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giovedì 14 giugno 2018

Arrivederci Ahmed





(La Vucciria, Piazza Caracciolo, Palermo)





Quella sera l'afa era insopportabile a Palermo e noi camminavamo con passi sbilanciati e rumorosi tra le viuzze del centro. Le balate erano ancora calde nonostante il sole fosse tramontato da molte ore, e la gente sventolava fogli di carta e ventagli per dare apparente sollievo al viso. I locali erano zeppi di gente che mangiava, beveva e discuteva facendo un gran baccano. Era giugno e gli esami non erano ancora finiti, però da qualche parte ci era rimasta un pò di energia per camminare dopo il tramonto e una disperata voglia di musica e allegria. Eravamo un bel gruppetto e nessuno di noi sembrava occupato da altri pensieri, eravamo lì pienamente. 
Mi ricordo di te Ahmed. Credo fosse quello il tuo nome. Eri così esile da confonderti tra la folla e i lampioni, mentre tra le mani stringevi un sacchetto di plastica rovinata e le tue spalle erano ricurve sotto il peso di uno zaino che aveva tutta l'aria di pesare più di te. I tuoi occhi guizzavano in quel trambusto alla ricerca di quelli delle altre persone. Ti abbiamo visto in pochi, probabilmente gli occhi di tanti ti hanno attraversato, ma solo qualcuno è riuscito a vederti veramente. Succede alle persone distratte o a quelle troppo concentrate su altro. Ti ho visto esattamente mentre prendevi posto ai bordi del marciapiede di pietra bollente e con una mano  ti toccavi il collo ripetutamente. Ti ho riconosciuto immediatamente, perché è quello che faccio io ogni volta che provo disagio e non so cosa fare. Torturo con le dita la pelle del collo e piego leggermente la testa. E mentre pensavo a questa cosa l'hai rifatto: hai piegato anche tu la testa. Ad un certo punto ci hai visto anche tu, a quel muretto di fronte a te, tanti ragazzi sicuramente più grandi di te, con la birra, le sigarette, i telefonini, intenti a scattare foto e a parlare a voce alta. Non hai incrociato il mio sguardo subito, perché sei rimasto ancora un altro pò con te stesso, a pensare a chissà cosa. Ti sei avvicinato con un sorriso che hai tirato su all'improvviso. Non capivo quanto stessi fingendo e ho aspettato che tu ci raggiungessi.
Ci hai chiesto se volessimo comprare delle cover per il telefono e noi non ti abbiamo risposto subito perché avevi al collo una collana bellissima di legno e Chiara ti aveva chiesto se ne avessi un'altra da venderci. Dicesti no, che quello era un regalo e che però ne avevi delle altre.
Mentre ci mostravi le tue cose ti sei seduto nel muretto vicino a noi e la tua allegria ci ha incuriositi. Eri piccolo allora, Ahmed, tredici anni, mentre adesso avrai l'età per guidare una macchina. Allora i tuoi polsi erano così sottili da sembrare delle spighe e la tua voce non era ancora quella degli adulti. Ci hai raccontato della tua fidanzatina che non vedevi da tanto tempo e di come tua nonna vestisse stravagante. Di quanto ti mancassero i tuoi amichetti e le strade della città dove hai vissuto da piccolo, però fa niente, Palermo ti piaceva tanto, dicevi, la gente era gentile con te. Alcuni un pò meno.
Ci hai parlato della scuola che frequentavi a Ballarò, dei tuoi compagni di classe e di quanto avessi sonno. Perché tu dopo la scuola e i compiti uscivi a vendere le cover dei telefonini. Lo dicevi senza cercare di commuoverci, con un sorriso che occupava tutto il tuo volto e metteva in evidenza la tua magrezza. Senza che tu potessi vedermi ho sfilato la cover dal mio telefono e ti ho chiesto di mostrarmene qualcuna. Ne ho scelta una bellissima, intagliata e colorata, e subito dopo mi hai regalato un ciondolo di plastica giallo e blu. Nel frattempo anche gli altri avevano comprato qualcosa, nulla di che, ma la tua spontaneità era così bella che sono certa la percepirono tutti. Ti hanno chiesto di dove fossi, e tu ci hai detto che non sapevi rispondere perché eri andato in così tanti posti che non sapevi scegliere.

Sei andato via con il sacchetto poco più leggero.

Ahmed, ti ho incontrato poche volte ancora e poi sei sparito, o forse sei cresciuto e non somigli più a quel ragazzino gracile e spigoloso, forse mi sei passato vicino altre volte e neanche tu mi hai riconosciuta, magari ti sei scordato, e non te ne faccio una colpa. Forse sei andato in un altro posto e hai recuperato il sonno perso in quegli anni, non saprei, ma avrei voluto dirti che anche io mi sono trovata tante volte in un angolo a toccarmi il collo e a fissare il pavimento. Tante volte. E se crescendo non l'hai ancora imparato, imparerai comunque, come me, che in tutto quel casino di gente qualcuno prima o poi ti vede. Potrà non diventare tuo amico, potrà approfittarsi della tua fragilità momentanea, potrà sorriderti complice, o potrà semplicemente rimanere dov'è. E tu potresti non accorgerti di tutte queste risposte, ma non sarai mai invisibile del tutto. 
Imparerai o lo hai già fatto, che tutti stiamo salendo una scala, che qualcuno nasce nel gradino più basso, qualcuno al centro, qualche altro ancora quasi in cima, e che questo non conta, perché siamo tutti in grado di risalirla, e che chi sta in fondo si stancherà tanto, ma avrà visto e imparato altrettanto.

Imparerai alla fine, che le cose a cui siamo più legati non sono in grado di trattenerci in alcun posto, perché non sono cose e non pesano niente. 


Arrivederci Ahmed.





domenica 8 aprile 2018

Sul treno regionale



(Stazione di Gole dell'Alcantara, foto scattata nel Settembre 2011)



Mentre il treno arrancava sopra i binari, sbuffavo. Mi sembrava avventuroso fuggire in treno, ma dopo due ore e mezza di viaggio, due cambi in stazioni desolate e due pacchi di cracker riversati nel sedile di fianco per via di curve estreme, la mia idea di fuga in treno era stata declassata da "entusiasmante" a "Vorrei non essere così idiota, devo smetterla di guardare film".

Il fatto è che era una calda giornata di metà maggio del 2010 e io ero letteralmente impazzita. Qualcuno mi aveva davvero fatto imbestialire e il mio concetto di romanticismo tormentato aveva bussato ai miei nervi con una certa insistenza, tanto che ero uscita da scuola con un'ora di anticipo e avevo guidato la mia Nissan fino alla stazione parlando con il vocabolario di greco.

"Dove si fanno i biglietti del treno?" avevo chiesto al tizio del bar.
 Mi aveva indicato se stesso.
Bene, mi ero detta, anche in Sicilia esistono i treni, allora.

Ero diretta a Palermo, a casa di mia cugina che non sapeva niente del mio arrivo, come del resto nessun altro sulla faccia della terra.

Ve l'ho detto, ho una fervida immaginazione e sono più irrazionale delle pubblicità a tradimento sul web.

Durante il viaggio, all'ennesima chiamata dei miei genitori, decisi di risparmiare loro un infarto.

"Ma dove sei che è pronto?!"
"Sopra il treno."
"Alessandra, DOVE SEI???"

Già la voce di mio padre somigliava più a quella di un giudice che ti sta dicendo che ti darà l'ergastolo, col cavolo che vedi il sole, andrai nella cella più gelida e buia dell'inferno.

"Papà, ho bisogno di staccare."

Se ci penso oggi, rido. Ero veramente convinta di soffrire come un cane ed era tutto realmente come nelle commedie. Ma ero maggiorenne, potevo allontanarmi da casa, mi dicevo. 

Mi sentivo come le protagoniste dei miei libri preferiti, eroine del popolo, tragicamente travolte da un destino avverso. 
Nel frattempo la Sicilia scorreva al di là dei vetri del vagone, unti di qualcosa. Distese di grano, la campagna deserta... come il treno, del resto.
Al primo cambio di treno ho pensato: vuoi vedere che sbaglio e torno indietro?
Invece una simpatica vecchietta si è avvicinata e mi ha chiesto quando arrivasse la coincidenza.
A me.
Neanche sapevo che esistessero i treni qui.
Stringeva un fazzoletto colorato tra le dita rugose, tossiva in continuazione, ma aveva lo sguardo gentile. Iniziammo a commentare il tempo. Nel marciapiede di fronte dei signori piuttosto avanti con l'età avevano raggruppato qualche sedia di plastica e un tavolino che un tempo doveva essere bianco e giocavano a carte scambiandosi qualche insulto. Briscola in cinque.
-Totò, a 'bbiare u carricu, u capisti? Ciuzzu è u cumpagno, viri cà fari e ioca!"

Quando fummo sopra il treno mi disse che stava andando a trovare suo figlio a Palermo.
"Un bel ragazzo" commentò sorridendo. 
Iniziò così ad elencare tutte le prelibatezze che gli avrebbe cucinato nei giorni seguenti.
Il controllore ci chiese di mostrare i biglietti con uno sbadiglio allegro. Avvenne tutto con una calma che provai a memorizzare.
Quanto è bella la mia terra.


Nel frattempo io fantasticavo. Il treno andava lentamente, tra gallerie e campagne irrisolte, e riaccendeva in me ogni curiosità per lo spazio circostante. Dall'aereo era sempre stato diverso, perché smettevo di guardare fuori dal finestrino dopo il decollo, come se la cosa non mi riguardasse. Ma sul treno no, mi sembrava che tutto si rivolgesse a me, la mia terra, così stramba e goffa, era come se ne stessimo parlando faccia a faccia, di tutto. Agli argini erbosi delle stradine sembrava che sostasse una parte remota di me stessa che aveva già calpestato quei fiori e conosceva la strada. Quei paesaggi che si ripetevano, l'inconfondibile gobba delle colline e la lentezza delle pale eoliche che spezzavano l'aria e tagliavano il sole, era tutto così lento e irripetibile nella sua sostanza. Al prossimo viaggio la strada sarebbe stata la stessa e il viaggio sarebbe stato diverso. 
Oziavo con la fronte contro il sedile, uno strano senso di incontrollato entusiasmo, il fischio, la stazione. Scivolava come una coperta di seta. Ho avvertito caldo e freddo.

I treni non passano solo una volta, sì, è vero, spesso ritardano, ma passano ancora. Il punto è che pur essendo lo stesso treno, il viaggio sarà un altro. Prenderlo il 18 giugno o il 30 agosto cambierà qualcosa: cambieranno i vicini di posto, i passeggeri, il tempo oltre i finestrini, i colori dei campi, tu.
A volte i treni regionali sono troppo affollati e preferirai non salire. Il controllore un giorno sarà un uomo gentile, un altro un uomo scontroso, e anche questo potrebbe cambiare il tuo viaggio. Allora il punto non è prendere il treno giusto, ma prendere il treno al momento giusto.

mercoledì 4 aprile 2018

Le piazze umane










"Ni virremu a chiazza"

La piazza è un abbraccio, di pietra e balate, uno sprazzo di arte che i cornicioni dei palazzi trattengono dal cielo.

Mentre scivoli sui rivoli di vita e di voci, la musica è così vera che nessun musicista d'eccezione potrebbe ripeterla. Un labirinto di vie e finestre, ti portano lì, una piazza. Una piazza non sarà mai solo uno spazio, un posto, è un luogo di anime, di assenze presenti, c'è qualcosa per tutti: vecchi, bambini e adulti, sognatori, ubriaconi, innamorati, arrabbiati, ballerini, sognatori, malinconici e speranzosi, gente che non ha mai condiviso nulla se non quei luoghi,la stessa vernice, le stesse panchine, gli stessi lampioni, la luce, certi cieli bui, certe note. Gente che non ha mai voluto incontrarsi, eppure sullo stesso marciapiede, lo stesso coro, una birra diversa, i bicchieri che si frantumano, qualche braccio distratto, le cicche sparpagliate, l'odore del cibo, e qualche sogno indefinito oltre alle pareti.

C'è silenzio o si abbannìa.
Ci si sdraia, si balla, si canta, si scappa, ci si ritrova o ci si perde, naufraghi e comandanti, generali liberi, smarriti.

Adagi ricordi di spensieratezza, di sana follia, quanto vorrei vivere in una piazza che non porta da nessuna parte ma dove tutti possono arrivare. 

La protesta, la rivendicazione, il vagito di insensate resistenze che possono sciogliersi in una notte. Una piazza liquida, guarda dritto, guarda in alto, non fa niente se cadi, qualcuno ti raccoglie.
Quelle vite nascoste dalle piazze. Le piazze che scopri all'improvviso, i ballerini di tango quando sfiorano la notte e volteggiano sotto le chiese, la chitarra di uno sconosciuto, quando le saracinesche dei locali si abbassano e vicino la fontana qualcuno balla, quando la vita è deserta e quel vecchietto si lecca le dita per sfogliare meglio il giornale, su quella panchina sbiadita e sbilenca, quando il marciapiede è più comodo del divano e inizi a parlare di cose che poi ti sfuggono, la risata fragorosa del gruppetto lì in fondo, l'alba, se fa freddo, se fa caldo. Se cammini o se stai fermo. Quanta vita scorre nelle piazze, quanti sguardi si confondono.

Le piazze umane.

Quando vuoi conoscere una città cerca le sue piazze, stacci un giorno, o una notte, attraversale e fatti attraversare. Che la vita si annida lì.





giovedì 15 marzo 2018

Nelle città di mare

(Spiaggia di Pisciotto. Agosto 2016)



Come si vive in una città priva di mare?
Me lo domandavo qualche estate fa mentre camminavo sulla battigia della Spiaggia di Pisciotto, vicino Licata, e la Rocca di San Nicola sembrava una foca che aspetta qualcosa di sorprendente  spuntare nel cielo. Passeggiavo tra la gente e mi rendevo conto soltanto allora di quanto fosse lunga la spiaggia. I gabbiani sorvolavano l'isolotto, si davano il cambio con un'organizzazione quasi metodica e volteggiavano intorno alla sua piccola punta di pietra per poi tuffarsi verso la torre di avvistamento lì vicino. Camminavo da circa 15 minuti e non ero ancora arrivata alla Rocca.
Quando ero bambina adoravo ascoltare le storie che gli altri avevano da raccontare sulle cose che mi circondavano e, da brava bambina curiosa, non risparmiavo mai un " Questo cosa è?".
In una di quelle occasioni mi fu raccontata la storia della Rocca secondo la mitologia greca. Nel XIII secolo a.C. era un isolotto e veniva chiamato Inico. A quel tempo la Sicilia era divisa in cerca tre grandi regioni controllate da Sicani, Siculi e Elimi. Si dice che sopra l'estremità dell'isolotto fosse collocata la reggia del re sicano Cocalo e che questi, proprio in quel posto, avesse ospitato Dedalo in fuga da Minosse. Dedalo era infatti un famoso architetto e scultore, responsabile della costruzione del Labirinto dove fu rinchiuso per ordine di Minosse il Minotauro, nato proprio dall'unione tra la moglie del re Minosse e il toro sacro inviato da Poseidone. Il re Minosse vi rinchiuse anche Dedalo, giacché questi era l'unica persona al mondo a conoscere la struttura e, dunque, l'uscita del labirinto. Dedalo riuscì comunque a scappare costruendo delle ali di cera e raggiunse, dopo varie peripezie, la Sicilia. Si narra che quando Minosse giunse alla reggia del re Cocalo per riacciuffare il fuggitivo, Dedalo, aiutato dalle figlie di Cocalo, riuscì ad uccidere Minosse.

La battigia salata, qualche onda, il vento frusciante, camminavo senza rendermi conto di quanto fossi fortunata ad avere sempre un lembo di mare al mio fianco.
Quante storie ci ha restituito la marea, quante cose, quante conchiglie sono diventate collane, ricordi, pezzi di sorrisi.

Quel pomeriggio ero con la mia famiglia e Ciccio.
Andammo anche a Torre di Gaffe, oltre Pisciotto, a bere un caffè nella piccola piazzetta antistante la strada che conduce alla spiaggia.

"Ma ci sono ancora i surfisti?"

L'acqua di Torre di Gaffe cambia colore spesso, dipende tutto dalle correnti che la attraversano. Ha un fascino selvaggio e un sapore delicato e quando non c'è molta gente si avverte una strana musica, come se da qualche parte, oltre le onde, un'orchestra si svegliasse.
Sovrasta la spiaggia un'altra piccola torre di avvistamento che dovrebbe risalire al Seicento.

Anche se è certo che dalle torri si scrutasse l'orizzonte per avvistare navi nemiche, mi piace pensare che anche allora qualcuno ci salisse per osservare il mare baciare la spiaggia di notte. In cerca di domande, di risposte più o meno sensate, o in cerca di sogni, di amori lontani, di affetti sepolti. Chissà se ogni tanto anche i marinai si distraessero a guardarlo con sorpresa.
Anche se lo hai davanti agli occhi da una vita esiste sempre un momento in cui è in grado di sorprenderti, di lasciarti senza fiato. Chissà quante volte i nemici hanno sperato che le sentinelle si distraessero così per poi attaccare le città dietro la notte.

 Nelle città di mare esiste una magia incontaminata, incastonata nel tempo e nello spazio, dove le presenze e le assenze non sono mai totali. Dal mare ti aspetti sempre che prima o poi ti restituisca o ti porti qualcosa che hai perso o che hai sempre cercato.

In piedi o seduti davanti al mare,  le onde sono flebili o feroci, e chissà dove si rifugiano le persone che vivono lontano dal mare, chissà se sono in grado chiudere gli occhi e sentirlo come capita a chi lo ha sempre avuto davanti e un giorno è costretto ad allontanarsi.




(Spiaggia di Pisciotto, Agosto 2016)


(Spiaggia di Pisciotto. Luglio 2016)

(Spiaggia di Pisciotto. Luglio 2016)



(vista dalla strada sopra la Spiaggia di Pisciotto. Agosto 2016)


(Rocca di San Nicola, Luglio 2016)



lunedì 26 febbraio 2018

Dai tetti di Palermo

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)

(Tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017.
Foto di Maria Luisa Sanfilippo)
 Quando mi fermo in un angolo della città e alzo lo sguardo i tetti mi sembrano l'unico confine possibile con il cielo.

Quando sono salita la prima volta su un tetto a Palermo, la città che mi ha ospitato per sei emozionanti anni, era notte. Credo si trattasse di una fresca notte del Dicembre del 2013. Un'amica ci disse di seguirla a casa sua dopo una festa. La casa era in una delle strade del centro storico, a due passi dalla cattedrale. Ci arrampicammo per le scale di quell'antico e freddo palazzo continuando a commentare la festa e a ridere. Prima di aprire la porta ci disse chiaramente che casa sua era un tremendo caos e che avremmo potuto fumare in cucina.

"Ma se volete, potete andare in terrazza!"

Ebbene, la prima sigaretta la consumammo al caldo del divano, tra una birra sottocosto e un digestivo alla liquirizia, la seconda decisi invece di fumarla qualche minuto più tardi in terrazza. 
                                    
Eccola Palermo.
          
Una delicata distesa di luci, di ombre appannate, di dettagli censurati dal buio e di insolite rivelazioni.
La costa frammentata sembrava più vicina, Monte Pellegrino sembrava un anziano che fissa da lontano i nipotini giocare a nascondino.
In quel preciso istante, sporgendomi oltre il parapetto di pietra, pensai a quanto fosse diversa e misteriosa Palermo vista da quel tetto pieno di crepe. Guardai verso il basso e mi sembrò di poterla afferrare e contemporaneamente realizzai che mi sarebbe comunque sfuggita. Dai tetti si poteva guardare anche verso l'alto senza comunque perdere di vista la città. I monti si stagliavano pigramente intorno a noi, il cielo sembrava suggerire cosa stesse accadendo di sotto e la sensazione era contrastante, come se la città fosse stata esclusa dal mondo.

Dicono che un silenzio così si ascolta poche volte nella vita. 

Nel corso degli anni successivi fui molto fortunata perché mi capitò di sentirlo ancora ma non posso testimoniarlo perché nessuna foto, nessun video o registrazione sono in grado di catturare certi tipi di silenzio.

Qualche anno dopo quella sera il proprietario della casa in cui vivevo disse a me e alle mie coinquiline di allora che avremmo dovuto lasciare la casa perché intenzionato a vendere. Iniziò una tortuosa e stancante ricerca del nuovo appartamento da dividere, non senza imprecazioni di ogni tipo e piani di vendetta poi sfumati. Quando stavamo per perdere le speranze ecco che Cristiana mi disse che avremmo potuto visitare un appartamento in centro che prometteva bene. La casa non era un granché, le foto avevano ingannato le nostre aspettative ma ci fu un particolare che catturò l'attenzione di entrambe e ci mise in crisi per qualche ora: la terrazza.
Si snodava tra i vicoli, si sporgeva sui tetti vicini e da lì era possibile vedere tutte le cupole di Palermo. Inutile dire che passammo le seguenti ore a ragionare sui pro e i contro e  che la lista dei pro continuava a mantenere un solo punto, il tetto appunto. Fu comunque una delle visite più piacevoli che caratterizzarono quella ricerca disperata e ogni tanto immagino i nuovi inquilini fare colazione lì, beatamente rilassati, mentre mangiano una granita al limone e sorseggiano del caffè tiepido. 

Ma sui tetti di Palermo sono salita ancora, di sera, di giorno, al tramonto, ma anche all'alba. 

Dai tetti si dovrebbe sovrastare la città, succede così in quasi tutte le parti del mondo, non a Palermo. Dai suoi tetti catturi ciò che di più profondo e indefinito possa offrirti questo lembo di terra, così che quando scenderai giù non potrai più abbandonarla.

Come quel pomeriggio di Ottobre in cui guardai Maria Luisa e "Ma saliamo sul tetto della Cattedrale?".
Marilù è la compagna perfetta per questo genere di avventure, non dice mai di no, anzi è sempre entusiasta. Potresti proporle di prendere un aereo last minute per l'Islanda mentre è in atto una tormenta di neve o uno tsunami e ti direbbe comunque sì. Non per niente è mia amica. Fu un pomeriggio pieno di scoperte. Ci sorprese il crepuscolo mentre scattavamo l'ennesima foto continuando a ripetere quanto fosse immensa la nostra città.

Dai tetti di Piazza San Domenico, da quelli del Monastero di Santa Caterina, dal tetto della Torre di San Niccolò, da quelli che costeggiano le piazze e i mercati rionali, dai balconi pieni di crepe, quando andrete a Palermo salite su un tetto, il più alto che trovate, e cercate quel silenzio di cui vi parlavo.

Ma se volete un consiglio sincero, ascoltate: salite sopra il Monte Pellegrino di notte, è quello l'unico tetto da cui sentirete scorrere come un brivido sulla pelle una delle Palermo più autentiche.


N.B: I tetti della Cattedrale di Palermo sono visitabili ogni giorno dietro il pagamento di una piccola cifra. Occasionalmente è possibile visitarli anche durante le ore dopo il crepuscolo. Per gli altri tetti noti allego i link di riferimento dove è possibile trovare orari, costi del biglietto e offerte:





           
(La Cattedrale di Palermo di notte. Foto di Chiara Mancino)


(Dalle terrazze di Piazza San Domenico. Novembre 2017)

(I tetti della Cattedrale di Palermo. Foto di Angela Sirugo)

(Piazza San Domenico vista dalle Terrazze della Rinascente.
Foto di Angela Sirugo)

(Sui tetti del Centro Storico, Febbraio 2016.
Foto di Cristiana Cucciardi)

(Dai tetti del Centro Storico. Foto di Margy Sakura)


























(Dai tetti del Centro Storico. Foto di Margy Sakura)




















(Piazza San Domenico dalle Terrazze della Rinascente. Novembre 2017)
(Dai balconi del Mercato del Capo. Maggio 2017)

(Dai tetti della Cattedrale. Ottobre 2017)

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)

(Dal tetto naturale di Palermo: Monte Pellegrino.
Foto di Chiara Mancino)

(Il Teatro Politeama dai tetti. Foto di Chiara Mancino)



(Dai tetti della Cattedrale. Ottobre 2017)

(Dai tetti di Piazza Castelnuovo. Foto di Chiara Mancino)


(Dai tetti del Monastero di Santa Caterina.
Foto di Massimo Arculeo)




















































(Dal tetto del Monastero di Santa Caterina,
Palermo, Autunno 2017. Foto di Massimo Arculeo)

(Dai tetti della Cattedrale di Palermo, Ottobre 2017)

domenica 25 febbraio 2018

Sicilia Felicissima

(Foto scattata tra i binari che dividono Terrasini e Cinisi. Maggio 2015)
Di pomeriggi uggiosi e lenti ne ho trascorsi pochi, lo ammetto, eppure non è questo il motivo per il quale ricordo perfettamente quel 25 Settembre del 2010.
Diciannove anni, siciliana ma nel Regno Unito, per l'esattezza ad un tavolo della caffetteria di un affollato centro commerciale. Potrei giurare che ci fossero 5 gradi. Meditavo sulla possibilità di chiedere in prestito quel terribile tappeto di Mammut che il negozio di fronte esibiva come un pezzo d'antiquariato alla vetrina est, però niente, non parlavo ancora l'inglese e l'idea di palesarlo davanti  a dei perfetti sconosciuti mi creava qualche strana forma di disagio. Appunto, diciannove anni.
Mi trovavo in Regno Unito da soli tre giorni e avrei dovuto trascorrere lì altri sei mesi ma non conoscevo ancora nessuno così quando due ragazze apparentemente inglesi si sedettero al mio tavolo pensai che avrei potuto mettere a segno la prima conoscenza. 
Erano italiane.
Me ne accorsi dopo appena tre minuti perché, nonostante non avessero aperto bocca, dalla borsetta semichiusa di una delle due si intravedeva una copia stropicciata e malconcia della Settimana Enigmistica. 
-Italiane?- chiesi con allegria isterica mentre cercavo lo sguardo di una delle due.
Comunicavo gesticolando da tre giorni e sebbene non mostrassi particolari difficoltà in questa attività mi mancava un po' sentire la mia voce.
La più bassa sollevò lo sguardo e sorrise.
Insomma, ci scambiammo le solite frasi di circostanza che gli italiani che si trovano all'estero si dicono di solito e poi  mi chiesero di dove fossi.
E glielo dissi, forse ingenuamente, addirittura sorridendo.
Fu la prima volta che mi trovai di fronte all'esitazione così plateale di qualcuno che non conoscevo. Come se avessi lanciato delle vecchiette contro gli autobus in corsa nella strada principale cantando Pavarotti. 
Esitazione che non mi ferì subito, ma solo la sera.
Si, continuammo a parlare ma poi loro andarono via e non diventammo mai amiche. Tornando a casa senza il mio desiderato Mammut pensai a lungo a quella fastidiosa sensazione che mi accorsi di aver provato dopo aver pronunciato la parola "Sicilia". Negli anni successivi, mi capitò di provarla in tutte le sue forme molecolari. A volte la gente rispondeva con dei sorrisi di circostanza, a volte con sarcasmo, altre con la sigla del Padrino o esclamando "Mafia!", altre volte dovetti fronteggiare lo scherno, l'indifferenza, ma fu sorprendente quando dovetti fronteggiare l'interesse, la curiosità. Fu quel giorno però che capii quanto odiosa possa essere l'ignoranza affiancata da una buona dose di stereotipo. Mi arrabbiai contro la filmologia commerciale che aveva diffuso incautamente e con una narrazione disattenta e poco responsabile certe storie del passato della mia terra e solo dopo qualche anno mi resi conto di quanto fosse indispensabile contaminare le persone con le nostre storie. Mi resi conto che contaminare i luoghi e le persone che incontravo avrebbe piano piano contribuito ad ammorbidire e rendere più flessibili certi stereotipi storici sulla Sicilia e i siciliani. E sono certa che questo abbia caratterizzato la vita di molte altre persone che, come me, si trovano spesso in giro per il mondo e l'Italia.

Non esiste una linea narrativa comune sulla Sicilia, non esiste una narrazione ideale degli eventi perché non è possibile narrare la Sicilia e i siciliani partendo dal classico "C'era una volta", né tanto meno è possibile creare una cronologia completa della storia di questa terra. Le storie di nicchia, i piccoli vissuti collettivi e individuali, le storie note, tutto in un unico caleidoscopio che non deve necessariamente essere compreso, ma semplicemente percepito.

Sì, è vero, sono andata via spesso, ma ciò che ho sempre amato dei miei viaggi è stato il ritorno. Quel momento in cui dall'aereo intravedo le prime luci delle città, il primo lembo di costa, l'Etna nella sua maestosità, e posso avvertire il profumo delle acetoselle della campagna siciliana, il rumore delle foglie scosse dal vento tra gli aranceti, questo è per me un istante d'amore, un abbraccio materno. 
Alle persone che amo dico sempre " Ti porterò la Sicilia, un giorno", e quando loro mi rispondono "Ma siamo già in Sicilia!", sorrido come immagino possa sorridere un serpente: "Non in Sicilia, in questo spazio, ti porterò la Sicilia".

Quello che ho intenzione di fare in questo blog.