondissimo e ha delle scale.
Faccio qualche foto dall'alto, scendo giù, mi soffermo sulle ripide gradinate. Improvvisamente penso a quante persone prima di me, fin dal 1200 circa, avranno calpestato queste scale e poi alla giovane Gammazita. Il pozzo è molto profondo. Doveva essere decisamente brutto quel cavaliere francese.
« Tu di lu cori sì la calamita
La mia palora non si cancia e muta;
Ti l'hè juratu e ti saroggiu zzita,
Chista mè porta ppi l'autri è chiujuta:
Cala li manu si mi voi pi zzita,
l'ura di stari 'nzemi 'un è vinuta:
si cchiù mi tocchi, comu Gammazita,
Mi vidi 'ntra lu puzzu sippilluta"
(L. Vigo, Opere - Raccolta amplissima di canti popolari siciliani, vol. II, Tip. Galatola, Catania 1870-74)
Per visitare il Pozzo di Gammazita e ricevere altre informazioni consultare il seguente link: https://www.gammazita.it/
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Non esiste un'unica e vera Sicilia. Non esiste un unico racconto della Sicilia, ogni luogo narra una storia. Contaminazioni, voci, aneddoti, storie, resistenza sociale, immagini, sprazzi di Sicilie attuali e remote che coesistono, si bagnano sulla pelle e le corde di chi è passato e di chi è restato, tasselli di luoghi liquidi che si intrecciano ai vissuti delle persone, dei loro volti. Questo blog non è un blog sulla Sicilia, è un blog sulle Sicilie.
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sabato 3 marzo 2018
Il Pozzo di Gammazita
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Ubicazione:
Catania CT, Italia
giovedì 1 marzo 2018
Falesie, rocce e finestre di pietra
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| (Scala dei Turchi, Realmonte. Foto di Andrea di Benedetto) |
Una mattina dell'agosto del 2009. Gita fuori porta. Partii da Gela insieme alla mia famiglia, ai miei zii e ai miei cugini, direzione: Scala dei Turchi. Inutile dilungarsi sull'afa di quel giorno e su quanto avvenne durante il viaggio (sì, abbiamo sbagliato strada almeno due volte), perché quel che conta è cosa trovammo al nostro arrivo.
Non ero mai stata in questa zona e, lo devo dire, me ne pentii immediatamente.
Una falesia bianca, a strapiombo sul mare, così candida da sembrare panna montata ad arte. Dal parcheggio sembrava una nuvola caduta per terra.
Non ricordo di aver fatto neanche il bagno perché il mio unico interesse era quella dannata falesia.
Camminarci sopra non era per nulla agevole, la marna scottava talmente tanto che anche sedersi costituiva un atto di coraggio, ma alla fine, con qualche dolore, riuscii nell'impresa. Il nome di questa falesia è dovuto alla sua forma (appunto quella di una scala) e ad alcuni racconti: si dice che intorno al '500 i corsari saraceni, dopo aver ormeggiato le proprie imbarcazioni ai suoi piedi, arrampicandosi per la marna bianca, riuscirono più volte a raggiungere i villaggi circostanti per razziarli e tornare a casa con ricchi tesori.
Poi giù, tra le onde blu del mare e all'ombra della Scala, notammo una roccia solitaria di marna bianca. In quel momento un signore raccontava ai suoi compagni la sua storia. Lo chiamano "u scoglio do zitu e a zita", perché una leggenda popolare attribuisce la sua presenza lì, in quell'esatto punto, alla storia tragica di due giovani innamorati, Peppe e Rosalia, il cui amore fu fortemente osteggiato dal padre della ragazza. I due innamorati riuscirono comunque a incontrarsi un'ultima notte sulla punta della Scala dei Turchi dove si giurarono amore eterno, gettandosi mano nella mano in mare e scomparendo tra le onde e la bonaccia.
Racconta la
leggenda che dopo alcuni anni, proprio lì, spuntarono due scogli tenuti insieme
da una lingua di pietra e che alcuni pescatori, nelle notti di bonaccia
sentirono spesso il dolce sussurro di un canto di donna.
Le coste della mia terra sono ricche
di falesie che interrompono il flusso del mare, di finestre che sembrano
precipitare verso il basso. Qualsiasi borgo, contrada, paese e città di mare ne
possiede una.
Le puoi scalare, ci puoi dormire, sognare,
e da lì il suono del mare è più chiaro e sincero. Bisbiglia, mentre le reti dei
pescatori sfilacciate dalla salsedine vengono raccolte con stanchezza, mentre
una piccola barca scorre verso il porticciolo. Oppure mentre la solitudine
sembra tanta ed invece non è altro che silenzio vivo.
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| (Dalla riserva di Isola Bella. Maggio 2017) |
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| (Isola Bella, finestra naturale sul mare. Giugno 2017) |
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| (Spiaggia di Gela. Luglio 2016) |
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| (Piscine di Pisciotto. Agosto 2016) |
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| (Isola delle Femmine. Giugno 2017) |
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| (Costa di Mazzarò. Giugno 2017) |
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| (Mondello, Palermo. Febbraio 2015) |
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| (Montelungo, Gela. Aprile 2016) |
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| (Mondello, Palermo. Marzo 2013) |
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| (Montelungo, Gela. Febbraio 2015) |
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| (Riserva di Isola Bella, Percorso Acacie. Maggio 2017) |
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| (Dalla Villa Comunale di Taormina. Maggio 2017) |
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| (Falesia di Sant'Alessio Siculo. Maggio 2017) |
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| (Falesia di Mazzarò. Giugno 2017) |
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| (Mazzarò. Giugno 2017) |
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| (Grotta azzurra, Mazzarò. Giugno 2017) |
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| (Punta Bianca. Foto presa dal web) |
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Ubicazione:
Sicilia, Italia
martedì 27 febbraio 2018
A Truvatura
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| (Dal Belvedere di Forza D'Agrò, Maggio 2017) |
Maggio 2017, praticamente estate. Dobbiamo cercare una casa in affitto per Ciccio che ha trovato un nuovo lavoro nella provincia di Messina.
La sera prima salutiamo gli amici di Gela come se stessimo partendo per New York e la mattina del 2 Maggio siamo già in viaggio. Abbiamo la macchina carica di bagagli perché noi siamo fiduciosi: troveremo subito una casa e potremmo trasferirci subito.Il sole brucia la pelle come se fosse Agosto e all'autogrill dell'A18, mentre sorseggiamo il quinto caffè della giornata, un barista ci chiede dove siamo diretti. Ha sentito che ci stiamo trasferendo (ma davvero?).
"Nei pressi di Sant'Alessio Siculo, qui vicino".
Annuisce come se gli avessimo appena confidato qualcosa che già sapeva. Usciamo dall'autostrada in direzione Taormina e commettiamo il primo errore: a fine mese Taormina ospiterò il G7 e i suoi dintorni sono un cantiere a cielo aperto, dobbiamo tornare indietro e imboccare un'altra entrata. Dopo qualche minuto, dalla strada provinciale che costeggia il mare, intravediamo un'altissima scogliera e, sospeso tra il cielo e il mare, un imponente castello. I cartelli sbiaditi lungo la strada ci informano che siamo giunti a destinazione.
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| (Lungomare di Sant'Alessio Siculo. Maggio 2017) |
La nostra prima ricerca a Sant'Alessio procede frenetica ma priva di successo. Ci spostiamo nella vicina Letojanni, in direzione Taormina. Anche qui, esito negativo.
Iniziamo a guardarci intorno. Tornati a Sant'Alessio, ad un bar, ci dicono che Forza D'Agrò ("...quel coso lì sopra") ci sono molte case in affitto e che i pullman collegano bene il borgo con i paesini limitrofi.
Con la macchina ci arrampichiamo per le stradine del promontorio, davanti a noi un tizio con uno scooter sembra sfidare le leggi della gravità e noi lo assecondiamo. Impossibile azzardare sorpassi in quei tornanti. Quando arriviamo su è quasi amore.
Dal belvedere è un esteso manto di verde e di azzurro, puntigliato qua e là dai colori dei fiori primaverili e attraversato dalla SS114, che da qua sopra pare una minuscola arteria musicale.
Alla pizzeria "Antichi Muri", al centro di una piazzetta medievale, un signore ci racconta una leggenda popolare che la gente del posto conosce con il nome de " I truvature".
I truvature erano dei luoghi nascosti dove erano stati conservati ricchissimi tesori sui quali vigilava l’anima di un defunto, ucciso sul luogo per l’occasione, al quale veniva affidato il compito di proteggere la grande ricchezza. Ancora si raccontava che per giungere al tesoro fosse indispensabile entrare nelle grazie di quest’anima, cercando la "truvatura", ossia il modo di corrompere il guardiano, che a sua volta sperava di essere liberato da questa condanna eterna.
"Si dice che ogni tanto venisse in sogno alla gente per dare loro indicazioni su come arrivare al tesoro. Però era difficile lo stesso, perchè spesso si dovevano riunire tutte le persone che avevano fatto lo stesso sogno" e spinge indietro la mano ridendo e sospirando.
"Signorì, cu cerca sordi cerca guai. Pì mìa a truvatura è chista", allarga le braccia di fronte a sè e le rughe intorno agli occhi si arricciano in un sorriso che parte da dentro.
"Famiglia, silenzio, buon cibo, arte, mare e aria fresca, chiste su i truvature, se lo faccia dire da me che sono vecchio".
Un'ora dopo, mentre osserviamo le sottili increspature del mare di sotto e il vento ci accarezza, tra uno sbadiglio ed un abbraccio, penso a quanto abbia ragione il vecchietto. E mi godo a truvatura.
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| (L'Arco Durazzesco e la Chiesa della Santissima Trinità, Forza d'Agrò. Maggio 2017) |
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98030 Forza d'Agro ME, Italia
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