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sabato 31 marzo 2018

Grazie, Peppino


  
(Discorso di Peppino, Radio Aut, Onda Pazza)



Cinisi, trenta chilometri da Palermo.


Casa Impastato, a cento passi  dalla casa del boss Badalamenti. Sono pochi metri.


Il 9 maggio del 1978 c'è silenzio e la notte è buia come sempre. Solo un po' di più.


Peppino Impastato viene colpito alla testa con un masso, viene legato alla ferrovia che collega Trapani a Palermo, nelle rotaie che dividono il comune di Cinisi da quello di Terrasini, dove aveva sede la radio che aveva fondato con altri amici coraggiosi, Radio Aut.


"Peppino si è suicidato".


Punto.


Anzi no, Peppino era un terrorista, imbranato peraltro, e voleva far saltare per aria un treno ma era finito per saltare in aria lui.


Imbranato, appunto.




Sì, Peppino probabilmente sapeva che quella sarebbe stata la sua fine, ma la paura di morire non era più forte della paura che tutto intorno a lui morisse. Devi scegliere, cosa ti fa più paura? Il coraggio è quasi una contraddizione, diceva Chesterton, esso significa un forte desiderio di vivere che prende la forma di una disponibilità a morire. Per questo non stava zitto, per non morire dentro, perché credeva che marcire fosse più doloroso che morire.


Peppino è stato ucciso perché oltre a sapere che soli cento passi lo dividevano dal marciume, lo aveva pure detto ad alta voce.


Peppino era siciliano ed era figlio di un mafioso.


Peppino era giovane e non era potente.


Peppino non era neanche un giudice, non aveva titoli, non era neanche ricco.


Peppino indossava i jeans e suonava una chitarra a corde. Scriveva poesie delicate e di giorno riversava il suo sarcasmo contro i mafiosi dagli altoparlanti della radio.


La mafia aveva paura di un ragazzo che di loro sembrava non aver paura.


Li derideva e li ridicolizzava, dava loro nomignoli imbarazzanti, li rimpiccioliva come molliche senza usare le mani.


Forse Badalamenti aveva capito quello che Peppino stava svegliando, una coscienza collettiva che era in grado di annientare l'efficacia di certi dispositivi mafiosi. Qualcosa che andava oltre l'applicazione della legge e riguardava più una resistenza spontanea e pazza.


Un'Onda Pazza.


Una decisa e incalzante lotta di coscienze, una fiamma di consapevolezza che divampava.


La mafia è sciocca.


Uccide gli uomini ma non ha alcun arma contro le idee. Ad un uomo puoi anche sparare e puoi anche fargli male e ucciderlo. Ma non puoi sparare ad un'idea. Non quando quell'idea non appartiene più ad un solo uomo, ma a cento, mille, un milione!




Peppino è stato ucciso.




Oltre ai cento passi che lo dividevano dalla banalità del male, quando la notte era così buia da togliere il fiato, che se non fosse morto avrebbe comunque creduto di esserlo. Quando non era semplice dire che la mafia esisteva e che uccideva.




Oggi, ogni 9 Maggio, una lunga coda di giovani e di adulti attraversa i binari in cui fu ucciso Peppino. Bandiere colorate, cori, canzoni, allegria, fili di commozione  e di slogan, non si tratta più di contare i passi che ci dividono, ma di percorrere insieme nuove strade  che qualcuno di molto coraggioso ci ha donato.


Si deve avere il coraggio di attraversare e travolgere quelle dell'indifferenza e del silenzio, pur senza urlare, basta che la coscienza parli.




Il corteo arriva davanti la casa di Peppino. la sua stanza è ancora lì, così come l'aveva lasciata lui prima di morire. I suoi libri, i suoi fogli sparpagliati, la chitarra, le sue foto. Ti chiedi così sia quella strana sensazione di averlo lì, tra tutti quei visi sconosciuti e accaldati, ti chiedi in quale sorriso sia finito. Dal balcone di pietra si vede perfettamente quello di casa Badalamenti.


Cemento.


A volte è un passo, a volte sono venti, più di cento, non puoi mai saperlo veramente. Ma devi comunque camminare.




Grazie Peppino.
 




Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato può essere visitata anche in giornate diverse dal 9 maggio. Per informazioni e curiosità potete consultare il sito http://www.casamemoria.it/

domenica 25 febbraio 2018

Sicilia Felicissima

(Foto scattata tra i binari che dividono Terrasini e Cinisi. Maggio 2015)
Di pomeriggi uggiosi e lenti ne ho trascorsi pochi, lo ammetto, eppure non è questo il motivo per il quale ricordo perfettamente quel 25 Settembre del 2010.
Diciannove anni, siciliana ma nel Regno Unito, per l'esattezza ad un tavolo della caffetteria di un affollato centro commerciale. Potrei giurare che ci fossero 5 gradi. Meditavo sulla possibilità di chiedere in prestito quel terribile tappeto di Mammut che il negozio di fronte esibiva come un pezzo d'antiquariato alla vetrina est, però niente, non parlavo ancora l'inglese e l'idea di palesarlo davanti  a dei perfetti sconosciuti mi creava qualche strana forma di disagio. Appunto, diciannove anni.
Mi trovavo in Regno Unito da soli tre giorni e avrei dovuto trascorrere lì altri sei mesi ma non conoscevo ancora nessuno così quando due ragazze apparentemente inglesi si sedettero al mio tavolo pensai che avrei potuto mettere a segno la prima conoscenza. 
Erano italiane.
Me ne accorsi dopo appena tre minuti perché, nonostante non avessero aperto bocca, dalla borsetta semichiusa di una delle due si intravedeva una copia stropicciata e malconcia della Settimana Enigmistica. 
-Italiane?- chiesi con allegria isterica mentre cercavo lo sguardo di una delle due.
Comunicavo gesticolando da tre giorni e sebbene non mostrassi particolari difficoltà in questa attività mi mancava un po' sentire la mia voce.
La più bassa sollevò lo sguardo e sorrise.
Insomma, ci scambiammo le solite frasi di circostanza che gli italiani che si trovano all'estero si dicono di solito e poi  mi chiesero di dove fossi.
E glielo dissi, forse ingenuamente, addirittura sorridendo.
Fu la prima volta che mi trovai di fronte all'esitazione così plateale di qualcuno che non conoscevo. Come se avessi lanciato delle vecchiette contro gli autobus in corsa nella strada principale cantando Pavarotti. 
Esitazione che non mi ferì subito, ma solo la sera.
Si, continuammo a parlare ma poi loro andarono via e non diventammo mai amiche. Tornando a casa senza il mio desiderato Mammut pensai a lungo a quella fastidiosa sensazione che mi accorsi di aver provato dopo aver pronunciato la parola "Sicilia". Negli anni successivi, mi capitò di provarla in tutte le sue forme molecolari. A volte la gente rispondeva con dei sorrisi di circostanza, a volte con sarcasmo, altre con la sigla del Padrino o esclamando "Mafia!", altre volte dovetti fronteggiare lo scherno, l'indifferenza, ma fu sorprendente quando dovetti fronteggiare l'interesse, la curiosità. Fu quel giorno però che capii quanto odiosa possa essere l'ignoranza affiancata da una buona dose di stereotipo. Mi arrabbiai contro la filmologia commerciale che aveva diffuso incautamente e con una narrazione disattenta e poco responsabile certe storie del passato della mia terra e solo dopo qualche anno mi resi conto di quanto fosse indispensabile contaminare le persone con le nostre storie. Mi resi conto che contaminare i luoghi e le persone che incontravo avrebbe piano piano contribuito ad ammorbidire e rendere più flessibili certi stereotipi storici sulla Sicilia e i siciliani. E sono certa che questo abbia caratterizzato la vita di molte altre persone che, come me, si trovano spesso in giro per il mondo e l'Italia.

Non esiste una linea narrativa comune sulla Sicilia, non esiste una narrazione ideale degli eventi perché non è possibile narrare la Sicilia e i siciliani partendo dal classico "C'era una volta", né tanto meno è possibile creare una cronologia completa della storia di questa terra. Le storie di nicchia, i piccoli vissuti collettivi e individuali, le storie note, tutto in un unico caleidoscopio che non deve necessariamente essere compreso, ma semplicemente percepito.

Sì, è vero, sono andata via spesso, ma ciò che ho sempre amato dei miei viaggi è stato il ritorno. Quel momento in cui dall'aereo intravedo le prime luci delle città, il primo lembo di costa, l'Etna nella sua maestosità, e posso avvertire il profumo delle acetoselle della campagna siciliana, il rumore delle foglie scosse dal vento tra gli aranceti, questo è per me un istante d'amore, un abbraccio materno. 
Alle persone che amo dico sempre " Ti porterò la Sicilia, un giorno", e quando loro mi rispondono "Ma siamo già in Sicilia!", sorrido come immagino possa sorridere un serpente: "Non in Sicilia, in questo spazio, ti porterò la Sicilia".

Quello che ho intenzione di fare in questo blog.