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sabato 17 marzo 2018

La campagna di domenica

(Il Castelluccio, Gela. immagine presa dal sito www.typicalsicily.it)

Prima si andava in campagna ogni domenica. Me le ricordo bene le "arrustute" autunnali all'aria aperta, tra un'altalena sbilenca, un morso al pane caldo, le "cacoccile" fumanti e tante risate. Si mangiava come se fosse l'ultimo pasto prima di una grande carestia di cibo, ci si sporcava non appena scesi dalla macchina e la sera le scarpe erano piene di terra, spine e roba di ogni tipo. Ci si divertiva con poco.

"Mamma, sbuccia l'arancia, come si fa?"



Un odore inconfondibile, quello della campagna la domenica.



Le infinite distese di grano, il manto di un leone che ozia. Il fumo della carne addosso, lo sfrigolìo della brace, i più grandi che ridono a voce alta, si prendono in giro, mentre noi piccoli tentiamo di romperci le ossa in qualche gioco strampalato. Non eravamo alti neanche un metro, forse, e già allungavamo il collo verso le cose, senza escludere nulla. 

Le nuvole non erano nuvole, erano persone, animali, orchi, ghiacciai, montagne bianche, e niente poteva convincerci del contrario. 
Un tempo non avremmo mai rinunciato alla fantasia.
E neanche alle domenica in campagna.



Ricordo ancora quando, subito dopo pranzo, la mamma e le altre signore impastavano la pizza per la sera. La coprivano con dei panni per lasciarla lievitare e scherzavano sul fatto che la loro pancia, dopo tutto quel cibo, fosse invece già lievitata.

Quindi, esisteva una sorta di rituale pomeridiano, che era un tassello fondamentale delle domeniche in campagna: la passeggiata.

A parte gli anziani che preferivano fare la salsa, si usciva tutti insieme a camminare. Erano passeggiate lunghissime, piene di soste, non esistevano ancora i telefonini e quindi non si facevano molte foto, eppure ricordo perfettamente quei luoghi, il fragore, le corse di noi piccoli per arrivare prima dei grandi.

Capitava, delle volte, che si andasse a casa di alcuni amici dei miei genitori che possedevano una casa nelle campagna oltre le gole del Disueri, a pochi km da Gela.

Dalla casa si vedeva il Castelluccio, una delle torri di guardia costruita in epoca normanno-sveva per vegliare quelle terre dagli attacchi saraceni.
Si erge sulla piana da uno sperone di roccia gessosa, di notte sembra parte del cielo. Durante le passeggiate ci andavamo spesso.
Allora, una volta lì sotto, si giocava alle principesse e ai principi.
Ci avevano già raccontato tempo addietro della bella Castellana che lo aveva abitato secondo i racconti popolari.
Si diceva che, proprio in quella fortezza, si aggirassero strane presenze, difatti i viandanti e i contadini di allora raccontavano di scorgere spesso strane cose, specialmente di notte: figure incosistenti, canti remoti e oscure figure. Avevano tutti paura di quel posto e nessuno voleva andare a lavorare le terre limitrofe. Un giorno i canti smisero di riempire la notte, le figure sparirono e nessuna donna fu più vista al castello. 
Giorni dopo alcuni contadini coraggiosi decisero di avvicinarsi per controllare cosa fosse successo e, con loro grande stupore, non trovarono nessuno. Era come se quella fortezza fosse sempre stata disabitata.


A quanto pare esiste un passaggio sotterraneo che collega la torre di controllo alla città, precisamente alla "Batìa",  l'ex Convento dei Benedettini, sito nel centro storico di Gela.



Quando mio padre me lo disse avevo circa sette anni e la mia fantasia era priva di confini. Iniziai quindi a pensare che la castellana e gli esseri che abitavano con lei fossero fuggiti per quel tunnel verso la città. Pensavo che, magari, la castellana si fosse costruita una nuova identità, per sfuggire da qualcosa, e che avesse sposato qualche giovane gelese.



"Magari ha sposato qualche tuo antenato e quindi siamo veramente delle principesse del castello".



Le domeniche in campagna finivano sotto la doccia, dopo aver mangiato l'ultima fetta di pizza rossa rimasta, uno sbadiglio senza pensieri e le scarpe a prendere aria sul davanzale.






Per approfondire la storia del Castelluccio: http://www.gelacittadimare.it/castelluccio.html

martedì 27 febbraio 2018

A Truvatura


(Dal Belvedere di Forza D'Agrò, Maggio 2017)


Maggio 2017, praticamente estate. Dobbiamo cercare una casa in affitto per Ciccio che ha trovato un nuovo lavoro nella provincia di Messina.

La sera prima salutiamo gli amici di Gela come se stessimo partendo per New York e la mattina del 2 Maggio siamo già in viaggio. Abbiamo la macchina carica di bagagli perché noi siamo fiduciosi: troveremo subito una casa e potremmo trasferirci subito.Il sole brucia la pelle come se fosse Agosto e all'autogrill dell'A18, mentre sorseggiamo il quinto caffè della giornata, un barista ci chiede dove siamo diretti. Ha sentito che ci stiamo trasferendo (ma davvero?).

"Nei pressi di Sant'Alessio Siculo, qui vicino".

Annuisce come se gli avessimo appena confidato qualcosa che già sapeva. Usciamo dall'autostrada in direzione Taormina e commettiamo il primo errore: a fine mese Taormina ospiterò il G7 e i suoi dintorni sono un cantiere a cielo aperto, dobbiamo tornare indietro e imboccare un'altra entrata. Dopo qualche minuto, dalla strada provinciale che costeggia il mare, intravediamo un'altissima scogliera e, sospeso tra il cielo e il mare, un imponente castello. I cartelli sbiaditi lungo la strada ci informano che siamo giunti a destinazione.


(Lungomare di Sant'Alessio Siculo. Maggio 2017)


La nostra prima ricerca a Sant'Alessio procede frenetica ma priva di successo. Ci spostiamo nella vicina Letojanni, in direzione Taormina. Anche qui, esito negativo. 
Iniziamo a guardarci intorno. Tornati a Sant'Alessio, ad un bar, ci dicono che Forza D'Agrò ("...quel coso lì sopra") ci sono molte case in affitto e che i pullman collegano bene il borgo con i paesini limitrofi. 
Con la macchina ci arrampichiamo per le stradine del promontorio, davanti a noi un tizio con uno scooter sembra sfidare le leggi della gravità e noi lo assecondiamo. Impossibile azzardare sorpassi in quei tornanti. Quando arriviamo su è quasi amore.
Dal belvedere è un esteso manto di verde e di azzurro, puntigliato qua e là dai colori dei fiori primaverili e attraversato dalla SS114, che da qua sopra pare una minuscola arteria musicale. 
Alla pizzeria "Antichi Muri", al centro di una piazzetta medievale, un signore ci racconta una leggenda popolare che la gente del posto conosce con il nome de " I truvature".

I truvature erano dei luoghi nascosti dove erano stati conservati ricchissimi tesori sui quali vigilava l’anima di un defunto, ucciso sul luogo per l’occasione, al quale veniva affidato il compito di proteggere la grande ricchezza. Ancora si raccontava che per giungere al tesoro fosse indispensabile entrare nelle grazie di quest’anima, cercando la "truvatura", ossia il modo di corrompere il guardiano, che a sua volta sperava di essere liberato da questa condanna eterna. 
"Si dice che ogni tanto venisse in sogno alla gente per dare loro indicazioni su come arrivare al tesoro. Però era difficile lo stesso, perchè spesso si dovevano riunire tutte le persone che avevano fatto lo stesso sogno" e spinge indietro la mano ridendo e sospirando. 
"Signorì, cu cerca sordi cerca guai. Pì mìa a truvatura  è chista", allarga le braccia di fronte a sè e le rughe intorno agli occhi si arricciano in un sorriso che parte da dentro.
"Famiglia, silenzio, buon cibo, arte, mare e aria fresca, chiste su i truvature, se lo faccia dire da me che sono vecchio".


Un'ora dopo, mentre osserviamo le sottili increspature del mare di sotto e il vento ci accarezza, tra uno sbadiglio ed un abbraccio, penso a quanto abbia ragione il vecchietto. E mi godo a truvatura.



(L'Arco Durazzesco e la Chiesa della Santissima Trinità,
 Forza d'Agrò.
Maggio 2017)

(Dal Belvedere di Forza D'Agrò, Maggio 2017)

Per conoscere meglio le bellezze di Forza d'Agrò consultare il sito: http://www.forzadagro.net/